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Migranti, la rotta turca della morte

Gli sbarchi dalla Turchia sono aumentati del 164% nel 2023 ed è diventata la principale porta di arrivo in Europa. A dirlo sono i dati di Frontex che tracciano il fenomeno delle migrazioni

I conti a ridosso delle stragi non tornano mai. Dopo che un barcone partito dalla Turchia, con circa 250 migranti a bordo, si è spezzato a neanche cento metri dalla riva davanti alla costa calabrese di Cutro (in provincia di Crotone), ritornano puntuali le litanie sui perché e i per come dell’ennesima strage del mare. Al momento in cui scriviamo, sono 63 i morti accertati, ma il conteggio è destinato a crescere.

Di certo, però, l’opinione pubblica italiana, mai assuefatta ai numeri delle sciagure, si domanda con angoscia quale sia la situazione odierna e perché ogni anno dobbiamo preparare bare in quantità, in attesa che si manifesti l’inevitabile. Nel 2022 lungo le coste della Calabria sono sbarcate ben 18 mila persone, pari a circa il 15% degli arrivi complessivi in Italia; un numero che è raddoppiato rispetto ai 9.600 registrati nel 2021 e quasi decuplicato rispetto ai 2.500 dell’anno precedente, quello della pandemia.

A riferirlo con la solita algida comunicazione è Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, cui sono affidati il controllo e la gestione delle frontiere esterne dello Spazio Schengen e dell’Unione europea. Ma Frontex, la cui sede di Varsavia non può certo dirsi in «prima linea» circa le rotte mediterranee, ha anche il dovere di monitorare gli ingressi differenziandoli secondo le diverse modalità di approccio ai confini dell’Unione.

E così agendo, mette a disposizione altri dati, molto più significativi: circa gli arrivi provenienti dalla cosiddetta «rotta Est» - ovvero quella dell’ultima strage - Frontex certifica che il numero di arrivi nell’Ue attraverso questa strada è costante da un triennio, intorno a quota 20 mila, pari a circa un quarto rispetto al picco del 2019, che aveva visto ben 83 mila sbarchi.

Si tratta della rotta che parte dalla Turchia (dai porti di Izmir, Bodrum e Çanakkale), fa tappa a Lesbo (la «Lampedusa dell’Egeo») e attraversa le isole greche per raggiungere le coste ioniche dell’Italia: dunque Calabria e Puglia. Frontex nel 2022 aveva segnalato 29 mila migranti sulla rotta dell’Egeo, 18 mila dei quali come detto sbarcati sulle nostre coste. Solo uno su tre, dunque, oggi sceglie la rotta greca, quella che prosegue via terra attraverso i Balcani. Tutti gli altri invece preferiscono la «sicurezza» delle navi turche: all’inizio del 2023 gli sbarchi lungo questa tratta sono già aumentati del 164%.

Ma i rilevamenti degli attraversamenti illegali di frontiera spesso non considerano le tecniche con cui vengono ottenuti: parlare di «barconi» per la rotta turca, ad esempio, è assai riduttivo. Più spesso, infatti, chi s’industria per percorrere questo tragitto è un nucleo familiare con motivazioni umanitarie (fuga da teatri di guerra), ed è disposta a pagare cifre considerevoli: i biglietti costano dai 5 ai 10 mila dollari, a seconda della capienza e del tipo di naviglio. Che di solito sono velieri e altri tipi di barche a vela, che gli scafisti turchi lasciano in mano a timonieri russi e ucraini. I quali poi utilizzano queste flotte cui affiancano barchini ben più fatiscenti, per chi non dispone di tali cifre.

Tantomeno i dati statistici contemplano le ragioni. Se la rotta terrestre via Grecia e Bulgaria si è notevolmente ridotta, è perché nel mezzo c’è stato quello che molti hanno ribattezzato «l’accordo della vergogna» tra Bruxelles e Ankara, firmato nel marzo 2016 e finalizzato al blocco dei flussi migratori nell’epoca della minaccia jihadista proveniente da Siria e Iraq non meno che dall’Africa.

Oggi che la minaccia dell’ISIS fa meno paura, che il terrorismo islamico pare sconfitto e che una più grande guerra spaventa le cancellerie europee, le dinamiche sono cambiate. Ma non le rotte. Con l’acuirsi della crisi siriana e turca dopo il terremoto – con le forze armate e la protezione civile turca sono «distratte» dal caos post sisma, ecco che si aprono grandi autostrade e nuovi business per gli scafisti turchi che trafficano in esseri umani, con inevitabili nuovi arrivi in massa e tragedie annunciate all’ombra di frontiere meno controllabili per mancanza di uomini e mezzi.

«La Turchia in genere riesce a bloccare le navi che partono, ma in questo momento è ferita da continui terremoti forse i controlli sono allentati» ha sottolineato il ministro degli Affari Esteri italiano Antonio Tajani, ben fotografando la realtà all’indomani della tragedia in provincia di Crotone. Sul caso è intervenuto anche Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, che ha stigmatizzato: «Fino a quando l’approccio sarà securitario, tragedie come questa non potranno che aumentare. […] Si devono aprire canali d’ingresso regolari, che non esistono».

A esistere però è l’offerta, destinata ad aumentare per le ragioni sopra esposte. Alla quale andrebbe posto un rimedio, controbilanciando gli arrivi con politiche che differiscano dal solo monitoraggio, e puntino invece a hub per migranti dal volto umano. Troppi sono i «lager a cielo aperto» già messi in piedi negli ultimi anni: i centri per richiedenti asilo (Cara) e i centri di prima accoglienza (Cda) su tutti. Così come inaccettabili sono le condizioni dei campi profughi per coloro che attendono di poter scommettere gli ultimi risparmi su un viaggio per mare.

Ma le priorità per la Turchia non meno che per l’Europa oggi sono altre. Tragedie come la guerra in Ucraina e il terremoto hanno cambiato il discorso sulle migrazioni, che si è fatto sempre più ideologico e sempre meno inserito nella realtà. Ragion per cui la speranza muore ogni giorno, nell’indifferenza delle istituzioni. Valga allora come unica nota positiva l’appello del sindaco di Prato Matteo Biffoni, responsabile nazionale immigrazione dell’Anci e presidente toscano dell’associazione dei Comuni. «È da tempo che spieghiamo che le normative italiane costituiscono uno dei sistemi più tutelanti al mondo, però almeno facciamolo funzionare, altrimenti le tutele le applicano solo i Comuni. Vi volete fidare di chi amministra sul territorio?».

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Luciano Tirinnanzi