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L'Ilva di Taranto (Getty Images).
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Cronaca

Ilva: un'altra inchiesta a tesi di Report

Questa volta la trasmisisone di Rai 3 si è concentrata sullo stabilimento di Taranto.

La puntata parte già con una insinuazione errata. All’inizio vengono intervistati i mitilicoltori di Taranto, che meno di un mese fa hanno subito l’ultimo di una serie costante e mai interrotta di sequestri da parte della Guardia costiera: 45 tonnellate di cozze allevate abusivamente in una parte del mar piccolo vietata alla coltivazione perché inquinata.

«Vicino alla ex Ilva» dice subito il servizio, lasciando intendere che la colpa dell’inquinamento di quella zona sia del siderurgico. Mentre è dimostrato negli anni non solo dai processi, ma anche dalle ricerche approfondite effettuate da Vera Corbelli, Commissario straordinario alle bonifiche cacciata dai 5 stelle, che ben altra fonte ha quell’inquinamento. Oltre alle migliaia di tonnellate di carcasse di automobili, fusti radioattivi, e rifiuti di ogni tipo, ci sono 200 scarichi a mare tra cui quelli di depuratori dei comuni limitrofi. Ma la maggior parte dell’inquinamento e dei pcb derivano dall’arsenale della Marina, e dal passaggio ancora in corso di grosse navi militari o lo stazionamento di bombe di amianto come la Vittorio Veneto che solo l’anno scorso dopo anni ha lasciato il Mar piccolo per essere smantellata in Turchia.

Report utilizza un sistema d’inchiesta complottista, partendo cioè da una tesi di fondo comune a tutte le puntate: le agenzie di controllo non fanno i controlli. In questo modo tutto viene messo in discussione poichè, confutando la veridicità di analisi e dati degli enti regolatori, che dai giornalisti di Report vengono sostituite da opinioni o studi non espressi da organismi istituzionali di valutazione ma da esperti alternativi di cui è piena la rete, viene meno tutto il metodo scientifico su cui sono basate le decisioni normative, legislative e giudiziarie.

Così se sui vaccini mette in discussione Aifa, su Ilva mette in discussione Ispra e Arpa Puglia, le uniche due agenzie poste a controllo dei dati rispettivamente sul rispetto dell’Autorizzazione Integrata Ambientale e della qualità dell’aria. Se quindi Arpa e Ispra mentono, o comunque non fanno bene quanto dovrebbero, o danno dati falsati, il telespettatore non crede più a nulla, e gli unici dati ufficiali, validati e veri posti a riferimento delle norme, non possono essere utilizzati per confutare la tesi di Report.

A riportare la tesi complottista nella puntata su Ilva è l’ingegnere Barbara Valenzano, custode giudiziario dell’area a caldo dal 2012. Che è appena stata liquidata dalla procura di Taranto, solo per il primo anno di attività, per una cifra superiore al miliardo di lire a cui andrà aggiunta la spettante parte per i successivi otto anni ancora in corso. La custode giudiziaria afferma di aver visto pochi controlli. In realtà le attività di vigilanza di Ispra vengono relazionate e pubblicate ogni sei mesi sul sito dell’agenzia in seno al Ministero dell’ambiente. Solo nel primo semestre del 2021 sono 12 le ispezioni effettuate per la verifica delle prescrizioni imposte dal piano ambientale, tutte attuate o in corso nel rispetto dei tempi previsti.

I campionamenti di Arpa invece sono continui. Per farli, oltre ai biomonitoraggi e alle centraline mobili (una ad esempio nel 2019 posta nella scuola Deledda inquadrata da Report, attestando buon livello qualità dell’aria) utilizza le centraline fisse a campionamento continuo verificabili da chiunque in ogni momento online. Secondo la tesi riportata dalla trasmissione, le centraline Arpa di Taranto non sono adatte al controllo dell’inquinamento industriale, ma per il traffico. Per chi da anni segue le vicende Ilva sa che questa è una storica tessi dell’ingegner Valenzano che, ai tempi responsabile dipartimento ambiente della regione Puglia oltre che custode giudiziario, scrisse al Ministero dell’ambiente che le centraline della stessa regione Puglia non erano attendibili per Ilva.

Il 29 gennaio 2018 le rispose il direttore generale del Ministero: «Appare a dir poco sorprendente che solo oggi codesto Ufficio si accorga di quanto lamentato, che attiene in sostanza a presunte (e, se accertate, oltremodo gravi) omissioni della stessa Regione Puglia o dei suoi enti strumentali e contestare oggi la valenza ai fini del monitoraggio delle ricadute industriali dei dati di centraline i cui valori sono stati ampiamente usati dalla Autorità giudiziaria a supporto di tesi accusatorie avverso gli effetti nocivi delle attività industriali di Ilva, da codesta stessa Regione per l’elaborazione del Piano per la tutela della qualità dell’aria nel quartiere Tamburi, e conseguentemente, da questo Ministero per istruire le ultime autorizzazioni ambientali per il medesimo stabilimento a partire dall’AIA 2012». In sostanza, se quelle centraline non fossero attendibili, tutto il processo Ambiente svenduto verrebbe meno, essendo fondato proprio sui dati con esse raccolti.

Gli stessi enti, gli unici atti a farlo, che dal 2012 ci dicono che lo stabilimento Ilva di Taranto rispetta tutte le norme sui limiti emissivi e la città di Taranto altrettanto, registrando ogni anno un calo costante. Limiti che diversamente da quanto riportato da Sigfrido Ranucci, non hanno per Ilva nessuna deroga. Vige per lo stabilimento e la città di Taranto la stessa identica legge sulla qualità dell’aria europea che vale in tutto il continente. «Come per il 2019, anche per l’anno 2020 si riferisce che nessun limite di legge previsto dal D.Lgs. n.155/2010 è stato superato, sia per tutti gli inquinanti gassosi rilevati dalle reti fisse di monitoraggio della qualità dell’aria, che per il PM10 e il PM2.5» si legge nel rapporto sulla qualità dell’aria 2021 di Arpa Puglia. Le concentrazioni annuali di PM10 misurate nelle centraline della qualità dell’aria della città di Taranto hanno mostrato livelli paragonabili negli anni, in decremento a partire dal 2012 nelle stazioni del quartiere Tamburi.

«Tale diminuzione» scrive l’agenzia regionale, «può essere dovuta, sia alla riduzione della produzione industriale degli ultimi anni, che a una serie di misure di risanamento messe in atto a partire da settembre 2012 e volte a limitare il carico emissivo industriale nei cosiddetti “Wind days”, giorni di elevata ventosità, in cui l’agglomerato urbano si trova sottovento al polo industriale». Riguardo a queste giornate di vento forte Report mostra le famose immagini della polvere rossa sollevata, cosa che non accade più da quando lo stabilimento di Taranto, unico al mondo, ha completato la chiusura della copertura dei parchi minerari. Tant’è che sempre Arpa in una relazione dedicata esclusivamente ai rilevamenti nei giorni di Wind day scrive: «Dall’analisi dei dati degli IPA totali è possibile concludere che nel quartiere Tamburi, le concentrazioni di Ipa nei giorni ordinari sono maggiori o uguali a quelle che si registrano nei wind day; durante i wind day la concentrazione degli Ipa rimane stabile nella centralina di via Machiavelli, ma tende a diminuire nelle centraline di via Orsini e Talsano».

Questo andamento può essere riconducibile alla presenza di un'importante sorgente locale di Ipa, specialmente in via Orsini, dovuta al traffico veicolare ed allo stazionamento degli autobus nell’area circostante la centralina. Tale sorgente emissiva predomina in condizioni di calma di vento o vento debole. «Nel corso degli anni» conclude Arpa, «lo scenario emissivo dell’area industriale di Taranto è variato. La riduzione delle emissioni legate al comparto industriale ha ridotto le criticità che nel 2012 portarono all’adozione del Piano di risanamento e del sistema previsionale sui wind day, pertanto Si segnala l’opportunità di un riesame del Piano e delle le misure di salvaguardia in esso contenute» non essendo dunque più necessarie le misure ivi previste, che comportano anche per Ilva la riduzione in quei giorni del 10 per cento della produzione.

Mentre sul Benzoapirene scrive: «Dal 2013, le concentrazioni di B(a)P a Taranto sono paragonabili a quelle delle altre città pugliesi (ad esclusione del sito di Torchiarolo-Don Minzoni in provincia di Brindisi, più alto). I livelli di B(a)P sono drasticamente calati dal 2013 nel sito Machiavelli, dove sino al 2011 si registravano concentrazioni medie annue superiori al valore obiettivo. Quest’ultimo sito, collocato a ridosso dello stabilimento ex Ilva, ha quindi risentito sensibilmente della riduzione delle emissioni inquinanti dovute principalmente alla riduzione dei livelli produttivi di Ilva, ed anche da quanto previsto dal Riesame AIA. Tale significativo effetto di riduzione nella stazione di Machiavelli non è stato registrato, nella stessa misura, presso il sito Talsano classificato come “fondo”, per la sua elevata distanza dal complesso siderurgico».

Infine una sorpresa: «la deposizione di solidi totali rilevata presso le postazioni Scuola G. Deledda, Scuola U. Foscolo in Talsano (sito di fondo), Tamburi - via Orsini e AGL2 – ex ILVA mostra variazioni rispettivamente del -58%, -22%, -1% e -32%, mentre fa registrare un aumento del +8% la postazione “Autorità Portuale” aprendo una riflessione sulle navi da crociera che da un anno arrivano in città con grande accoglienza dei tarantini e dell’amministrazione comunale, mentre nel resto del paese vengono allontanate come mostri impattanti di inquinamento».

Quanto a Ispra invece, attraverso le ispezioni il 19 novembre con rapporto di attività di vigilanza ha verificato sullo stato di avanzamento degli interventi alla dismissione delle Batterie 5 e 6, l’11 ottobre ha certificato l’avvenuta messa fuori produzione batteria 12, la copertura pressoché conclusa dei treni nastri, e che AFO3 è stato in parte smantellato recentemente per fare posto al nuovo impianto di trattamento delle acque di processo degli altoforni completato nel dicembre 2020, ed è tuttora in corso lo smantellamento della restante porzione d’impianto. Tutto questo mentre invece in altri siti siderurgici dove sono stati spenti gli altoforni, tipo Trieste e Piombino, non sono ancora stati smantellati.


Ispra inoltre ha certificato che la media annuale dei valori di diossine/furani rilevati al camino E312 registra, sulla base dei dati riferiti ai primi 4 mesi dell’anno 2021, un apprezzabile decremento rispetto al biennio precedente (2019-2020). Le medie annuali continuano a mantenersi al di sotto del valore limite previsto dall’AIA, «con la realizzazione - scrive l’agenzia- entro la fine del 2021 del nuovo filtro a manica per il trattamento delle emissioni al camino E312 a servizio della linea “E” dell'impianto di sinterizzazione, si prevede un appiattimento dei valori per rispettare il nuovi limiti di emissione».

Quanto ai dati sanitari sulle malattie, Report diffonde quelli fino al 2011 senza neppure dire l’anno a cui si riferiscono. Mentre l’ultima Valutazione integrata del rischio sanitario redatta nel 2021 da Arpa e Asl per il ministero dell’ambiente dice: «Esaminando gli andamenti dei tassi di ospedalizzazione, si osserva che i valori relativi alle patologie individuate dallo studio Sentieri come associate all’inquinamento ambientale del SIN appaiono tutti in decremento, la presente rapporto di Valutazione di Danno Sanitario evidenzia che le misure delle concentrazioni ambientali dei contaminanti di interesse per il rischio inalatorio non superano, per gli anni considerati 2014-2019, i livelli fissati dalle norme».

«Nell’intera area in studio» leggiamo dal documento dell’agenzia, «le stime di decessi attribuibili si riducono sotto l’unità per il tumore polmonare e per le malattie respiratorie, mentre in riferimento alle malattie per cause cardiovascolari si registra, in media, un valore di 1,2 decessi/anno attribuibile al PM10 e di 1,6 decessi/anno attribuibile al PM2,5. Tali stime risultano inferiori a quelle ottenute nel precedente studio VIIAS». Che sono comunque alte, volendo arrivare all’obiettivo di zero morti per inquinamento, ma, prosegue il documentom «si specifica che la presente relazione, se da un lato completa la valutazione del quadro emissivo riferito a 6mln ton/anno di acciaio, è riferita ad uno scenario ante operam» essendo dunque nel frattempo state completate molte prescrizioni del piano ambientale e non arrivando mai a 6 milioni di produzione. Quindi certamente il valore reale del rischio sanitario attuale è più basso.

Del resto, Report sbaglia anche nel ripetere la pappardella che a Taranto bisogna scegliere tra lavoro e salute. Non è cosi da quella famosa sentenza del 2013 con cui la Corte Costituzionale ha stabilito che non esistono diritti tiranni e che tutti devono essere equilibrati. E nel caso di ilva l’equilibrio tra diritto al lavoro e alla salute è appunto fornito dal piano ambientale. Infine Report intervista Michele Emiliano che dice la fabbrica non sarebbe dovuta andare ad ArcelorMittal già leader del mercato (che ha vinto una gara europea). Una strana convergenza, infatti, che portava il presidente della regione Puglia ad essere d’accordo con Matteo Renzi che come lui non ha mai negato di tifare per Jindal (guidata in Italia da Marco Carrai) che come abbiamo raccontato non riesce neppure a investire 100 milioni per un forno elettrico a Piombino, lasciando quella acciaieria in condizioni peggiori di quelle di Ilva.

Il solito metodo già visto delle inchieste a tesi, ma rispetto alle puntate sui vaccini la differenza è che mentre Report ci ha messo una settimana per passare dalla tesi della terza dose per il business delle case farmaceutiche a quella del troppo ritardo nel seguire il modello israeliano, su Ilva si è contraddetta nella stessa puntata passando dal «non ha mai smesso di inquinare» di apertura trasmissione, al «decide volutamente di non produrre passando da 10 milioni di tonnellate annue di acciaio nel 2012 agli attuali 3,5». Fosse anche vera una delle due tesi, non potrebbe esserlo l’altra.

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