Cronaca

Camporini: "Questo cripto-pacifismo mette a rischio l'Italia"

L'ex generale ed ex capo di Stato Maggiore analizza l'attività da Ministro della Difesa di Elisabetta Trenta

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Luciano Tirinnanzi

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Si narra che, negli anni Settanta, il vertice di un apparato della sicurezza dello Stato poco prima di lasciare l’alloggio di alta rappresentanza, dove campeggiava un quadro d’autore d’immenso valore, lo abbia portato via e sostituito con una copia. Oggi quella «crosta» è sempre lì, a simboleggiare un malcostume italiano che, a giudicare dalla vicenda Trenta, è ancora in auge. Panorama intervista il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e della Difesa.

Il quale, alla domanda su Elisabetta Trenta, sospira: «Preferirei non commentare questa storia. Recentemente ho avuto un incontro con lei per ricucire il rapporto, dopo che aveva preso male una mia dichiarazione».

Cos’era successo?

Semplicemente non condivido la visione politica che ha espresso durante il suo mandato, perché rappresenta un cripto-pacifismo che non ha ragione d’essere nel mondo di oggi. Io ritengo necessario, per la protezione della nostra società, prendere le necessarie precauzioni tra cui la disponibilità di uno strumento militare adeguato ai possibili rischi. Una visione non condivisa da lei né dal governo precedente.

E dell’alloggio che non voleva lasciare cosa ne pensa?

Il problema della casa per i militari è tuttora molto sentito. Purtroppo, in passato, uno dei vezzi più comuni è stato pensare che, avendo ottenuto l’alloggio in ragione di un determinato incarico, il privilegio era perpetuo. Finisco il mandato? L’alloggio me lo tengo. Vado in pensione? Idem. Divorzio? Cambio casa, ma l’alloggio lo lascio all’ex moglie. Così facendo si è creata la figura giuridica dei «sine titulo», coloro cioè che occupano alloggi della Difesa senza averne diritto. Il problema è che contro questo malcostume abbiamo armi spuntate, cosicché del patrimonio immobiliare teoricamente disponibile per la Difesa è possibile poi utilizzarne solo una frazione.

Le è capitato mai di trovarsi in una simile situazione?

Credo che l’esempio debba sempre venire dall’alto. Le poche volte che ho avuto una casa di servizio, l’ho lasciata immediatamente a fine incarico. Guardi, può controllare: mi sono congedato il 17 gennaio 2011 e il 31 gennaio ho fatto il trasloco, giusto il tempo di mettere insieme le cose.

L’immagine delle nostre forze armate ne esce deteriorata?

Sì. Peraltro, nella nostra cultura, la difesa dello Stato non è mai stata espressione di orgoglio nazionale e di cura per mantenerne l’efficienza, come accade in Francia o Regno Unito. È un atteggiamento che risale agli anni della Guerra fredda, dove chi parteggiava per l’Est faceva di tutto per mettere in cattiva luce le forze armate, in quanto parte dell’Alleanza atlantica. È un retaggio che purtroppo ci portiamo dietro, e che tra i 5 Stelle ha trovato alimento.

Che ne pensa della capacità di governo grillina?

Ho ascoltato sia dichiarazioni pubbliche che discorsi fatti in ambienti ristretti, dove veniva messo in discussione persino il concetto di gerarchia militare. Cosa che nella Difesa è ovviamente un principio fondamentale. I rischi che tale mestiere comporta si possono affrontare con serenità solo se c’è una chiara linea di comando e altrettanta assunzione di responsabilità. Se si mette in discussione questa «catena» - cosa che mi è sembrato di percepire con molta chiarezza dagli esponenti del passato governo - si mettono a rischio le forze armate e il Paese stesso.

Al vertice del ministero preferirebbe un generale?

In linea di principionon ho alcuna obiezione. Storicamente però il miglior ministro della Difesa è stato per me Beniamino Andreatta, dunque un civile. Quando abbiamo avuto dei militari, vedi Domenico Corcione e Giampaolo Di Paola, nel primo caso non se ne è accorto nessuno. Mentre Di Paola, anche se molto bravo, ha preso decisioni che non ho affatto condiviso. La verità è, però, che bisognerebbe modificare per legge - e non serve cambiare la Costituzione - il mandato del consiglio supremo di Difesa, che oggi è organo di consulenza ma che per me dovrebbe diventare un organo decisionale. Nel passato troppe volte ho visto riunioni del consiglio in cui si dicevano certe cose e, appena finito, ognuno tornava a fare i fatti suoi. Ricordo che Giulio Tremonti non voleva avere alcuna influenza sulla sua gestione, anche dal punto di vista finanziario, perché lo considerava solo una simpatica presa di coscienza di opinioni altrui.  

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