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Cronaca

I rischi della legge contro l'omotransfobia: in piazza con #RestiamoLiberi

L'evento è previsto per il prossimo 11 luglio e vedrà coinvolte le principali associazioni e realtà pro family, in oltre cento città italiane.

Un disegno di legge pieno di ombre ed insidie. Pericoli neanche troppo nascosti per la libertà di manifestazione del pensiero, di stampa, di religione e di associazione. Stiamo parlando del ddl che vorrebbe contrastare l'omotransfobia, in discussione in questi giorni in Parlamento. Rischi, quelli per le libertà di ognuno di noi, troppo alti per non mobilitarsi in massa e far sentire la propria voce al governo e a tutte le parti politiche, nonché alle lobby che ormai da mesi e anni stanno portando avanti questo progetto.

La grande mobilitazione di piazza – pur rispettando le misure di distanziamento e sicurezza che il momento storico impone – è prevista per il prossimo 11 luglio e vedrà coinvolte le principali associazioni e realtà pro family, in oltre cento città italiane.

L'evento, con lo slogan #RestiamoLiberi, in realtà è già iniziato da tempo, con iniziative, prese di posizione e campagne di sensibilizzazione e vedrà appunto il suo culmine a luglio, quando le piazze di tutta Italia saranno collegate alla manifestazione principale di Roma.

La mobilitazione, come hanno sottolineato gli organizzatori, nasce dal basso e «intende fare luce e contestare l'istituzione di un nuovo reato, quello di omotransfobia appunto, che non viene definito dal legislatore, lasciando così enormi spazi a interpretazioni e derive liberticide che colpiranno tutti coloro che promuovono il diritto naturale di ogni bambino ad avere un padre e una madre o, più semplicemente, che si riconoscono nel principio dell'identità sessuale biologica e non in quello della variegata identità di genere che, basandosi sull'auto percezione, comprende oltre 50 definizioni».

Una manifestazione che partirà «dal basso», si è detto, ma che trova supporto tanto da dati e statistiche quando dalle pronunce di realtà istituzionali come la Conferenza Episcopale Italiana. I vescovi del nostro Paese, infatti, hanno di recente espresso la loro «preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia». In questi ambiti, ha sottolineato la Cei, «non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l'urgenza di nuove disposizioni».

La stessa Conferenza Episcopale non ha mancato di descrivere la proposta di legge come a rischio di essere «liberticida», per cui «più che sanzionare la discriminazione, si finirebbe col colpire l'espressione di una legittima opinione, come insegna l'esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte».

Allo stesso modo, come detto, la realtà raccontata da dati e statistiche – e non di certo da sommaria e inesatta letteratura, anche recente, o dalla semplice autopercezione – raccontano un Paese, l'Italia appunto, che non è di certo omofobo e dove anzi i reati d'odio, soprattutto per le questioni di genere, sono in diminuzione.

Già lo scorso gennaio, infatti, una ricerca dell'Oscad - l'Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori – registrava in Italia, nel 2019 e rispetto all'anno precedente, un calo di discriminazioni e aggressioni fisiche legate all'orientamento sessuale e all'orientamento di genere. Da 43 a 29.

Da Trento a Bari, dunque, passando per Bologna, Cagliari, Milano e Roma, il nostro Paese è pronto a gridare il proprio «NO!» al ddl Zan ed è pronto a farlo in modo massiccio, con una mobilitazione su scala nazionale e che, tramite il sito web www.restiamoliberi.it, continua a ricevere candidature di paesi e città di tutta Italia.

E lo slogan non sembra per niente esagerato. Sono già tanti, in tutto il mondo, i casi di quella che potremmo definire «discriminazione al contrario», ai danni di chi ha solamente affermato qualcosa di diverso dal pensiero unico dominante. Gli stessi organizzatori hanno portato l'esempio del medico americano Kenneth Zucker, principale esperto sull'identità di genere nei bambini, che ha dichiarato che quelli con disforia di genere sarebbero meglio assistiti se «aiutati ad allineare la loro identità di genere con il proprio sesso anatomico». Una semplice opinione? Per i Paesi dove una legge simile al ddl Zan è passata no. Zucker, infatti, è stato licenziato dopo ben 30 anni di direzione della Clinica Gender per i bambini.

Chi non vuole fare la stessa fine del medico americano - o del cardinale spagnolo Fernando Sebastian Aguilar, accusato di omofobia per aver spiegato la posizione della Chiesa sull'omosessualità – è dunque chiamato alla piazza. Per restare libero.

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