Abbiamo passato un’estate a litigare sulla pelle. Se la crema solare faccia bene o male, se proteggerci sia prudenza o paranoia e se l’abbronzatura sia ancora sexy oppure ormai soltanto irresponsabile. È finita nei talk, nei video e nelle polemiche, diventando terreno di scontro (anche) politico, con la tintarella che si è fatta concetto ideologico. Poi ci ha pensato il rapper Salmo, con il suo corpo tatuato (e malato di carcinoma basocellulare), a ricordarci l’altra faccia della storia: la pelle è anche spettacolo, identità, linguaggio. Solo che mentre la guardiamo, curiamo, fotografiamo, continuiamo a trattarla per quello che sembra, cioè niente più che una superficie: invece è un organo incredibilmente sofisticato, un organo sociale. Prima ancora che gli occhi riconoscano, può farlo la pelle.
Lo sapeva già Omero, quasi tremila anni fa. Quando Ulisse torna a Itaca travestito da mendicante, è la vecchia nutrice Euriclea a riconoscerlo: non dal volto, ma da una cicatrice sentita con le mani. Oggi la scienza comincia a dare un significato nuovo alla cute: non è solo il “confine” tra noi e il mondo, bensì è il luogo attraverso cui il mondo entra in relazione con la nostra mente. Un’interfaccia sofisticata fra corpo, cervello e ambiente, un vero e proprio sistema nervoso esterno.
Oltre la superficie: la biologia del tatto e le fibre della carezza
È questa la prospettiva della neurobiologa Marta Paterlini, nel libro La pelle che pensa (Codice), che invita a guardare oltre l’epidermide e a considerare il tatto come il senso che ci accompagna prima ancora della nascita, e l’ultimo ad abbandonarci. «Per molto tempo abbiamo pensato al tatto soprattutto come alla capacità di riconoscere ciò che tocchiamo, ma oggi sappiamo che esiste anche una dimensione affettiva», dice Paterlini, senior scientist presso il Karolinska Institutet di Stoccolma e divulgatrice scientifica. «Sulla nostra pelle sono state infatti individuate fibre nervose particolari, chiamate fibre C-tattili, che vengono stimolate soprattutto da un contatto lento e delicato, come una carezza, a una determinata temperatura. Il tatto discriminativo ci permette innanzitutto di capire che qualcuno ci sta toccando; quello affettivo aggiunge una dimensione diversa, legata alla sensazione di piacere e di benessere. Sono due sistemi che convivono e che ci dicono quanto sia sofisticato il modo in cui la pelle registra il contatto. È come se il nostro corpo facesse un doppio controllo: prima riconosce il tocco, poi ne interpreta il significato».
Non solo: il contatto fisico stimola il rilascio di ossitocina ed endorfine, riduce il cortisolo, favorisce lo sviluppo emotivo dei bambini, rafforza le relazioni affettive e migliora perfino le prestazioni sportive, come dimostrano diversi studi sui rituali di squadra. «Le prime osservazioni risalgono agli anni Trenta del secolo scorso, quando si notò che i bambini abbandonati o ricoverati, nonostante venissero nutriti normalmente, potevano crescere meno rispetto ai bambini che, in più, ricevevano anche cure affettive e contatto fisico», continua Paterlini. «Studi sugli animali e sull’uomo hanno poi mostrato quanto il contatto possa avere effetti concreti sull’organismo: proprio perché la pelle è un organo sensoriale attraverso il quale facciamo esperienza del mondo, una forma di comunicazione».
Esiste un linguaggio tattile, e questo spiega perché il significato di un “tocco” possa cambiare così tanto a seconda della persona, della situazione e della cultura. «Ci sono società nelle quali il contatto fisico è molto frequente e altre nelle quali è molto più limitato. Ma, al di là delle differenze culturali, questo bisogno sembra avere una componente molto più profonda, che riguarda il nostro funzionamento biologico», spiega ancora la neurobiologa. «Stiamo appena iniziando a comprendere quanto la pelle e il sistema nervoso siano collegati. Ci sono studi, ancora in una fase molto sperimentale, che stanno esplorando il ruolo del tatto affettivo in condizioni come i disturbi alimentari, alcune neurodivergenze e addirittura la schizofrenia».
Una finestra sul cervello: i biomarcatori cutanei delle malattie neurodegenerative
La progressione della scienza non si ferma qui: ricerche recenti pubblicate su Jama e su Aging and disease ci dicono che alcuni parametri della cute potrebbero offrire preziosi indizi per la diagnosi precoce del Parkinson e di altre demenze. «Nelle piccole fibre nervose presenti nella cute, alcuni studi hanno trovato forme anomale di alfa-sinucleina, una proteina che nella malattia di Parkinson tende ad accumularsi in modo patologico», dice Andrea Arighi, direttore del reparto Malattie neurodegenerative dell’Irccs Ospedale Policlinico di Milano. «Il dato più interessante è che queste alterazioni possono comparire anche prima dei sintomi motori più evidenti. In futuro, quindi, una piccola biopsia della pelle potrebbe diventare uno degli strumenti per riconoscere la malattia precocemente: però servono ancora studi ampi e test più standardizzati». Non è tutto: alcuni laboratori studiano la presenza di forme anomale di proteina tau, un’altra proteina importante per il funzionamento delle cellule nervose, che si accumula in malattie come l’Alzheimer e altre forme di demenza. «Si stanno osservando anche alterazioni delle piccole fibre nervose e dei nervi che controllano funzioni automatiche come la sudorazione», continua Arighi. «L’idea di fondo è semplice e affascinante: la pelle potrebbe diventare una sorta di finestra accessibile su ciò che sta accadendo nel sistema nervoso: ma per ora siamo ancora soprattutto nel campo della ricerca». Nel presente, invece, tutti noi ci ritroviamo a fine agosto con una pelle che è stata esposta al sole, al mare, al cloro, all’area condizionata e agli stravizi dell’estate. Una delle sorprese più comuni dopo le vacanze, per esempio, sono quelle macchie bianche che compaiono improvvisamente dopo l’abbronzatura. Non vanno sottovalutate. «Può trattarsi di pitiriasi, una micosi superficiale favorita soprattutto dal caldo umido», dice a Panorama il professor Angelo Marzano, direttore della Struttura complessa di dermatologia dell’Ospedale Policlinico di Milano. «Solitamente compare sul tronco con piccole macchie che possono essere rosate o brunastre e che, dopo la guarigione, diventano più evidenti perché quelle zone non producono melanina. Quando la persona si espone al sole, la cute sana si abbronza mentre le aree con micosi rimangono bianche: non significa necessariamente che l’infezione sia ancora attiva, ma la pigmentazione ha bisogno di tempo per tornare uniforme. Per questo è utile intervenire precocemente, quando le lesioni sono ancora poche, rivolgendosi al dermatologo».
Il rientro dall’estate: micosi, falsi miti del bio e controllo clinico dei nei
Il problema, però, non sono solo le macchie. È anche tutto quello che finisce sulla pelle in nome della salute. L’estate della polemica sui solari ha riportato alla ribalta una vecchia equazione: naturale equivale a sicuro. Ma in dermatologia le cose sono più complicate, e questo vale anche per i prodotti doposole, che tutti noi usiamo a fine stagione per cercare di rimediare alle eccessive esposizioni. «C’è ancora l’idea che un prodotto di erboristeria o a base di estratti vegetali sia più sicuro di uno dermatologico», continua Marzano. «Non è così. Anche le sostanze di origine naturale possono provocare reazioni irritative o allergiche, e in alcuni casi possono essere particolarmente importanti. Lo stesso vale per alcuni prodotti profumati. La pelle può reagire a una sostanza indipendentemente dalla sua origine».
E in caso di nei che cambiano aspetto e che magari abbiamo notato proprio spalmando la crema solare, il controllo (oltre che la loro mappatura, la quale grazie all’Ia ha avuto sviluppi importanti) è d’obbligo. «I parametri che usiamo sono quelli dell’algoritmo Abcde, e cioè asimmetria, bordi irregolari, colore non uniforme, diametro ed evoluzione», dice ancora il dermatologo. «Quest’ultimo elemento è particolarmente importante: se un neo cambia rapidamente, oppure compare una nuova lesione che presenta caratteristiche sospette, è opportuno rivolgersi allo specialista, che deve distinguere ciò che può rimanere da ciò che deve essere tolto».
Molto più importante di una semplice “barriera”, più delicata e più intelligente di quanto pensassimo, la pelle che per tutta l’estate abbiamo trasformato in un campo di battaglia fra solari, abbronzatura, tatuaggi e melanomi si merita insomma un deciso “upgrade”. Non è forma, ma sostanza. Un organo che sente, comunica e potrebbe persino, un giorno, aiutare la medicina a capire cosa succede dentro di noi.
