Caso Hacking Team: l'azienda è bloccata
Caso Hacking Team: l'azienda è bloccata
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Caso Hacking Team: l'azienda è bloccata

Il ministero dello Sviluppo le vieta di vendere ed esportare i suoi prodotti anticrimine e antiterrorismo. L'ad Vincenzetti: "ma perchè solo a noi?"

Rischia l’azienda. Ma in definitiva tutti noi: senza saperlo, da qualche mese siamo esposti a qualche serio rischio in più. Perché il Tar del Lazio ha appena bocciato l’ultimo ricorso, e ora la Hacking Team, società milanese che produce sofisticati sistemi software d’intrusione utilizzati nelle indagini e nell’antiterrorismo dalle Polizie e dai servizi segreti di una quarantina di Paesi, compreso il nostro, è davvero nei guai: la sua attività è bloccata, non può lavorare, non può più vendere i suoi prodotti.

Il problema, però, è che nei guai ora ci sono anche gli inquirenti italiani, che con gli strumenti di HT (virus capaci di entrare in cellulari e computer degli indagati) hanno condotto alcune delle più clamorose inchieste e operazioni giudiziarie degli ultimi anni: dalla P4 a Mafia Capitale, fino ad alcuni dei più importanti blitz di prevenzione contro il terrorismo islamico.

A scatenare la crisi aziendale è stato il disastroso hackeraggio, subìto nel luglio 2015 e finito sui giornali di mezzo mondo, dal quale l'azienda era comunque riuscita a rialzarsi meno di tre mesi dopo. Ma poi, il 31 marzo 2016, il ministero dello Sviluppo economico ha revocato alla HT l’autorizzazione globale all'esportazione, che aveva concesso esattamente un anno prima, nel 2015.

Questa decisione, motivata con la “mutata situazione politica” in alcuni di questi Paesi, si è rivelata un ostacolo insormontabile per l’azienda: “Senza un’autorizzazione all'esportazione per ogni operazione” spiega Vincenzetti “non possiamo più consegnare ai Paesi extra-europei, che rappresentano la quasi totalità dei nostri clienti, alcun nuovo prodotto, né provvedere al suo tempestivo aggiornamento. I nostri clienti istituzionali extra-europei sono stati costretti a usare strumenti diversi, anche se di qualità assolutamente inferiore. Questo equivale al blocco totale del nostro lavoro. E potenzialmente alla fine dell’azienda”.

In effetti, è così: la revoca ministeriale di fine marzo ha cancellato di fatto il diritto per la HT di vendere liberamente i suoi prodotti in 46 Stati, elencati in ordine alfabetico dall’Australia al Vietnam. Ma è generica e sibillina sui motivi alla base della decisione: “Alla luce delle mutate situazioni in alcuni dei citati Paesi” si legge nel documento “e sentiti anche i ministeri degli Esteri, dell’Interno e della Difesa, ritiene più opportuno che da oggi la società utilizzi l’autorizzazione specifica individuale”.

È vero che tra i 46 Paesi ne compaiono alcuni dove la “situazione politica” può creare qualche apprensione, per esempio l’Egitto o la Thailandia. Ma la stragrande maggioranza degli Stati dell’elenco è al di sopra di ogni sospetto. E in alcuni casi (Australia, Svizzera, Stati Uniti, per citarne alcuni) si tratta di governi che non solo sono democratici al 100 per cento, ma anche stretti alleati dell’Italia.

Non si capisce poi la logica stessa del provvedimento. Se è la “mutata situazione politica di alcuni Paesi” a fare paura, perché il ministero dello Sviluppo Economico non blocca le operazioni soltanto con quelli? Perché ostacolare i rapporti della HT con tutti?

Vincenzetti protesta: “Chi ipotizza che il nostro software possa essere stato usato dai servizi dell’Egitto per controllare Regeni lancia accuse senza alcun fondamento. E poi, oggi, ci sono altre importanti aziende italiane del settore e delle armi che con Il Cairo continuano a fare affari: perché loro sì e noi no?”.

Per questo la società ha fatto ricorso al Tar del Lazio contro il ministero, chiedendo l’annullamento della delibera-blocco. L’Avvocatura dello Stato si è opposta con lunghe memorie difensive, mettendo insieme i veleni del caso Regeni con le campagne di stampa internazionali contro la HT.

Nell’ultima memoria difensiva, l’avvocatura dello Stato ha però sostenuto anche che “la revoca dell’autorizzazione globale individuale non costituisce un blocco delle esportazioni della ricorrente (cioè della HT, ndr), che potrà continuare a esportare il suo prodotto ricorrendo alle autorizzazioni specifiche individuali”. Il documento in difesa del ministero aggiunge testualmente che “finora ad Hacking Team non è mai stata negata nessuna autorizzazione specifica: dopo la revoca le ha ottenute tutte”.

Ma a queste parole Vincenzetti reagisce, tra l’indignato e lo stupefatto: “Non è vero nulla” dice. “Quel documento sostiene un falso assoluto: da quando ci è stata revocata l’autorizzazione globale, abbiamo presentato 17 richieste individuali, e a distanza di mesi, ancora oggi non abbiamo ricevuto nulla, se non una lapidaria comunicazione secondo la quale il Comitato consultivo, preposto alla valutazione delle nostre richieste, non ha espresso alcun parere. La nostra attività purtroppo è ferma e non abbiamo avuto alcun via libera su nessun Paese”.

Ora alla HT resta l’ultima mossa: un ricorso al Consiglio di Stato.

 

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