Attacco in Libia: la strategia di Renzi
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Attacco in Libia: la strategia di Renzi
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Attacco in Libia: la strategia di Renzi

Prima parla di guerra, poi di pace. Abile per disorientare gli avversari interni. Poco utile per essere credibile all'esterno

“Tripoli, bel suol d’amore…” per qualche giorno, a cavallo del week-end, è tornata in auge la vecchia canzoncina con la quale Gea della Garisenda infiammava le platee, comparendo in scena vestita solo del tricolore. Se si fosse presentata a Sanremo, avrebbe senz’altro stravinto.

Da molto tempo, non si sentiva in Italia tanto furore militaresco. Il Ministro Gentiloni, un uomo che solo a sentirne il nome evoca pacatezza e amabilità, proclama che siamo “pronti a combattere”, Roberta Pinotti, che somiglia più a una gentile professoressa di liceo che al maresciallo Graziani, ha già 5.000 uomini pronti a sbarcare in Africa per combattere l’ISIS… “Tripoli, terra incantata, sarà italiana al rombo del cannon…”

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È superfluo aggiungere che nella sinistra tanto furore militarista non trova tutti d’accordo. Dall’esterno del PD ha buon gioco Vendola ad indicare come “agghiaccianti” le prese di posizione di alcuni membri del governo . Ma è nel partito di Renzi che si muovono subito le colombe pacifiste: pertono per primi i cattolici, da Patrizia Toia, capogruppo degli Eurodeputati, a Beppe Fioroni (uno dei più influenti“grandi elettori” di Mattarella); ma anche il Responsabile Esteri, Enzo Amendola, e il Vice Segretario nazionale Debora Serracchiani corrono a parlare di “concentrare gli sforzi sul versante politico-diplomatico”.

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Solo alla fine, da vero leader, si pronuncia Matteo Renzi. Nella sostanza, ordina di riporre le armi corrusche, riporta la politica nazionale a più miti consigli, rimette le decisioni alle Nazioni Unite, tradizionale via di fuga della diplomazia italiana per non prendere posizione su nessun argomento. Ma nel frattempo si fa fotografare mentre è al telefono con il Presidente Egiziano Al-Sisi, che l’ISIS la combatte sul serio, con i cacciabombardieri (curiosa prassi, molto renziana, chiamare i fotografi mentre si fa una telefonata, e poi postare la foto sui social network), ringrazia Berlusconi per l’unità del Paese nel momento del pericolo, dichiara che l’Italia è pronta (se mai l’ONU decidesse…)

Una mediazione, più o meno obbligata, la sua? Forse la realtà è un po’ più complessa. C’è davvero qualcuno che crede che il duo Pinotti-Gentiloni, di stretta osservanza renziana, si sia mosso di sua iniziativa senza consultare il premier? O che gli interventi di Amendola e della fidata Serracchiani siano solo farina del loro sacco? L’interpretazione più diffusa è un’altra.

Il piccolo Machiavelli di palazzo Chigi è consapevole, come molti premier italiani, di non contare nulla nello scenario internazionale. Ma tiene disperatamente a mostrare di essere influente. E così prova a bruciare i tempi, intestandosi sia la guerra, che la pace. Con uno dei giochi di prestigio in cui è molto abile, si è messo in questa posizione: se un intervento armato sarà indispensabile, e l’Italia dovrà partecipare, potrà dire che il suo governo ne ha parlato per primo. Se la questione si trascinerà nell’ennesima melina diplomatica fra attori impotenti (ONU, Commissione Europea ecc.) potrà comunque dire che è la sua linea ad aver vinto.

Abile, per convincere i media italiani, e per disorientare gli avversari interni. Poco utile forse, per farci prendere sul serio dai veri protagonisti di una tragedia che ci riguarda da vicino.

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