Con il boom di casi, i test diagnostici (quasi tutti importati dalla Cina) sono ormai introvabili. E c’è già chi ne ha fatto un ricco business.
Sono la merce più ricercata del momento i tamponi e, secondo quella regola beffarda della domanda-offerta, si sono tramutati nell’oro di questa pandemia. In pochi giorni in tutta Italia si è registrato un aumento del 20% degli esami effettuati, con picchi di 900.000 prestazioni quotidiane. Una psicosi che si riversa sulle farmacie, con personale già allo stremo, e che prelude a un crollo del sistema. «La situazione è drammatica» afferma Luca Marini, broker di dispositivi medici.
«Praticamente tutti i tamponi arrivano dalla Cina, il bacino che rifornisce il mondo intero. In Italia i più diffusi sono i Clungene, Lipu e AndLucky che al momento hanno visto il loro prezzo duplicare, arrivando fino a 3,50 euro. Il motivo è semplice: la domanda è schizzata alle stelle e i Paesi Europei, a cominciare dalla Germania, sono venuti a fare shopping in Italia ritirando centinaia di migliaia di pezzi».
Secondo l’insider, intermediari tedeschi e olandesi sono approdati in Lombardia, Toscana, Lazio e Campania per acquistare a prezzi di stock l’ambita merce. «Sono arrivati a portarsi via in un giorno, per esempio, 800.000 pezzi già sdoganati e pronti alla consegna, per poco più di un euro l’uno, rivendendoli almeno a due. Il margine, per un’operazione semplicissima, è altissimo. Ma ha fatto mancare i test nel nostro Paese» conclude.
Effettivamente, nella lista dei tamponi approvati dal ministero, su oltre 100 voci quelle non realizzate in Oriente sono una manciata. La produzione italiana è irrisoria; spicca solo la Diasorin di Saluggia, in Piemonte, multinazionale di biotecnologie che vola in borsa con risultati inaspettati e ha sviluppato una macchina per la lettura automatica dei test. Anche la politica si sta accorgendo di un apparato prossimo al collasso.
In prima fila a denunciare la potenziale mancanza di reagenti e tamponi c’è anche il presidente del Veneto Luca Zaia, che ha lanciato un appello affinché venga rivisto il sistema nella sua globalità. «Trovare tamponi è impossibile oggi» commenta il titolare di un grande deposito vicino Napoli. «In Cina scovare un venditore affidabile è una roulette perché la richiesta è mondiale. I test poi vanno pagati prima, ma a volte ci sono problemi alla dogana, capita che la merce arrivi danneggiata o che i quantitativi siano inferiori a quelli concordati. Ho colleghi che si sono rovinati: erano convinti di trovare la loro fortuna e ci hanno rimesso capitali» conclude.
Nella corsa al tampone in prima linea ci sono i laboratori, che eseguono test di terza generazione, e naturalmente le farmacie. «Da subito si sono dimostrate il presidio in cui era più facile e rapido ottenere un tampone antigenico e, quando si è trattato di calmierarne il prezzo a 15 euro per i maggiorenni e a 8 per la fascia 12-17 anni, le rappresentanze hanno aderito al protocollo proposto da ministero della Salute e Commissario straordinario» riflette Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani.
Un sacrificio che oggi crea non pochi problemi di personale, con dottori che scarseggiano e denunciano il «burnout» per una situazione che, fra straordinari e aumenti esponenziali dei contagi, sta raggiungendo il limite. «Le farmacie sono sotto assedio. Noi siamo passati da fare 200 tamponi al giorno, a eseguirne quasi 500 in condizioni di difficoltà estrema. Alla paura di venire contagiati, perché i positivi sono aumentati a dismisura, si aggiunge la tensione delle persone, che sfocia in aggressività» dice la dottoressa Vincenza Magrino, farmacista in Toscana.
A Napoli, per fare un altro esempio, gli automobilisti in fila per due ore, il 27 dicembre, per fare il tampone al drive-in hanno paralizzato la statale nord della città. Il caso più eclatante risale però alla vigilia di Natale, quando a Perugia il dottor Ramon Rustici è stato aggredito da un cliente. Il motivo? Aveva finito i kit autodiagnostici che l’uomo voleva comprare. La Federazione degli Ordini dei farmacisti italiani ha bollato il gesto come «intollerabile», ma la tensione è evidente. Basta andare in coda – come abbiamo fatto – per eseguire il test: malumori, nervosismo e apprensione, scandiscono esami e attese.
«Quando è entrata in vigore la certificazione verde, in 24 ore si è passati da 360.000 a 800.000 tamponi in un giorno. L’impegno dei farmacisti è andato ben al di là delle previsioni dello stesso servizio sanitario. Ora le difficoltà, a cominciare dalle code che si stanno creando, sono dovute al timore suscitato, comprensibilmente, dall’arrivo della variante Omicron e alle attività sociali, altrettanto comprensibili, in occasione delle festività» prosegue Mandelli. Il crack è visibile e sotto gli occhi di tutti, per quanto si provi ad arginare il caos.
Il punto di non ritorno è stato ampiamente raggiunto dai laboratori e dalle strutture sanitarie, impiegate a ritmi forsennati a eseguire tamponi molecolari: più affidabili e più costosi (il prezzo per il cliente è circa 70 euro). Fondamentali per appurare il contagio e sancire l’uscita dalla quarantena, sono stati accantonati da alcune regioni come la Toscana e l’Emilia-Romagna dove i tempi di attesa sono di oltre una settimana. Il presidente Eugenio Giani ha emesso un’ordinanza secondo cui sarà sufficiente per porre una persona in isolamento, o per far terminare la quarantena, il tampone rapido.
Una soluzione per alleggerire il sistema, gravando nuovamente sulle farmacie e sulle tasche degli italiani, che saranno costretti ad acquistare la prestazione. Collaterale – ma da non sottovalutare – l’entusiasmo dei no-vax che hanno già espresso, in alcune chat private, la possibilità di farsi decretare positivi da farmacisti compiacenti e così evitare il vaccino, conquistando l’agognato Green pass.
A margine resta la questione relativa all’affidabilità dei test. Secondo l’Associazione microbiologi clinici italiani e la Federazione italiana società scientifiche di laboratorio, il test antigenico può dare un «range» di falsi negativi compreso tra il 10 e il 25%, rilevato nelle analisi domestiche che si affidano a operatori improvvisati. «Il rischio è così quello di considerarsi negativi pur non essendolo, e di abbassare la guardia» aggiunge la dottoressa Magrino.
Isolato, al momento, il caso australiano, dove l’errore di un laboratorio di Sydney non ha comunicato a 1.400 positivi l’esito corretto. «Se si continua a viaggiare al ritmo di centinaia di migliaia di tamponi ogni giorno è segno che il sistema regge, anche perché sono stati ampliati gli orari, per esempio riservando all’esecuzione di test la pausa pranzo o i giorni in cui la farmacia normalmente è chiusa. Il tutto con un aumento considerevole del carico di lavoro dei colleghi. I farmacisti continuano e prosegueranno a impegnarsi al massimo, ma è chiaro che la soluzione non è aumentare il numero dei tamponi, ma quello delle vaccinazioni» conclude Mandelli. Intanto però i contagi salgono, e i tamponi finiscono.
