Bare di deceduti di coronavirus nella chiesa di Ognissanti a Bergamo il 18 marzo 2020. (Tiziano Manzoni/ANSA)
Cronaca

Covid: ma come vengono conteggiati i morti in Europa?

Commento

Come noi avevamo scritto un mese fa, e come denuncia ora il ministro della Salute belga, le modalità di calcolo dei decessi per coronavirus nei Paesi Ue non sono standardizzate.

Panorama aveva sollevato il problema un mese fa. In un commento intitolato Coronavirus: le statistiche che distorcono la realtà, aveva osservato: «Per lo meno all'interno dell'Unione europea, è inaccettabile che non ci sia uniformità nella raccolta dei dati sanitari. A maggior ragione in presenza di una pandemia». Ora lo fa anche il ministro della Salute belga Maggie De Block: «In Europa nessuno conta i morti come gli altri».

Già, i morti. Sulla scena europea, i vari Paesi registrano percentuali di decessi da Covid-19 molto diverse fra loro. Secondo il sito Worldometers, oggi al primo posto nell'Ue per letalità da coronavirus c'è il Belgio, con una media di 445 morti per milione di abitanti. Seguito da Spagna (428) e Italia (376). Bassissima la percentuale tedesca: 52.

Una disparità che Panorama aveva già evidenziato il 20 marzo. «A proposito di Germania: perché il numero dei loro morti è così basso? Sul tema sto indagando» si legge nel commento a firma della scrivente. «Però tutti i miei contatti in Germania mi hanno riferito che nelle loro statistiche entrano i morti "di coronavirus" e non "con coronavirus", vale a dire quelli senza altre patologie. Ora, se l'Italia usasse questo criterio, dovrebbe considerare solo 0,8 per cento dei decessi totali perché, come ha dichiarato il presidente dell'Iss Silvio Brusaferro, "solo lo 0,8 per cento dei morti non ha già patologie". Ma lo 0,8 per cento di 4825 (il numero dei decessi al 22 marzo 2020) equivale a 38,6».

E se ora la Germania può vantare una cifra record di 1.700.000 tamponi fatti, un mese fa non era così. Secondo la pubblicazione scientifica online dell'Università di Oxford Our World in Data, l'Italia era il Paese al mondo che faceva più tamponi dopo la Corea del Sud (e prima della Germania). Quindi chi scrive aveva cercato di capire come fossero conteggiati i morti in Germania. Non riuscendo a trovare dati ufficiali, aveva chiesto aiuto a un'ostetrica italiana che lavora in un ospedale di Berlino. Alla ricerca di linee guida, l'ostetrica aveva cercato di capire con i colleghi come venissero classificati i morti da coronavirus. Ma i medici tedeschi le avevano risposto in modo poco soddisfacente: non esistevano linee guida e la causa della morte era definita dal singolo medico curante.

A quasi un mese di distanza, è fuor di dubbio che la risposta della Germania alla pandemia, che in poche settimane è passata da 28.000 a 40.000 letti di terapia intensiva, è stata indubbiamente efficace, tanto da aver ridotto la percentuale di contagio a 0,7. Un dato che indica che ora in Germania una persona positiva infetta in media meno di un'altra persona. Ma l'innegabile efficienza tedesca è sufficiente per giustificare una letalità così esigua, quasi nove volte più bassa di quella belga e oltre sette volte più bassa di quella italiana?

Certo è che la metodologia con cui i morti vengono conteggiati in Germania rimane ancora poco chiara. Il Robert Koch Institut (Rki, l'agenzia federale di controllo delle malattie) sostiene che ora vengono contati tutti i decessi, cioè quelli «di coronavirus» e «con coronavirus». Secondo la portavoce dell'Istituto, le persone decedute che non erano state sottoposte al test Covid-19 in vita, ma sospettate di essere morte di Covid-19, possono essere sottoposte al test post mortem. Tuttavia lo stesso Istituto sottolinea la necessità di evitare esami post mortem interni, autopsie o altre misure che producano aerosol, poiché anche i morti infetti sono considerati contagiosi. «In assenza di protocolli internazionali vengono effettuati meno test post-mortem che altrove, anche questo abbassa il numero dei decessi legati al Coronavirus» ha ammesso lo stesso direttore del Robert Koch Institut Lothar Wieler.

Ma, come scrive il quotidiano bavarese Merkur, «l'autorità sanitaria della città di Amburgo ha recentemente dichiarato che i decessi di Corona devono essere contati in modo diverso rispetto all'Rki. Presso l'Istituto, tutti i decessi in cui è stato rilevato il virus SARS-CoV-2 sono inclusi nel conteggio dei decessi. Ad Amburgo, sono inclusi nel conteggio dei decessi solo i deceduti di Covid-19».

Come commenta il sito della radio bavarese Bayerische Rundfunk, «questo fa anche pensare che le persone muoiano di o con il coronavirus senza essere incluse nel censimento, perché non vengono mai testate». Del resto, come sottolinea il sito austriaco Mimikama, che ha come motto «Prima pensare poi cliccare», «lo stesso Robert Koch Institut presume che le morti siano sottovalutate - cioè che muoiano più persone a causa di Covid-19 di quante ne vengano ufficialmente denunciate». Del resto, il presidente dell'Istituto Robert Koch, Lothar Wieler ha ammesso: «Il tasso di mortalità è piuttosto sottovalutato che sopravvalutato».

Per non parlare dei decessi avvenuti nelle case di riposo. Fino al 2 aprile in Francia gli anziani ricoverati negli ospizi che erano morti per Covid non rientravano nelle statistiche. Peggio ancora nel Regno Unito, che pur non essendo più Unione europea resta pur sempre Europa. Fino ad oggi gli anziani d'oltremanica ospiti delle case di cura deceduti per coronavirus non rientrano nelle statistiche: a partire dalla prossima settimana dovrebbero finalmente iniziare a essere registrati nel bollettino dei contagi.

Insomma, buio pesto. In questa situazione di totale incertezza sarebbe necessario che per lo meno tutti i Paesi Ue adottassero gli stessi criteri nella registrazione e nel conteggio dei decessi. Come ha detto la premier belga Sophie Wilmes, sotto attacco per la cifra spaventosa di morti nel Paese, il suo governo «ha fatto la scelta della totale trasparenza quando si è trattato di comunicare le morti collegate al Covid-19».

Lo stesso si può dire dell'Italia: al di là dei casi singoli, in particolare di quelli che si sono verificati nelle case di riposo, a livello nazionale il nostro Paese, con tutti i suoi limiti e manchevolezze, ha adottato criteri di trasparenza. Gli altri Paesi hanno fatto la stessa scelta? Se così non fosse, a 150 anni di distanza, la provocazione del premier britannico Lord Benjamin Disraeli sarebbe più valida che mai: «Ci sono tre tipi di bugie: quelle con le gambe corte, quelle con le gambe lunghe e le statistiche».

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