Congresso Pd: c'è chi dice no
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Congresso Pd: c'è chi dice no

La tentazione del Partito democratico che non vuole consegnarsi a Renzi: far saltare tutto

Tutto da rifare, o forse no. Tutto deciso, invece no. Il Pd, in evidente crisi d'identità e sull'orlo di una di nervi, esce dall'Assemblea nazionale del 20 e 21 settembre ancora più nel caos di come ci era arrivato: nessuna data definitiva per il Congresso nazionale (la decisione su quella dell'8 è stata rinviata alla direzione del 27 settembre), nessuna deroga o modifica alla Statuto, regolamenti ancora da approvare senza che qualcuno si sia mai preso la briga almeno di leggerli e correnti divise su tutto e sempre più agguerrite l'una contro l'altra.

A un certo punto della giornata di sabato sembrava fatta: la data per le primarie nazionali trovata, i cambi allo Statuto condivisi, il regolamento per il congresso scritto. Ma poi, come se un oscuro sortilegio avesse avvolto l'Auditorium della Conciliazione di Roma, tutto si è fermato. Nonostante una lunga e rodata liturgia, ci si è ricordati all'improvviso che nel grande partito aperto e riformista per cambiare, modificare, approvare serve il quorum (472 su 943) di un'assemblea tanto datata quanto stanca. E allora, veloce conta dei delegati presenti e via tutti a casa, tutti ad accusarsi, i bei discorsi dei futuri candidati alla segreteria buttati al vento, tutti contro tutti, insomma il solito Pd.

Alla vigilia dell'assemblea si trattava di decidere in quale domenica svolgere le primarie per la scelta del segretario nazionale tra l'ultima di novembre e la seconda di dicembre con la preferenza per il 24 novembre espressa dall'attuale segretario Guglielmo Epifani. Non un semplice dettaglio perché nessuna data è del tutto pacifica visto che votare prima o dopo può determinare destini personali, di partito, di governo. Non a caso il premier Enrico Letta, che ufficialmente si dice neutrale ma di fatto fa pesare eccome la propria posizione, prova a posticipare il più possibile in attesa di quello che sarà del suo governo. Letta, infatti, deve ancora decidere se candidarsi alla segreteria (nonostante la promessa a Giorgio Napolitano di non farlo) oppure puntare direttamente alla premiership in caso di elezioni anticipate già nella prossima primavera.

Ipotizzata la data dell'8 dicembre - dopo notti insonni, telefonate, minacce più o meno velate, scontri tesi e aspri (chiedere al duo Bersani-Fassino), abbracci e strette di mano - i più ottimisti sarebbero stati tentati di pensare che il più è stato fatto, che posata la prima pietra il palazzo sarebbe venuto su da sé. Poveri illusi! Se infatti pareva essere stata trovata la quadra sulla data del congresso nazionale, nessun accordo è mai stato raggiunto per quanto riguarda quelli territoriali e regionali.

Ed è qui che Matteo Renzi ha fiutato la sòla. Se l'assemblea non gli fosse stata tanto ostile avrebbe infatti immediatamente stabilito di votare per i segretari locali nello stesso giorno delle primarie per quello nazionale. E invece, approfittando del fatto che il sindaco di Firenze non può ancora contare su un numero sufficiente di dirigenti locali utile a garantirgli la futura governabilità del partito, la commissione per il regolamento (influenzata dall'attuale maggioranza filo-governista legata a Letta e Bersani) ha ipotizzato di anticipare le elezioni per le segreterie cittadine entro ottobre e per quelle regionali entro marzo facendo in modo di negare a Renzi il controllo del partito anche nel futuro.

Una strategia che svela la vera, ma inconfessabile, tentazione dei vari big democratici: non celebrare mai questo benedetto congresso e risparmiarsi così anche la fatica di sciogliere l'eterna querelle sulla coincidenza o meno tra segretario del partito e candidato premier.

Un nodo che era all'ordine del giorno dell'assemblea ma che non è stato nemmeno affrontato per mancanza del famoso quorum. Assenze pianificate, c'è chi dice, dal diabolico duo Veltroni-Bindi, chi dai bersani e dalemiani (ma secondo il giovane turco Matteo Orfini più dai bersaniani), chi dagli stessi renziani (ma non chiamateli cosi altrimenti, parola dello stesso Matteo, “li ricoverano per TSO e il quorum si abbassa ancora di più”). 

E tra un Giuseppe Fioroni che, per contarsi prima di convergere su Gianni Cuperlo, pensa di candidare il segretario regionale del Lazio Enrico Gasbarra, un Dario Franceschini sempre più consapevole della difficoltà a far votare tutti i suoi per Matteo Renzi e un Pippo Civati che sopravvive di rendita sulle inconcludenze altrui, la confusione raggiunge livelli parossistici, tutto si confonde, non si capisce più chi sta con chi, chi ha fatto cosa.

Ed Epifani? Un secondo dopo che il segretario ha assicurato che la data sarà l'8 dicembre, c'è chi rilascia interviste ricordando che a deciderlo sarà la direzione del 27 settembre.

Ci si crederebbe se il Pd fosse un partito normale. Ma non lo è.

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