«Mi piace circondarmi di cose splendide. Voglio condurre una vita vittoriana, immerso in una confusione di oggetti squisiti». È da questa dichiarazione rilasciata da Freddie Mercury nel 1978 che prende il nome Freddie Mercury | Splendid Things, la mostra con cui il Victoria & Albert Museum di Londra celebra l’ottantesimo anniversario della nascita del frontman dei Queen.
Dal 24 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027, otto look indossati dall’artista tra gli anni Settanta e Ottanta saranno distribuiti in sei tappe all’interno delle gallerie del museo di South Kensington. Più che una retrospettiva tradizionale, il progetto si presenta come un itinerario gratuito capace di mettere in dialogo gli abiti di scena con le collezioni e l’architettura del V&A. Manichini realizzati appositamente, insieme a luci, suoni e scenografie firmate dal designer Tom Piper, cercheranno di restituire almeno in parte l’energia fisica e teatrale delle performance di Mercury.
Gli abiti con cui Freddie Mercury costruì il proprio mito
Sviluppata insieme a Mary Austin, ex compagna, amica e confidente dell’artista per oltre vent’anni, la mostra attraversa alcune delle immagini più riconoscibili della storia dei Queen. Tra i pezzi esposti figura l’ensemble monocromatico indossato durante uno dei primi concerti del gruppo all’Imperial College di Londra e apparso sulla copertina dell’album di debutto del 1973.
Non manca il Mercury Wing, la tuta alata disegnata da Wendy de Smet e indossata durante il tour di A Night at the Opera tra il 1975 e il 1976, oltre che nel video di Bohemian Rhapsody. Il percorso culmina idealmente con la corona e il mantello creati da Diana Moseley per il Magic Tour, portati da Mercury anche sul palco di Knebworth nel 1986, durante la sua ultima esibizione dal vivo con i Queen. Il costume del video di Made in Heaven accompagna invece il racconto verso la carriera solista, mentre accessori e capi provenienti dal guardaroba personale lasciano intravedere l’uomo al di là del personaggio.
Per Freddie Mercury gli abiti non furono mai un semplice ornamento. Erano strumenti attraverso i quali controllare la propria immagine, amplificare i gesti e raggiungere anche l’ultimo spettatore di uno stadio. Come ha ricordato Mary Austin, il cantante aveva compreso molto presto di dover creare una presenza visiva capace di sostenere la vastità degli spazi e del pubblico. Ogni body, mantello o giacca diventava così parte integrante della musica.
Splendid Things racconta proprio questa consapevolezza. L’evoluzione di un artista che trasformò la moda in spettacolo e lo spettacolo in una forma di autoritratto, costruendo un’immagine tanto potente da continuare a esistere anche quando il palco è ormai vuoto.
