Cronaca

Inps: come vanno in rovina le pensioni | inchiesta

L'enorme patrimonio immobiliare dell'Inps giace in stato di abbandono. Palazzi vuoti, affitti risibili, sprechi perenni che mettono a rischio la nostra previdenza

Tito Boeri

Antonio Rossitto

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Stremato da lustri di cincischiamenti e «vi faremo sapere», Umberto De Augustinis, coriaceo sindaco di Spoleto, è ufficialmente uscito fuori dai gangheri. Nel centro storico della cittadina umbra, uno dei più belli d’Italia, da un trentennio giace in abbandono l’ex Convitto femminile. Un ampio fabbricato, che confina con i giardini comunali. «Storia di degrado rovinoso e pervasivo...» sospira il sindaco. Che ha deciso di proclamare guerra all’Inps, proprietaria dell’edificio. Prima, seccato per la monumentale impalcatura che sorregge la struttura, ha inviato all’istituto una cartella esattoriale da un milione per occupazione del suolo. Poi ha annunciato una class action contro l’ente previdenziale. Che, intanto, dichiara di aver grandi progetti per l’ex Convitto: «Ne faremo una senior house!». Evocativo inglesismo che sottende una sorta di ospizio di lusso. De Augustinis, però, non si lascia incantare: «La pazienza è finita...».

 

Guerra aperta, dunque. Ma il sindaco spoletino può mestamente consolarsi. Il suo ex Convitto è solo un drappello, nella legione dei possedimenti dimenticati dall’Inps. L’ente ha un tesoro immobiliare di oltre 3 miliardi di euro. Abitazioni, ville, residenze, terreni, negozi, magazzini, box, cantine. Ogni angolo d’Italia è stato colonizzato. Anche a garanzia delle nostre bistrattate pensioni. Peccato che in questi anni, con encomiabile continuità rispetto al passato, la gestione di questo gigantesco patrimonio non sia stata scintillante. Tito Boeri, insediato ai vertici nell’istituto nel 2014 dal governo di Matteo Renzi, aveva annunciato virtuosi sovvertimenti, a suon di vendite e cessioni a fondi parastatali. Cinque anni dopo, allo sgocciolio del suo mandato, poco o nulla è cambiato. Anzi. Il reame previdenziale rimane un formidabile buco nero. Più della metà degli immobili restano sfitti. Le decantate cessioni procedono pigramente. Il piano di dimissioni s’è arenato. Mentre molti feudi giacciono tra degrado e abbandono.

Come alcuni sterminati caseggiati per le vacanze dei dipendenti statali e degli insegnanti, costruiti decenni fa dall’Inpdap o dall’Enam con i soldi dei pensionati. Uno dei pezzi più pregiati è l’ex colonia «Vittoria Colonna» a Fano, al centro della città marchigiana. Valore stimato dall’Inps: 14,3 milioni di euro. Eppure l’insediamento resta lì, fronte mare, desolatamente vuoto. E mentre il suo valore sfiorisce, l’istituto è costretto a spendere centinaia di migliaia di euro perché non cada a pezzi. L’ultraventennale vetustà regna sovrana pure nel vecchio centro estivo sull’isola del Lido di Venezia, località Alberoni, al confine con l’esclusivo circolo del golf. Sulle colline intorno a Pistoia c’è, invece, lo sterminato ex complesso per la villeggiatura dei postelegrafonici a Prunetta, con annesso Grand hotel in malora. Lustri di trascuratezza, razzie e vandalismi: e oggi i 60 mila metri cubi di cemento sono in condizioni avvilenti. Intanto, la quotazione dei fabbricati è scesa a 6,8 milioni. Di poco inferiore il valore iscritto a bilancio per l’ex colonia marina «Rosa Maltoni Mussolini» di Giulianova, nata nel 1936 per le cure talassoterapiche e dedicata alla madre del Duce. Nonostante l’invidiabile posizione vista Adriatico, cade letteralmente a pezzi. La stessa, ingloriosa, parabola ha avuto l’ex sanatorio per la cura della tubercolosi, a Montecatone, sui colli bolognesi. Inaugurato da Benito Mussolini, è chiuso da vent’anni. Finito nel dimenticatoio, s’è rifatto una solida fama di luogo impestato dai fantasmi, tanto da attrarre comitive di turisti dell’occulto. Un rifugio dei pensionati trasformato in luogo esoterico. Che, a dispetto della sopravvenuta cupezza, vale ancora 3,8 milioni.

Sul versante montano, invece, si segnala la trapassata colonia di Gambarie, cime dell’Aspromonte. E quella di Fai della Paganella, ammaliante paesino del Trentino-Alto Adige, proprio di fronte alla partenza delle seggiovie. Oggi l’ex centro per le vacanze ha assunto le sembianze di ecomostro. «La società che gestisce gli impianti di risalita vorrebbe comprare la struttura e riqualificare l’area» spiega sconsolato il sindaco, Gabriele Tonidandel. «Lo scorso settembre abbiamo scritto all’Inps» aggiunge. «Ci ha risposto che l’immobile deve essere venduto, ma che bisogna valutare tutte le proposte». Fiutando odore di calende greche, il sindaco trentino ha sollecitato un confronto con i vertici dell’istituto. Invano.

Rinviato a data da destinarsi pure l’incontro che, dopo anni di inascoltate denunce, il battagliero presidente di Adiconsum Brianza, Marzio Galliani, aveva ottenuto con Boeri il 22 gennaio 2018. Tema del colloquio: il destino dell’ex clinica Santa Maria di Seregno, una ventina di chilometri da Milano, chiusa da 25 anni. Storiella emblematica, quella dell’ex casa di cura. Nel 1992 viene comprata dall’Inps. Doveva diventare la sede centrale per la Brianza nord. E avrebbe permesso di chiudere quattro costose sedi periferiche sparse per il territorio. Intendimento lodevole e razionale. Ma mai attuato. Un quarto di secolo più tardi, la clinica è un rudere. L’Inps, dunque, continua a pagare: l’Imu, i ponteggi che da 15 anni sorreggono la vecchia struttura e soprattutto i 250 mila euro annui necessari per l’affitto degli uffici sparsi per il territorio, mai abbandonati. Nel mentre, il valore dell’immobile è precipitato a 2,6 milioni di euro. Così l’ente ha usato i soldi dei pensionati. Galliani però non si scoraggia: «L’anno scorso abbiamo avuto l’ultimo incontro con il responsabile regionale. Sa cosa c’ha detto? Non possono né vendere, né affittare, né dare in comodato. “E allora?” ho chiesto io. “Si consoli” m’ha risposto il dirigente. “Abbiamo situazioni peggiori di questa”».

Insomma: mal comune, mezzo gaudio. Villa Marioni Pullè è uno splendido edificio seicentesco, con attiguo parco secolare. La contessa Elvira Ponti Maniscalchi Erizzo la donò all’Inps nel 1919. Mal gliene incolse. Il suo lascito è in completo abbandono da 50 anni, in perpetuo sfregio al patrimonio artistico italiano. A luglio del 2016 l’allora sindaco di Verona, Flavio Tosi, firmò proprio con Boeri un protocollo d’intesa per recuperare la tenuta. Ennesima e vana promessa. Adesso però l’istituto assicura che si fa sul serio: «Rinascerà». Speculare giuramento a Pesaro, dove Villa Marina, superbo palazzo sul lungomare della città, è in vendita a 18 milioni. L’asta, però, è andata deserta.

Alcuni di questi immobili sono passati lo scorso giugno al Fondoi3-Silver, creato dall’Inps e da Invimit, partecipata del ministero dell’Economia. Sono i complessi di Venezia, Verona, Giulianova e Spoleto. Diventeranno, giura l’istituto, «strutture socio assistenziali». Moderne case di riposo, magari. Vastissimo programma. Da lustri si discute di imminenti recuperi. Nei cassetti dell’Inps continuano a prendere polvere corpose relazioni di «prefattibilità tecnica». Annunciano riconversioni degli ex centri di vacanza. In testa ai documenti, si scorge la data dei progetti: 29 gennaio 2008.

Il ballo del mattone tra l’Inps e un fondo di sua proprietà non è però un’isolata mossa del cavallo. Altri 79 immobili, per un valore di 276 mila euro, sono stati già trasferiti a un altro fondo: i3-Inps, ancora partecipato da Invimit. Insomma, l’Inps affida i suoi investimenti a una società che già si occupa, con alterne fortune, della «valorizzazione» dei beni pubblici. Il piano, approvato ad aprile 2017, prevede però ben di più: la «completa dismissione del patrimonio immobiliare da reddito». Fiato alle trombe. Dopo decenni di traccheggiamenti, stavolta la musica cambia: «È qualcosa che fa bene al Paese» esulta Boeri. «Da una parte riduce il debito pubblico, e dall’altro lato migliora l’efficienza dell’istituto». Fuori tutto, dunque. Venghino, signori, venghino.

Il piano prevede incassi per 90 milioni nel 2018. Ma il 27 giugno del 2018 il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps è costretto a rivedere le ottimistiche stime. Gli introiti previsti inizialmente sono quasi dimezzati: da 90 a 50 milioni. Ma qual è stato il vero consuntivo di fine anno? Panorama l’ha chiesto all’Inps. E la risposta non è stata confortante: «Gli incassi realizzati a oggi sono stati di circa 19 milioni». Ovvero: quasi un quinto di quanto programmato da Boeri. Bottino magrissimo. Non proprio un canto del cigno per il professore bocconiano, alla vigilia della scadenza del suo mandato. L’ente previdenziale dettaglia le operazioni più cospicue: 54 appartamenti in via Impruneta, a Roma, ceduti agli affittuari che già li occupavano per 3,5 milioni. All’asta, invece, sono stati aggiudicati quattro immobili a Torino per 3,2 milioni. E l’ex centro vacanze di Villa Faro a Messina per 2,8 milioni.

L’oceano svuotato con un cucchiaino. Perché il patrimonio previdenziale del mattone, stimato alla fine del 2017, è di quasi 3,1 miliardi. Una piccola parte, che vale circa 600 milioni, viene usata dall’ente. Il resto degli immobili dovrebbe essere messa a reddito: con le vendite o gli affitti. A garanzia delle nostre pensioni, appunto. Complessivamente, si contano più di 30 mila proprietà. Meno della metà sono unità secondarie: box, posti auto, cantine. Poi ci sono 3.500 uffici e negozi, 1.500 magazzini e un migliaio terreni. Il conquibus più sostanzioso sono però palazzi e appartamenti: 11 mila case, che valgono 1,2 miliardi. Peccato, però, che almeno 4 mila abitazioni siano sfitte o occupate abusivamente, scrive la Corte dei conti. Che, a gennaio del 2018, ha bocciato la gestione dell’istituto. Il rendimento netto è negativo. Per semplificare: questo vasto patrimonio non solo non ha fruttato. Ma c’è costato 117 milioni solo nel 2016. Nell’attesa dell’imminente nuova relazione dei magistrati contabili sulle traversie immobiliari della nostra previdenza, dal consuntivo 2017 si apprende che: 11,8 milioni sono stati spesi per la conduzione e la vendita degli immobili già cartolarizzati; 3,8 milioni per la manutenzione straordinaria; 3,6 milioni per la gestione del patrimonio. Infine, un ultimo milioncino è stato destinato alla «valutazione del patrimonio immobiliare da dismettere»: improbo compito che nessuno della sterminata pletora dei dipendenti s’è sentito di assumere. I

l vero inciampo sono però le gli affitti. Dai dati elaborati da Panorama, gli ultimi disponibili, l’Inps nel 2016 ha racimolato 48,5 milioni dai suoi 9.311 immobili locati. Il resto delle unità, più di 20 mila, sarebbe quindi vuoto: con un contratto scaduto, oppure occupato abusivamente. Eppure, nonostante gli smisurati possedimenti, l’ente spende ben 87 milioni per affittare, a sua volta, 433 sedi: uffici che si aggiungono a quelli di proprietà. Un contrappasso impietoso. Nel mentre, da Bolzano ad Agrigento, migliaia di immobili restano sfitti. Dagli angoli più reconditi d’Italia a quelli più urbanizzati, la solfa non cambia: «Non utilizzato» scrive l’istituto nello sterminato elenco dei fondi del suo reame. In Calabria l’Inps ha 640 proprietà, ma solo 72 sono affittate: l’11 per cento. Pensate, dunque, che sia il solito e scalcagnato Meridione? Nossignore. Il grande e democratico Inps non fa distinzioni. Nell’austero Piemonte conta 691 unità, da cui ricava appena 62 pigioni: nemmeno il 10 per cento dei cespiti.

Le cose non vanno meglio in alcune delle più importanti città italiane. A Firenze, l’Inps possiede 683 immobili di varia natura, per un valore che supera i 100 milioni di euro. Eppure racimola appena un milione di euro all’anno di locazioni. In compenso, paga 1,6 milioni per gli uffici della sua direzione provinciale in viale Belfiore. Uguale solfa a Bologna: 2 milioni di euro di «affitti attivi» all’anno e 2,6 milioni di «affitti passivi», per locare la sede provinciale di via Gramsci. O a Genova, dove l’istituto possiede palazzi di enorme valore. Come quello in corso Italia 30, a pochi passi dal mare. Un’imponente castello urbano con venti sontuosi appartamenti. Vale 18 milioni di euro, ma è semivuoto. Così frutta poco più di 2 mila euro al mese: quanto la pigione di un trilocale a Milano... Uno sperpero dopo l’altro. E un brivido che corre sulla schiena: le pensioni degli italiani saranno davvero in buone mani? 

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