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Il Milan vince lo scudetto «provinciale» (e meritato)

Rossoneri campioni d'Italia, titolo numero 19 della storia. La visione di Elliott, i meriti di Maldini e Pioli e un trionfo che assomiglia a quello del Leicester di Ranieri: sorprendente, non miracolo.

Il Milan ha conquistato lo scudetto vincendo il duello tutto meneghino con l’Inter in un'ultima domenica tutta sul filo del rasoio. E’ il titolo numero 19 della sua storia, forse il meno atteso.; interrompe un digiuno lungo undici anni. Scudetto quasi miracoloso, artigianale. Provinciale, senza che il termine risuoni offensivo per un club di dimensioni mondiali, che sta risalendo la china del baratro in cui era finito una volta chiusa l’era Berlusconi, passato per le mani insicure di Yonghong Li e poi approdato nel porto sicuro di Elliott e del suo pragmatismo figlio di una cultura che doveva essere lontana dalle emozioni delle arene calcistiche e, invece, si è rivelata una formidabile strategia sportiva oltre che finanziaria.

Scudetto provinciale perché premio di una squadra partita con meno ricchezza rispetto alle avversarie. Stefano Pioli, artigiano di provincia anche lui e carriera finalmente coronata da una grande vittoria, ha allenato un gruppo con il quarto monte stipendi della Serie A: più o meno la metà della Juventus (180 milioni di euro), sensibilmente più basso dell’Inter (130 contro 100) e anche del Napoli. Bisogna tornare indietro al secolo scorso per trovare una circostanza simile, in un calcio in cui le classifiche le scrivono i fatturati e il denaro investito e troppo spesso gettato al vento.

Assomiglia alla Premier League del Leicester di Ranieri, lo scudetto del Milan. Una favola con solide fondamenta. Non è come lo scudetto di fine anni Novanta, quello targato Zaccheroni con una squadra che stava sprigionando le ultime scintille della propria grandezza: la sensazione è che questo Milan sia solo all’inizio di un ciclo e che abbia margini di crescita enormi per consolidarlo, sia in campo che in società. Gruppo giovane (età media intorno ai 25 anni), ancora acerbo come esperienza ma immensamente ricco di talento e predisposto al sacrificio e all’arte dell’applicazione. L’uomo simbolo è Sandro Tonali, milanista nell’animo e diventato pilastro grazie all’intuizione di chi lo ha voluto dal Brescia due anni fa, l’ha tutelato e protetto nei mesi difficili e lo ha accompagnato nella scelta di rinunciare a qualcosa pur di concedersi una seconda chance. Mentalità da capitano e qualità calcistiche enormi dentro un ragazzo classe 2000.

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E poi la personalità straripante di Mike Maignan, cui la maglia lasciata in eredità dal fuggitivo Donnarumma non è pesata neanche un grammo. E la crescita di Tomori e Kalulu, presi fuori dai soliti circuiti di mercato in linea con il nuovo modo di lavorare imposto da Elliott, tradotto da Ivan Gazidis nei corridoi di Milanello e Casa Milan e poi magistralmente interpretato da Paolo Maldini e Frederic Massara. Su loro, su Theo Hernandez (scelto sempre da Maldini e dai suoi tra gli scarti del Real Madrid), su Bennacer (pescato nell’Empoli retrocesso) e su Leao (l’unico pagato come un top ma nel momento giusto per scommetterne sull’esplosione) il lavoro di Pioli e di tutto lo staff è stato artigianale, quotidiano, lasciando che il talento maturasse anche a costo di assorbirne gli errori di gioventù. Che sono stati pochi, nel complesso, se è vero che dalla fine del lockdown il Milan ha frequentato costantemente le prime due posizioni della classifica senza mai scendere al di sotto della terza.

Nel giorno della gioia sfrenata, però, una riflessione va fatta sul modello di calcio oggi premiato dallo scudetto. Ci sono tifosi rossoneri che non vendono l’ora di scoprire cosa riserva il futuro, di tuffarsi nelle braccia della prossima proprietà (se ci sarà una nuova proprietà), di sognare un’estate di colpi milionari e ingaggi da top player, di prendere la scorciatoia e di chiudere l’era Elliott che viene considerata necessaria per dare solidità al club, ma senza una visione di grandezza. Sbagliano e il risultato di questa stagione lo dimostra.

Elliott ha portato in Italia un modello di football che dovrebbe essere copiato da altri, attento agli equilibri finanziari, sostenibile, privo di cedimenti e debolezze. Un anno fa l’addio di Donnarumma e Calhanoglu per un pugno di euro era stato circondato da scetticismo. Lo schema si ripeterà con Kessié e Romagnoli ma la strada è tracciata: una società è forte e funziona bene anche per quanto è capace di sottrarsi al ricatto di chi dal calcio drena risorse senza restituire valore. E’ una storia meravigliosa che il Milan torni a vincere lo scudetto proprio nella stagione nata da quelle ceneri; una lezione per tutti. Chiunque arrivi dopo, sarebbe un delitto cancellare il Dna impresso su tutto l’ambiente in questi quattro anni, dal crac di Li al pomeriggio di San Siro. Questo è anche e soprattutto lo scudetto di Paul e Gordon Singer e dei loro bracci operativi in Italia. Provinciale e multinazionale allo stesso tempo. Meritato, anche se la stagione è ruotata su mille episodi, decine di storie di campo, discese e risalite che la renderanno immortale per chi l’ha vissuta o accompagnata.

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