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ANSA/ GUIDO MONTANI
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La Corte di Cassazione o di "scassazione"

In campo penale, nel 2014, ha emesso soltanto 7.821 sentenze di conferma del verdetto d'appello. Tutto il resto è finito in annullamenti. O nel nulla

Nessuno l’ascolta, forse nessuno vuole rendersene veramente conto. Ma da mesi la campana della Corte di cassazione sta suonando a lutto. Dong: l’ultimo, cupo rintocco è arrivato il 27 marzo, con l’assoluzione che ha mandato definitivamente liberi Raffaele Sollecito e Amanda Knox, per sette anni e cinque mesi processati e controprocessati per l’omicidio di Meredith Kercher.

Dong. Dong. Dong. Sentenza dopo sentenza, rintocco dopo rintocco, la Cassazione segnala che è morta la giustizia italiana. L’11 marzo la corte assolve Silvio Berlusconi dal «Rubygate», smentendo tutte le voci (di ambito giudiziario o di corridoio) che lo volevano comunque condannato per via di una  presunta corruzione giudiziaria sui testimoni di quello stesso procedimento.

Il 19 novembre 2014 la Cassazione stabilisce debba ritenersi «estinto per intervenuta prescrizione» il processo per il disastro doloso ambientale della Eternit contro Stephan Schmidheiny, il suo azionista che in appello si era beccato 18 anni: tutta colpa di un errore della pubblica accusa, che invece avrebbe dovuto ipotizzare l’omicidio plurimo.

Il 24 ottobre 2014 la Cassazione assolve gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana da un’accusa di frode fiscale per cui nel marzo 2014, in appello, erano stati entrambi condannati a un anno e sei mesi.

Sono i casi recenti e più eclatanti tra migliaia di giudizi che finiscono nel nulla dopo udienze dai tempi biblici, insopportabili gogne, infinite polemiche (e con elevatissimi costi sociali, economici e non). Ma sono soltanto la punta dell’iceberg di un disastro assoluto. Lo dimostrano le statistiche, inedite, relative al 2014.

Sui 53.374 procedimenti penali chiusi in Cassazione l’anno scorso, quelli morti preliminarmente perché giudicati «inammissibili» sono stati 32.549, più di sei su dieci. Ai 20.825 procedimenti penali sopravvissuti hanno contribuito in modo molto diverso accusa e difesa: i pubblici ministeri hanno presentato 2.465 ricorsi, ovviamente contro altrettante assoluzioni; in senso opposto, gli imputati hanno inoltrato 17.907 ricorsi; le due parti insieme ne hanno consegnati altri 453.

Bene. Volete sapere quanti di questi 20.825 procedimenti penali hanno meritato il «rigetto» della Cassazione, con una conferma definitiva della sentenza d’appello?

La risposta è 7.821, cioè il 14,7 per cento, uno su sette. La proporzione delle sconfitte è equanime: sono stati respinti il 15,4 per cento dei ricorsi dei pm e il 14,6 degli imputati. Nel 2013 la cifra era stata appena superiore, 8 mila sentenze definitive e bocciature equivalenti.

Tutto il resto, il che vuol dire poco meno di 13 mila fascicoli l’anno scorso e 10 mila nel 2013, è andato a finire in annullamenti, con o senza rinvio a un’altra corte, che in questo secondo caso ha dovuto rimettersi a giudicare sul già giudicato. È un po’ come pescare la carta del «fate tre passi indietro, con tanti auguri» del Monopoli o, se preferite, un immenso gioco dell’oca. Di certo è la concreta dimostrazione del fallimento della nostra giustizia penale.

Uno poi s’immagina che alla Suprema corte arrivino solo le questioni più importanti, i casi più gravi e complessi. Non è proprio così. Le otto sezioni della Cassazione, più la sezione feriale, nel 2014 hanno avuto a che fare con oltre 12.500 tra furti e danni contro il patrimonio; con 7 mila reati di droga; con 2.169 questioni di circolazione stradale; con 1.800 delitti contro l’onore o la famiglia. È una valanga di processini e processetti che sommergono la corte, la intasano, la soffocano. Insomma, è più che evidente che il sistema non funziona.

È come se al «Palazzaccio», così a Roma viene chiamata la Cassazione, ospitata in un edificio di marmo bianco che si affaccia sul Tevere, si pestasse acqua in un mortaio. Per arrivare ai temi più gravi, come l’omicidio e i reati di mafia, bisogna scendere nella classifica. Tra le circa mille sentenze relative a reati contro la pubblica amministrazione nel 2013 c’è stata anche quella relativa alla frode fiscale di Berlusconi, condannato il 1° agosto di quell’anno a quattro anni di reclusione (tre dei quali condonati). Un caso controverso, che i legali dell’ex premier oggi sperano possa essere rovesciato da un giudizio della Corte europea dei diritti dell’uomo: il verdetto europeo non dovrebbe tardare. Se accadesse, si stabilirebbe che la Cassazione non ha debitamente censurato alcune gravi violazioni del diritto di difesa lamentate dall’imputato, a partire dalla mancata audizione di un centinaio di testi.

Certo, gli eccessivi carichi di lavoro espongono i supremi giudici a errori di ogni genere. Con una media di 477 procedimenti a testa, i 112 togati della Cassazione devono fronteggiare una mole di atti unica al mondo. Alla Court de cassation francese, un numero di giudici equivalente, pervengono in media non più di 8 mila ricorsi penali all’anno; al Bundesgerichtshof tedesco non si superano i 3.500. Com’è possibile che da noi le cifre siano tanto superiori?

Nella giustizia degli altri Paesi, e soprattutto in quella anglosassone, tradizionalmente la più veloce ed efficace al mondo, i patteggiamenti bloccano dagli otto ai nove decimi del carico giudiziario. Negli Stati Uniti alla Corte d’appello e alla Corte suprema, statale o federale, finiscono solo i processi gravemente viziati: la causa principale è il mancato rispetto delle regole. Fece scuola il caso di un giudice che in udienza si era addormentato. «In più» sottolinea Giuseppe Di Federico, docente emerito di diritto penale a Bologna e già membro del Consiglio superiore della magistratura, «negli Stati Uniti e in Gran Bretagna le assoluzioni di primo grado non possono comunque essere appellate».

È una bella scrematura. In Italia ci provò Gaetano Pecorella, penalista di grido, docente di diritto penale a Milano e parlamentare di Forza Italia. Nel febbraio 2006 riuscì a fare approvare dal Parlamento una storica proposta di legge che escludeva il ricorso in Cassazione contro le assoluzioni ottenute in Corte d’appello. «Si basava su un principio della giustizia anglosassone» ricorda Pecorella «e cioè che il pm deve giocare tutte le sue carte subito, già nel primo grado. Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte stabilito che il processo d’appello debba essere celebrato sul merito delle accuse: però se io vengo assolto in primo grado ma poi vengo condannato in secondo, così non avviene. Perché la Cassazione non valuta le prove, si limita a un giudizio di legittimità».

La legge Pecorella fu però smantellata nel 2008 dalla Corte costituzionale. Ricorda Di Federico: «Stabilì che non rispettava l’equilibrio tra le parti e i principi del giusto processo. Da sbellicarsi dalle risate…». Già. Se solo nell’aria non risuonassero quei rintocchi a morto. Dong. Dong. Dong...

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