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Contagiatori vaccinati: gli invisibili del Covid

Contagiatori vaccinati: gli invisibili del Covid

Il boom inarrestabile dei contagi non è certo (solo) colpa dei no vax. Milioni di italiani, inoculati con doppia o terza dose e muniti di Green pass, si infettano lo stesso e – con pochi sintomi o nessuno – fanno circolare il virus. E poi ci sono quelli che, pur positivi, vanno in giro. Senza contare il problema dei tamponi rapidi, tutt’altro che infallibili…


In Italia serpeggia, nelle ultime settimane, un contagio invisibile. Striscia fra chi si crede più sicuro, si declina in cene e in aperitivi Covid-free (almeno sulla carta), si è propagato come uno tsunami attraverso le festività, fra una fetta di panettone, un tampone e un brindisi. È la pandemia degli untori invisibili, dei contagiatori asintomatici, dei positivi che preferiscono all’isolamento e alle cure istituzionali la segretezza domestica.

I contagiatori vaccinati: questa di inizio 2022 si sta rivelando, soprattutto, come la pandemia dei vaccinati. Di quelli che fino al 24 dicembre non avevano mai fatto un tampone e per sicurezza, in vista delle feste, hanno deciso di aggredire in massa farmacie e laboratori. «Avevo un po’ di raffreddore e ho fatto l’esame per il cenone di Capodanno perché sarebbero venuti i miei nipotini» racconta Matilde Rosi, 68 anni, romana. «Quando mi hanno chiamato per dirmi che ero positiva sono crollata. Mi sono sentita profondamente in colpa per aver trascurato i sintomi, e soprattutto perché senza saperlo ho contagiato tutta la mia famiglia. Compresa mia sorella, non vaccinata». Casi simili hanno scandito le ultime settimane, portando a un esponenziale aumento del numero dei contagiati e rivelando uno dei punti deboli della gestione pandemica. Un elemento nevralgico e ugualmente troppo spesso, colpevolmente, sottovalutato.

«Solitamente chi ha doppia o tripla vaccinazione tende a sminuire la possibilità di contrarre il virus. A volte questi pazienti si sentono invincibili, e così non monitorano il loro stato di salute o lo minimizzano» commenta Enrico Zanalda, presidente della Società italiana di Psichiatria. Le recenti stime dimostrano come anche chi ha due o tre dosi di vaccino possa ammalarsi – con sintomi più o meno gravi – e divenire involontariamente veicolo di infezione. Dati ufficiali non esistono. Eppure, secondo uno studio dell’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari dell’Università Cattolica, nel periodo che va dal 29 ottobre al 29 novembre scorsi, i casi nella popolazione vaccinata con terza dose erano 25,03 ogni 100.000 abitanti a settimana. Incidenza che sale per chi è fermo alla seconda dose. «Sono stime» commenta Massimo Andreoni, infettivologo e ordinario di Malattie infettive all’Università di Tor Vergata «evidentemente cresciute nell’ultimo periodo».

Esistono poi quelli che rifiutano i tracciamenti perché non li reputano necessari. Stare bene, in questo caso, è il mantra lasciapassare, che permette – a vaccinati e non – di eludere qualsiasi tipo di controllo. «Eppure» obietta ancora Andreoni «il tasso della positività, in crescita esponenziale dal periodo festivo in poi, ci dimostra come i valori cambino a seconda del numero dei tamponi. L’interesse focalizzato verso le feste, che hanno mostrato un bisogno personale collettivo, ci devono far interrogare anche sul tipo di analisi messo a punto per indagare o meno la presenza del virus».

Sfuggono così alle maglie dei controlli gli adulti, ma anche adolescenti e bambini, asintomatici. Poi, per quanto sia impossibile sollecitare l’intera popolazione a sottoporsi ai test, esiste una nicchia poco esaminata che potenzialmente diventa elemento di alto rischio. Si tratta degli esenti dalla vaccinazione. Soggetti che liberamente possono accedere al posto di lavoro presentando la certificazione, fatta dal medico curante o dal medico vaccinatore, e che, per legge, non sono obbligati a sottoporsi a tampone. In questo modo, non avendo alcuna copertura vaccinale, possono essere silenzioso veicolo della malattia. Un po’ come i contagiati. Quelli che, dopo aver contratto per una volta il virus, credono di non poterlo riprendere.

«Sembra assurdo, ma ho avuto il Covid-19 per tre volte. La prima a inizio 2020, tre mesi a letto, a un passo dall’ospedalizzazione. Poi la scorsa estate, infine qualche giorno fa. L’ho scoperto per caso, dovevamo fare una cena aziendale e l’idea è stata quella di tamponarci tutti prima» ricorda Carlo Martini, 38enne. «Quando mi hanno detto che ero positivo è stato uno choc. Adesso affronto la terza quarantena degli ultimi due anni. Per fortuna, però, non ho sintomi».

Ci sono poi quelli che si controllano spasmodicamente, affidandosi ai tamponi rapidi che secondo recenti studi non sono poi così sicuri. «Fare tanti tampone finalizzati a trovare soggetti positivi è epidemiologicamente giusto. Se il positivo uno lo isola, evita che trasmetta ulteriormente il virus. Ma bisogna riflettere sulle modalità di tracciamento» spiega Andreoni, presidente anche della Società italiana Malattie infettive e tropicali (Simit).

Le Usl sempre più sottopressione, infatti, hanno serie difficoltà nell’eseguire i tracciamenti, e diverse regioni – come la Toscana e l’Emilia-Romagna – hanno demandato tutto alle farmacie, chiamate a decretare con l’ausilio dei rapidi la positività o il suo termine, in modo definitivo, senza bisogno di un controllo molecolare. Eppure da uno studio su 332 pazienti, pubblicato sulla rivista Future virology, è stato evidenziato come il test antigenico rapido per la rilevazione del Covid-19 sbagli quasi una volta su due, fornendo un alto tasso di falsi negativi. Ciò dimostra come possa produrre un falso senso di sicurezza, che si traduce in un abbassamento delle difese e un potenziale aumento dei contagi.

Infine, la categoria di coloro che, consapevoli di aver contratto il virus, scelgono di tenerlo nascosto. Per quanto non esistano dati a riguardo, si tratta di un «sommerso» che viene alimentato dai kit fai da te, acquistabili con cifre che vanno dai 5 ai 15 euro, in supermercati e farmacie. Nonostante il margine di errore sia piuttosto elevato, milioni di italiani li hanno scelti a ridosso delle feste e continuano a preferirli per la praticità e per la segretezza, poiché i risultati non producono alcuna tracciabilità formale.

«Ho comprato un kit di tamponi al supermercato perché a fine dicembre non stavo bene, e ho deciso di farlo all’insaputa di tutti» racconta Gaia, che di lavoro fa l’architetto. «Il primo è risultato negativo, il giorno dopo l’ho rifatto ed ero positiva. Così anche dopo tre giorni. Mi sono trovata davanti a un bivio: andare a fare il test molecolare, o comunque contattare il mio medico, e allarmare tutte le persone che ho frequentato in queste settimane, o fare finta di niente. Sono una partita Iva e non posso permettermi di chiudere lo studio per due settimane, soprattutto ora che la mole di lavoro è triplicata grazie ai vari incentivi. Mi sono così informata attraverso un’amica medico, stando bene attenta a non attirare troppo l’attenzione, rispetto alla cura. Poi, ho comprato antibiotico e cortisone in farmacia fingendo che fosse per un’amica. Ho continuato a lavorare, utilizzando la mascherina nei cantieri e nelle riunioni. So che mi sono comportata in modo scorretto, eppure non avevo scelta».

Una visione egoistica, che viene condannata a più riprese dagli esperti, ma purtroppo comune. «Il problema di chi acquista questi tamponi è spesso quello di non voler essere sottoposto a isolamento in caso di positività. Una motivazione prettamente egoistica che produce delle conseguenze su tutti», aggiunge Zanalda. Gli fa eco Andreoni: «Per quanto mi riguarda, i test fai da te dovrebbero essere banditi o quantomeno sarebbe necessaria una maggiore sorveglianza da parte degli enti preposti. Mettere in commercio, in un periodo così delicato, test non affidabili è un errore. È lecito pensare che il boom di contagi di questo periodo derivi anche da questo».

Un’altra spinosa questione riguarda le modalità di esecuzione, perché la capacità di un operatore esperto non è paragonabile a chi si improvvisa. «L’impiego di test diagnostici è di decisiva importanza per la gestione della pandemia, ma la sua efficacia è strettamente connessa alla tracciatura degli esiti, all’attendibilità dei risultati e all’accuratezza di esecuzione di tali test. Procedure che vanno effettuate da un professionista sanitario» ribadisce Marco Cossolo, presidente di Federfarma, che evidenzia anche lo sforzo delle farmacie in questo periodo. «Fin dall’inizio della pandemia ci sono state persone che, pur consapevoli di essere malate, non hanno ammesso la loro positività, arrivando addirittura a non eseguire alcun test per non venire tracciati» conclude Andreoni. Soggetti che vanno a ingrossare, consapevolmente, le fila dei contagi e che alimentano sotterraneamente questa inarrestabile quarta ondata.

Ma quanto è fake quel vaccino

Contagiatori vaccinati: gli invisibili del Covid
(Getty Images).

L’ultima inchiesta in ordine di tempo riguarda un medico di Ascoli Piceno. Al centro delle indagini 120 dosi di vaccino anti-Covid ritirate dal centro vaccinale marchigiano e non inoculate, e 150 false attestazioni di avvenuta somministrazione, che avrebbero consentito il pass verde a 73 soggetti. Un’accusa pesante tramite la quale la procura ascolana ha disposto, in base a un’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Prossima l’udienza, in cui il dottore dovrà rispondere di falso in atto pubblico (per le 150 attestazioni) e di peculato in relazione alle dosi delle quali, secondo il procuratore Umberto Monti, si sarebbe disfatto.

Un illecito clamoroso, che ha illustri precedenti nella lunga pandemia: non sono pochi i medici e gli infermieri no vax che, nelle segrete stanze di studi e laboratori, gettano il vaccino e rilasciano un green pass all’amico, magari al parente, o al paziente fidato. A finire in manette l’ultimo dell’anno è stato un altro medico, attivo questa volta a Serravalle Pistoiese, in Toscana: avrebbe inoculato soluzione fisiologica al posto delle dosi, per poi rilasciare certificazioni vaccinali false. L’indagine è partita dalla segnalazione di una madre, che ai carabinieri di Prato ha denunciato come il figlio avesse ricevuto un green pass falso, consegnatogli da un medico di base compiacente. «Ho paura per mio figlio, temo si ammali di Covid» ha spiegato la donna ai militari.

Ad accompagnare il figlio dal medico no vax era stato il padre. Ora entrambi risultano tra gli indagati. Nelle carte, che Panorama ha avuto modo di leggere, un ruolo centrale giocano le intercettazioni, comprese alcune in cui la nonna 90enne del ragazzo raccomandava prudenza: «Vai a fare il vaccino perché io ne ho fatti tre e non ho sentito nulla» la conversazione registrata lo scorso 13 dicembre. «Te fattelo, non dar retta a Massimiliano (il padre, ndr) né a nessuno, vai a fartelo… lo vedi tu’ babbo se poi succede a quella maniera, eh…». In un’altra conversazione del 20 dicembre, il 22enne pare confessare a un amico: «Io il vaccino, se ti devo dire la verità, non l’ho voluto fare e neanche lo farò (…) mi dovevo parare il c… perché all’inizio si era tutti presi di mira».

Numerose intercettazioni, poi, riguardano anche l’attività del medico no vax che con diversi pazienti illustrava le sue strampalate teorie, «spiegazioni» si legge nell’ordinanza «su teorie fisiche e di meccanica quantistica, secondo cui si vuole prendere il totale controllo sulla popolazione mondiale manipolandola, dominandola e, vaccinando i bambini, cancellando anche le generazioni future». Ma non è tutto. Una delle prime inchieste è nata a Roma, dove un noto medico amico di vip e parlamentari avrebbe aiutato alcuni pazienti a ottenere il green pass senza inoculare alcunché.

Stesso copione in Emilia-Romagna, a Ravenna, dove un dottore 64enne avrebbe ritirato nei primi giorni di ottobre 15 flaconi di vaccino Pfizer-Biontech (per corrispondenti 90 dosi circa); 13 di questi, anziché usarli su pazienti che certificava falsamente come vaccinati, diventavano inservibili poiché conservati a temperatura ambiente. Non solo: il medico sarebbe diventato punto di riferimento per no-vax giunti a Ravenna anche da Bologna, Belluno, Torino e Milano.

D’altronde il nostro stesso giornale in un’inchiesta dello scorso 8 settembre (Gli insospettabili del «fake pass») aveva raccontato in anteprima come professionisti, avvocati, commercialisti ottenevano falsi pass sanitari grazie a medici o infermieri compiacenti. Una pratica che ora emerge in tutta la sua gravità. Secondo quanto confermano fonti interne al ministero della Salute, altre indagini della magistratura sono in corso in tutt’Italia, focalizzate anche su farmacisti compiacenti e direttori sanitari.

Senza dimenticare, poi, quanto incida il «dark web». Decine le inchieste che svelano sistemi criminali in grado di mettere in commercio – tramite canali Telegram o altri siti protetti – certificazioni vaccinali false. Uno degli ultimi casi è di metà dicembre: oltre 120 persone hanno acquistato certificazioni verdi aggirando i presidi di sicurezza informatica dei sistemi sanitari di Lombardia, Campania, Lazio, Puglia, Calabria e Veneto. Un altro inquietante tassello che si aggiunge alla marea di potenziali positivi che si muovono, liberi di allargare il contagio.

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