Quegli applausi ipocriti al presidente
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Quegli applausi ipocriti al presidente

Li ha sgridati come un padre di famiglia che tira le orecchie a un figlio irresponsabile e loro si sono spellati le mani: è lo specchio in frantumi della politica e della sinistra italiana. Lo speciale sul Quirinale - Napolitano, la fotostoria

Come spiegare quegli applausi? Un battimani convinto e immediato, forse necessario, forse liberatorio, forse ipocrita. Forse tutto questo assieme. Gli applausi in aula dei parlamentari “sordi”, “inconcludenti” e “incapaci” nel rinnovare la politica, le istituzioni, la legge elettorale etc. etc. Gli applausi quando Napolitano li ha sferzati con quelle parole, con tono grave da padre severo e adirato che ha avuto la pazienza (lungimirante) di assistere agli errori dei figli, e adesso che i malnati sono tornati all’ovile con la coda tra le gambe, li può bacchettare, rimproverare, umiliare. E loro, a testa china, devono pure ringraziarlo della sfuriata, sanno che è il prezzo da pagare in cambio della sicurezza. L’hanno fatta così grossa, che il padre li soccorre per l’ultima volta. “Se mi troverò di nuovo davanti a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze davanti al paese”. Cioè si dimetterà o scioglierà le Camere (l’ambiguità è voluta).

Come un padre, Napolitano non esita a stigmatizzare anche la violenza di cui quei figli sono stati vittime (non del tutto incolpevoli) in questi giorni. Quella violenza che non è (ancora) fisica, ma che in nome di una fumosa democrazia diretta calpesta il concetto stesso di democrazia liberale. Non c’è futuro nella contrapposizione tra la piazza e il Parlamento, tra la Rete e la rappresentanza democratica. E qui gli applausi di deputati e senatori di questo nuovo “arco costituzionale” sono scroscianti, qui non c’è bisogno di pensarci su, questa è la rivalsa del figlio che si sente difeso dal padre (seppure adirato) e può spellarsi le mani. Ma il padre non si spoglia neppure adesso (anzi, soprattutto adesso) dei panni severi dell’educatore. Qui Napolitano si ferma, abbandona il testo e a braccio avverte che la critica ai grillini non deve giustificare applausi di “auto-indulgenza” negli altri. La colpa resta, si tratta di meritare il perdono e rientrare nei ranghi dopo l’abbuffata di libertà usata male. Sotto la protezione di Papà Giorgio.

Mettetevi nei panni di un parlamentare che vive da anni o forse decenni nel ventre della Casta, non in quanto percettore di un’indennità alta, ma in quanto amministratore e beneficiario di un potere clientelare che distrugge il merito e alimenta se stesso a danno del paese. Un parlamentare che si sia rifiutato di realizzare le riforme, a cominciare dalla legge elettorale che ha consegnato il paese a una sostanziale instabilità. Per quel parlamentare, il plauso alle critiche di Napolitano indirizzate a lui e agli altri è mosso da un misto di sentimenti e da una decisione presa in un secondo.

Un impulso misto di cattiva coscienza (ha ragione), calcolo politico (mi conviene per segnalare che sono d’accordo, ci sono le telecamere della diretta tv) e un larvato proposito di cambiamento (abbiamo sbagliato, ripartiamo da zero). Un gesto comunque liberatorio. Ma in tutti i casi, il problema è che in quell’arena i buoni sentimenti non hanno spazio, non siamo mica in una vera famiglia. Quindi, gli applausi nascono solo dalla convenienza, e non garantiscono una reale volontà di cambiare, di mettere la testa “a partito”. Lo stesso Napolitano è certo sincero quando si commuove e fa calare una lacrima. È certo gratificato dal sostegno degli italiani come dall’appello corale dei partiti a restare al suo posto e dalla gravità dolce dei ricordi di sessant’anni nelle istituzioni ripensando a se stesso a 28 anni, neo-eletto. È un legittimo auto-compiacimento, il suo. Resta la durezza di quella giusta minaccia da padre a figlio: adesso o vi comportate come dovete, come dico io, o vi tolgo l’auto, vi caccio di casa, vi diseredo.

Psicodramma familiare di un’Italia deragliata, in cerca di riscatto.

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