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Lavoratori Embraco a Torino in attesa di consegnare una lettera a Sergio Mattarella il 12 novembre 2021 (Ansa).
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Cronaca

Fine ingloriosa dell'ex Embraco: in arrivo i licenziamenti collettivi

Svanito il miraggio di una reindustrializzazione, ai lavoratori piemontesi sono stati offerti 7.000 euro a testa.

«Approvata oggi dal Ministro Lavoro la proroga del programma di Cassa integrazione guadagni straordinaria per cessazione di attività, dal 23/07/2021 al 31/12/2021, per i lavoratori della Embraco (ventures in fallimento)». Lo annunciò con un tweet il 3 agosto Andrea Orlando, come fosse un successo da festeggiare.

Servì un decreto ad hoc per una cassa integrazione straordinaria che non si poteva avere essendo già in deroga, ma fu giustificata dal ministro con il tempo minimo necessario per trovare, dopo tre anni dall’ultimo giorno di lavoro, una soluzione: «il governo sta assumendo delle misure che affronteranno in modo strutturale le condizioni di queste realtà che hanno avuto ritardi nei processi di reindustrializzazione, per questo motivo avranno qualche mese in più per provare a ripartire”.

Questi mesi in più sono passati, e come qualcuno aveva sospettato, non è stata trovata nessuna soluzione. Come spesso è difficile trovarne per quei lavoratori a cui si concede la cassa integrazione, con l’ultima riforma Orlando divenuta sistemica, per causale di cessazione attività. Davvero come sia giustificabile o anche solo pensabile che si offra la cassa integrazione, ammortizzatore sociale per definizione temporaneo e utile ad affrontare momentanei periodi di crisi, ai lavoratori di un’impresa che ha definitivamente cessato l’attività, resta un mistero. E tutto ci saremmo aspettati tranne che venisse varato in un governo guidato da Mario Draghi.

Infatti come volevasi dimostrare i mesi sono passati e sono stati utili con la cassa integrazione solo per la sinistra a vincere le elezioni a Torino, ma di reindustrializzazione neanche l’ombra. L’ultima idea geniale era venuta proprio a Enrico Letta, che sotto la mole per la campagna elettorale aveva prospettato come soluzione per la ex Embraco una joint venture fra due aziende decotte: la Ventures e la Acc di Belluno in amministrazione straordinaria. Che con Invitalia dovevano mettere insieme la Italcomp.

Ci aveva creduto anche la sottosegretaria 5 stelle delegata ai tavoli di crisi, Alessandra Todde, che pronta aveva twittato: «L’Italia torna a fare politica industriale costruendo un polo del compressore che diventi un campione europeo e che salverà 700 lavoratori». Fu il ministro Giancarlo Giorgetti a spegnere presto gli entusiasmi di entrambi: italcomp non esiste.

Cosi vinte le elezioni per il centro sinistra, sono partiti i licenziamenti. Esattamente come a Napoli per Whirlpool. Con una sola differenza: Whirlpool ha dato 95.000 euro a testa di buonuscita ai lavoratori che entreranno in due anni di Naspi, e 25.000 per quelli che hanno accettato l’offerta di lavoro allo stabilimento di Varese. Quelli di Embraco invece prenderanno solo 7.000 euro.

Il tribunale fallimentare di Torino ha dato il via libera alla proposta di concordato presentato da Chieritalia e la curatela per la liquidazione dei creditori con i soldi rimanenti del fondo Escrow (circa 9 milioni di euro). Nel piano del concordato, una volta liquidati i debiti, compresi i 700 mila euro per le spese della curatela fallimentare, per i 391 lavoratori dello stabilimento di Riva di Chieri rimarrebbero circa 7.000 euro lordi a testa.

E se non accetta almeno il 90% dei lavoratori, rischiano di non prendere neppure quelli. La risposta di ogni singolo operaio dovrà arrivare entro il 20 dicembre se si rifiuta, altrimenti vale il silenzio assenso. Del resto anche prima delle elezioni a Napoli Orlando aveva promesso ai lavoratori «nessun licenziamento» e invece puntualmente scaduta la cassa integrazione, sono arrivate le lettere. Tant’è che il giorno dell’ultimo tavolo per l’accordo tra Whirlpool e i sindacati, quello della buonuscita, nessun politico, né ministri, né il presidente della regione o il sindaco, si è presentato, abbandonando i lavoratori dopo le tante promesse.

E l’unica soluzione che riesce a paventare ora la politica dinanzi a queste crisi ataviche è sventolare lo spauracchio di una norma anti delocalizzazioni che prevede sanzioni fino al 2% del fatturato, la restituzione con gli interessi degli incentivi, e l’obbligo per l’azienda di cercare un compratore con procedure mirate alla salvaguardia dell’occupazione e del valore del sito. Esattamente ciò che aveva fatto Whirlpool con Venture.

Come è andata a finire lo stiamo vendendo in questi giorni. Resta l’amaro in bocca di chi tre anni fa non ha accettato la buonuscita offerta da Whirlpool di 60.000 euro, credendo all’illusione data dal governo di una reindustrializzazione che non solo non c’è stata, ma ha tolto a quei lavoratori altri tre anni di opportunità per cercarsi un lavoro.

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