marò decima mas
Marò in servizio a Neresine sull'isolda di Lussino nel 1945.
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Cronaca

Raccolti 21.000 euro per dare un nome ai marò

  • I militi della X Mas dimenticati
  • Una storiella della resistenza a Nord-Est

Nell'aprile del 1945, 27 militi della X Mas furono catturati, torturati e uccisi dalle formazioni di Tito. I loro corpi sepolti in fosse comuni. Oggi una mobilitazione di esuli e parenti cerca di ricostruire l'identità di quei giovani. Perché un ricordo condiviso possa rendere loro giusta dignità.


«Sfollati da tutte le parti (ma) dicono che Venezia non la bombardano» scrive alla famiglia il 30 maggio 1944, Fabio Venturi, marò ventenne, poco prima di partire per il fronte. Alla lettera allega una foto con un commilitone davanti alla basilica di San Marco. Nelle ultime missive, prima di sparire nel nulla, invia sempre «un saluto alla piccola Lucia», la sorella minore. Il suo reparto della X Mas verrà dislocato sull'isola di Cherso, oggi Croazia, allora ultimo lembo d'Italia. Venturi con altri 20 marò e 6 militi del battaglione Tramontana si arrendono il 21 aprile 1945. I partigiani di Tito prima li torturano e poi li fucilano senza processo, nascondendo i corpi in due fosse comuni dietro la piccola chiesa di Ossero.

Settantacinque anni dopo, Panorama.it ha rilanciato l'appello della Comunità degli esuli di Lussino «per l'identificazione dei marò», con i metodi più innovativi d'indagine forense e comparazione del Dna, che ha raccolto in poco più di un mese oltre 21.000 euro. «È un successo enorme. E le donazioni continuano ad arrivare. C'è un grande interesse per dare un nome, dopo tanti anni, ai resti ritrovati a Ossero» conferma Licia Giadrossi, rappresentante degli esuli di Lussino.

Le ossa sono state riesumate in Croazia nel 2019 e traslate con tutti gli onori nel Sacrario dei caduti di oltremare di Bari: 27 cassettine avvolte dal tricolore con la scritta «caduto ignoto». Per dare un nome ai resti «dei prigionieri trucidati abbiamo rintracciato una decina di parenti sparsi per l'Italia disponibili al riconoscimento attraverso il Dna» spiega Giadrossi.

Fra i congiunti c'è Lucia, oggi ottantenne, che non ha mai riabbracciato il fratello Fabio Venturi, il marò che inviava le lettera da Venezia. «Mia madre ha sempre pensato che fosse disperso. Non avevano neppure idea dove l'avessero ucciso» racconta Tarcisio Arca, nipote del soldato. Più che fascista, Fabio si sentiva italiano. «Nelle lettere non parlava mai della guerra» racconta il nipote. «Con la mamma siamo pronti a collaborare per l'identificazione. Sarebbe bellissimo riportare lo zio a Terni».

Il motore instancabile di questo «cold case» della storia è Federico Scopinich, esule da Lussinpiccolo, che vive a Genova. «Fino a oggi abbiamo trovato i discendenti di nove marò fucilati a Ossero. E stiamo cercando di risalire agli altri» dice. «Tutto è iniziato 15 anni fa e non è stato facile. A Neresine (dove i soldati sono stati fatti prigionieri, ndr) ho conosciuto Silvia Zorovich che diceva in dialetto veneto "mi son italiana", assieme alla sorella Maria. Le prime a mettermi sulle tracce della fine dei marò». Le due sorelle rammendavano e facevano il bucato per i militari italiani, ma sono rimaste sotto la Jugoslavia di Tito. «Mi hanno messo in contatto con Floriana, sorella di Ermanno Coppi, che conservava le lettere spedite a casa dal marò ucciso a Ossero» conferma l'esule.

Floriana ha 91 anni, ma Panorama ha parlato con la figlia Gabriella. «All'inizio era dato per disperso e per anni non si è mai saputo nulla» spiega la nipote di Ermanno. «Sono andata a Ossero e ho parlato con un'anziana, testimone oculare di come quella ventina di marò fossero stati portati via e fucilati». Gabriella sottolinea: «Non voglio ci sia alcuna strumentalizzazione politica, ma sono assolutamente disponibile alla prova del Dna. Mi sembra giusto per quanto ha sofferto la nonna e la nostra famiglia».

Scopinich grazie a testimonianze e documenti ha ricostruito tutta la vicenda fino all'epilogo delle fosse comuni. Fra il 7 e il 10 maggio 2019 Onorcaduti, commissione della Difesa, ha riesumato i resti in collaborazione con le autorità croate. Dalle due fossi comuni è venuto alla luce un teschio con il foro del proiettile, che non lascia dubbi sull'esecuzione. Oltre a ossa ingiallite dal tempo e pochi oggetti perché i prigionieri erano stati portati sul posto seminudi e costretti a scavarsi una tomba.

«Quando hanno tirato fuori il teschio con il foro alla nuca, il medico legale parlava di classico colpo di grazia dopo la fucilazione» afferma Flavio Asta, responsabile della Comunità di Neresine, un'altra associazione degli esuli che si è battuta per far tornare a casa i marò. Anche la X Mas ha passato sbrigativamente i partigiani per le armi, ma per 74 anni il sangue dei vinti è rimasto sepolto nelle fosse di Ossero per celare le prove di un crimine di guerra.

Il 13 novembre 2019 i resti sono rientrati a Bari con tutti gli onori. Per il «cold case» di Ossero si è messo a disposizione Paolo Fattorini, esperto di identificazione genetica dell'Università di Trieste, con le tecniche innovative chiamate next generation. Si è offerto a titolo gratuito anche Francesco Introna, cattedratico di Medicina legale a Bari ed esperto in antropologia forense. «Per contribuire senza ulteriori attese a quest'opera di umanità e ricerca della verità storica» evidenzia Luigi Antonio Fino, medico che ha coinvolto Introna e parteciperà al progetto. «Il nostro compito» fa notare Introna, «potrebbe essere di tentare la sovrapposizione cranio-foto - ove fossero disponibili foto dell'epoca di ciascun disperso - volte a indirizzare e corroborare le indagini del Dna».

Fino ha preparato la lettera che i familiari dei marò invieranno al generale Gualtiero Mario De Cicco di Onorcaduti. Che dice: «Formuliamo istanza che i resti siano analizzati nell'Istituto di Medicina legale dell'Università di Bari, al fine di una completa identificazione (….) stante la valenza umanitaria dell'iniziativa».

Maria Antonietta, nipote di Francesco De Muru, uno dei marò passati per le armi dai partigiani di Tito, non ha dubbi: «Per la nostra famiglia sarebbe straordinario identificare i resti di mio zio, riportandolo finalmente a casa. E un dovere alla memoria di papà, che non ha mai più saputo nulla di suo fratello partito per la guerra». La nipote del marò tiene a precisare: «Siamo pacifisti. Quando ho raccontato alla mie sorelle la fine dello zio siamo rabbrividite. Non ci sono parole per commentare i crimini di guerra compiuti da una parte e dall'altra».

Iginio Sersanti aveva 24 anni quando è stato fatto prigioniero a Cherso. Cristian Sersanti non l'ha mai conosciuto, essendo nato l'anno dopo la fine del conflitto. «Lo zio aveva una fidanzata sull'isola» racconta il nipote. «Dopo la guerra lei era in contatto con i nonni e ha cercato Iginio per tutta l'Istria, ma inutilmente». Anche lui è disponibile per l'esame del Dna e vorrebbe seppellire i resti, se verranno identificati, «a Gabicce al fianco di mio padre e dei nonni».

Nonostante la disponibilità gratuita degli esperti, la comparazione del Dna e i laboratori hanno un costo. Alla raccolta fondi «per l'identificazione dei marò di Ossero» hanno aderito in tanti. A cominciare dall'ex capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Mario Arpino: «Vengo da Tarvisio e a nove anni ho visto i carabinieri ammazzati a picconate dai partigiani». Gli fa eco il presidente dell'Associazione arditi incursori della Marina , il contrammiraglio della riserva Marco Cuciz: «Abbiamo fatto un versamento. Per noi erano marinai italiani schierati, dimenticati e alla fine massacrati».

Tante persone comuni, esuli e anche i familiari dei marò hanno finanziato il progetto. «Norma Cossetto per mezzo secolo è stata dimenticata e per i marò ci sono voluti quasi 75 anni per riportarli a casa. Per questo la nostra famiglia ha versato un piccolo contributo per identificarli» spiega Loredana Cossetto. Suo padre, Giuseppe, era il cugino della martire istriana infoibata dai titini nel 1943.

La versione digitale del quotidiano La Verità ha versato un suo contributo e il giornalista Massimiliano Mazzanti ha mobilitato «gli amici di Bologna» che sono stati fondamentali. A Lecco nel 1922 era nato Emilio Biffi, uno dei marò, e l'esame del Dna lo eseguirà un pronipote. «Lasciamo in pace la storia e da parte la politica» riflette il giovane che ringrazia gli esuli per l'iniziativa. «Mi interessa solo il lato umano e se verrà identificato il fratello di mio nonno vorrei portarlo finalmente a riposare nella tomba di famiglia».


Una storiella della resistenza a Nord-Est (parte seconda)

Il generale Mario Arpino.

La guerra è finita anche sul confine orientale. Finalmente, persecuzioni e vendette possono liberamente avere inizio. Come abbiamo visto alla fine della prima parte di questa storiella (Panorama.it del 28 dicembre 2020), ormai i tempi erano maturi per cominciare ad applicare anche nel Nord-est il regio decreto del dicembre 1943 sulla defascistizzazione delle Amministrazioni dello Stato, nonché «degli enti locali e parastatali, di quelli sottoposti a vigilanza o tutela dello Stato e delle aziende private esercenti pubblici servizi o d'interesse nazionale». In pratica, apposite commissioni di epurazione dovevano giudicare i soggetti già allontanati dalle loro cariche e dichiarati temporaneamente sospesi da un'altra commissione nominata dal Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) provinciale. Il decreto legislativo luogotenenziale n. 159 del 1944, istituendo l'Alto Commissariato per le sanzioni contro il Fascismo, stabiliva quanto segue:

  • erano dispensati dal servizio («sospesi», si usava dire) tutti coloro che avevano partecipato alla vita politica del fascismo, conseguendo nomine od avanzamenti anche nei gradi minori;
  • erano anche dispensati coloro che dopo l'8 settembre erano rimasti fedeli al governo della Repubblica Sociale Italiana (Rsi);
  • erano previste misure disciplinari di minore gravità per coloro che, pur rivestendo qualifiche fasciste, «non avessero dato prova di settarietà e di intemperanza fascista»;
  • poteva comunque andare esente dalla dispensa chi, dopo l'8 settembre 1943, era in grado di dimostrare di aver collaborato con i partigiani nella lotta contro i tedeschi.

Si apre cosi la caccia al fascista (o presunto tale). A fronte di tutti i delitti di quel periodo, questa descrizione del contesto è forse un po' lunga per una storiella così semplice come quella della mia famiglia, ma sembra necessaria per ambientarla in modo realistico. Ora, posso cominciare il racconto del processo a mia mamma, maestra elementare, celebrato in prima istanza presso il Tribunale periferico di Tolmezzo, che aveva giurisdizione su Carnia, Canal del Ferro e Valcanale. Per capire ciò che è accaduto, occorre prima spiegare chi era la mamma.

Per le attività richieste dall'Opera Balilla agli insegnanti di ruolo (doposcuola, educazione fisica, raccolta di indumenti per i soldati in Russia, raccolta del «ferro per la Patria», ecc.) svolgeva quasi quotidianamente attività che, in zona di confine qualificate come «patriottiche», andavano ben oltre l'orario delle lezioni. Rinviata a giudizio perché iscritta al P.F.R. (partito fascista repubblicano), nel 1946, dopo un anno di sospensione in attesa di giudizio, in seconda istanza il Tribunale, non riscontrando malefatte, la riammetteva in servizio.

In prima istanza aveva però dovuto comparire dinanzi alla Sottocommissione di Epurazione insediata presso i locali del Tribunale di Tolmezzo. Questa, nominata dal C.L.N. di zona, non perde tempo. Così già il 29 luglio 1945 perviene a mia mamma un AVVISO DI PROGETTATA SOSPENSIONE dall'incarico di maestra elementare a Cave del Predil, firmato dal segretario della Sottocommissione. È un semplice foglio ciclostilato, con gli spazi vuoti riempiti a penna, dove si notifica che per la maestra si sta considerando una «proposta di epurazione». Si da altresì facoltà all'interessata di presentare entro dieci giorni le proprie controdeduzioni, in assenza delle quali, in attesa di giudizio del Tribunale di Udine, la Commissione emetterà l'ordine di sospensione. In data immediatamente successiva, il 2 agosto 1945, mia mamma inviava come richiesto una motivata dichiarazione con la propria opposizione alla progettata sospensione dal servizio.

Evidentemente la decisione di sospensione era già preordinata e la memoria di opposizione era una mera formalità, perché con una lettera datata 1° settembre 1945 a mia mamma era già stato inviato un Avviso di fissazione di udienza, presso la Sezione di Tolmezzo, per il giorno 3 ottobre 1945, alle ore 15.00, nella sede del Tribunale oggi soppresso. Si precisava che in caso di assenza la Commissione avrebbe comunque proceduto al giudizio sull'opportunità o meno di sospensione dal servizio. Il giorno dopo, il 4 ottobre 1945, il Presidente della Commissione (firma illeggibile) spiccava l'ORDINE DI SOSPENSIONE. Formalmente, tutto era stato fatto in ottemperanza a quanto previsto dal dettato del decreto luogotenenziale 159, il quale, tuttavia, per propria natura concedeva all'inquirente ampia flessibilità di giudizio.

A quella udienza ho assistito anch'io, otto anni o poco più, con in braccio il mio fratellino Giorgio, di otto mesi. Il papà, sospeso dalla Società dopo la prigione inglese che, sebbene malmenato, lo aveva salvato dai titini, era in giro in cerca di lavoro, cosi da Cave anche noi abbiamo dovuto seguire la mamma a Tolmezzo. Del procedimento non ho capito e non ricordo quasi nulla, se non un episodio la cui scena mi è sempre rimasta ben impressa nella mente. A un certo punto il partigiano Presidente ha estratto la pistola poggiandola ostentatamente sul tavolo, di fronte a mia mamma. «Signora, io posso evitarle qualsiasi problema solo se mi dimostra che dopo l'8 settembre ha combattuto contro il tedesco invasore con la pistola in pugno».

Silenzio in aula, mentre a me è subito venuta in mente la pistola dell'assassino del maggiore Krievec, che avevo trovato vicino a un viottolo la mattina dopo. Vedo ancora l'immagine di mia mamma che, imperturbabile, sollevando l'arma dopo averla presa con il pollice e l'indice per la punta della canna come fosse qualcosa di schifoso, così rispondeva: «Signor Presidente, io sono una maestra elementare madre di questi due bambini. A Cave insegnavo e facevo doposcuola. Questa – facendo leggermente dondolare la pistola – non so nemmeno da che parte si tiene…».

Risata generale dello scarso pubblico e fine dell'udienza. Ma il Presidente, ligio alla procedura, con la sua ridicola domanda non aveva fatto altro che ripetere l'ultimo comma, quello liberatorio, del decreto luogotenenziale. Iniziativa personale, invece, l'atto di estrarre la pistola e sbatterla rumorosamente sul tavolo. Fine dell'udienza. Su una panca del corridoio il biberon ormai freddo per il fratellino, poi di nuovo in corriera per Cave del Predil, mentre il giorno seguente partiva il decreto di sospensione dal servizio, in attesa di giudizio. Estromessi dall'abitazione di Cave (dopo qualche provvidenziale mese di prigione inglese mio papà era stato licenziato dalla Società delle Miniere), ci siamo provvisoriamente rifugiati a Udine, a casa della nonna.

La notizia della sospensione proprio mentre stava per iniziare l'anno scolastico si diffondeva immediatamente tra la popolazione di Cave del Predil. Temendo un successivo allontanamento, di iniziativa un centinaio di genitori (italiani e sloveni), la quasi totalità delle cinque classi della Scuola di Cave, firmavano una petizione al Provveditorato perché mia mamma continuasse ad operare in quella sede. Ma non finisce qui. Se troverò ancora ospitalità, rimando l'epilogo alla terza e ultima puntata di questa storiella.

Mario Arpino

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