Una storia di maldicenze, fraintendimenti e segreti. Un dramma familiare raccontato con ironia, ambientato in un immaginario borgo che appare come un palcoscenico, tra natura e natura umana, dove tutti si conoscono e sembrano sapere tutto di tutti e, naturalmente, sentono la necessità di parlare di tutto. E di tutti…
Ecco Malavuci (Ferrari Editore) della scrittrice calabrese Antonella Perrotta finalista al Premio Nabokov (Il Premio Letterario Internazionale che quest’anno spegnerà venti candeline, curato da Andrea Giannasi e Piergiorgio Leaci) nel 2022 per la narrativa edita.
Ed eccoli i protagonisti: Sasà e Lela, vittime di sentenze capaci di segnare il futuro, la giovane Faustina, prostituta per necessità, Antonio e Caterina, protagonisti di un matrimonio im-perfetto: storie che s’inseguono in un avvincente romanzo capace di centrare il muscolo cardiaco, tutto costruito tra colpi di scena, cattiverie e risate amare. Di cosa si parla? Beh, la traduzione dal calabrese non è poi un’impresa linguistica: di voci cattive e malevoli, di pregiudizi ed ipocrisie, barriere mentali e atteggiamenti discriminatori capaci di generare dolore e ingiustizie. Siamo nel 1919 a San Zefiro, borgo immaginario (veramente immaginario?) creato ad hoc per l’ambientazione del racconto dove il retropensiero, la forza delle parole, la conseguenza di un uso distorto della comunicazione verbale seminano dubbi, dilemmi, incertezze. Danni e tragedie personali, familiari, sociali…
Antonella Perrotta, lei entra nei meandri di una società di inizio Novecento grazie allo strumento più naturale: la parola.
«La parola è intesa in una doppia accezione: è positiva, perché voce narrante è un contastorie che si aggira tra le rovine di un borgo abbandonato per raccogliere le voci trasportate dal vento e affidarle ai lettori, e come tale metafora del gusto e dell’importanza del narrare e del tramandare; ma anche, ovviamente, negativa. Malavuci, appunto. La malavuci non è soltanto la chiacchiera malevola o il chiacchiericcio pettegolo, è soprattutto l’infamità, frutto dell’ignoranza e del pregiudizio, che si scaglia sulle persone più deboli di una comunità, rendendole spesso vittime incolpevoli».
Innanzitutto dove ci troviamo?
«La malavuci circola a San Zefiro, il paese immaginario in cui è ambientato il romanzo: è un borgo antico della Calabria, ma potrebbe trovarsi in qualunque parte d’Italia. Ha la topologia degli antichi borghi, ma anche una sua caratteristica: il vento. Non a caso lo porta pure nel nome, ma mentre lo Zefiro è un vento primaverile buono e fecondo, il vento che soffia nel borgo porta e trasporta la malavuci -la maldicenza, appunto- soffia incessante da casa in casa facendosi tempesta e non abbandona mai la narrazione, quasi ne fosse un protagonista principale».
Effetto di sola “inventio” narrativa o c’è dell’altro?
«La storia narrata, in realtà frutto in parte di ricerca storica e quindi strutturata su eventi storici realmente accaduti, si svolge nel 1919 nel periodo che segue alla Prima Guerra mondiale e conosce l’epidemia di influenza spagnola. Diversi i personaggi, molto teatralizzati, a volte caricaturali. Si muovono per le vie del borgo come su un palcoscenico, rappresentando le proprie storie condite di segreti, equivoci, drammi personali e familiari enfatizzati dalla malavuci. I toni del romanzo sono inizialmente ironici e leggeri, ma l’evoluzione della narrazione si fa crescente fino a sfociare nel dramma e tingersi di noir».
La maldicenza, d’altronde, porta con sé il germe della cattiveria…
«È la malavuci stessa, infatti, frutto di grettezza mentale, di pregiudizio e ignoranza, a rappresentare un dramma per chi ingiustamente la subisce, ma anche per chi la genera e la diffonde. Un dramma, purtroppo, sempre più attuale nella nostra epoca di comunicazione di massa. Ed ecco che sebbene la storia si svolga nel secolo passato, diventa storia a noi contemporanea e San Zefiro diventa un borgo di qualsiasi parte del mondo. Pur essendo nel tempo cambiata la morale, restano diffusi i fenomeni dell’omofobia, del bullismo, della discriminazione di genere, dell’intolleranza razziale».
Fenomenologia del pettegolezzo…
«L’estrinsecazione di tutti quegli atteggiamenti negativi e anche violenti messi in atto contro chi è forestiero (nel libro si usa esattamente questo termine, forestiero), cioè contro chi viene da fuori o contro chi si pone al di fuori di un pensiero omologato, laddove, invece, la diversità degli uomini dovrebbe essere vista e vissuta come specialità da accogliere e non rinnegare. Anche se questo a volte richiede coraggio».
Ritorna sempre il tema di un capro espiatorio…
«Il genere umano vive da sempre nella necessità e nel bisogno di creare un mostro, una strega, un diverso, uno “straniero”, appunto, contro cui sfogare il marcio dell’animo umano per liberarsi delle proprie colpe e responsabilità. Le “vuci” (le voci ricorrenti nel pubblico, i segreti che tali non sono più, perché riguardanti fatti ormai notta nella comunità), nascono da sempre da atteggiamenti meschini, malevoli, semplicemente “cattivi”. Non dimentichiamo che la comunità di San Zefiro distingueva nettamente la medicina ufficiale professata dal “farmacista” del paese dai richiami religiosi di padre Gerardo».
Per non tacere della figura di Sasà, uno dei protagonisti del romanzo…
«La sua è una vita irreprensibile: rampollo della famiglia Bellosguardo, si dedica alla passione dei fiori, non molesta le compaesane né si accompagna alle prostitute. E allora, nell’immaginario collettivo, si struttura la sua immagine di “fimminedda”, sì, esattamente di un omosessuale. Diversità e alterità: temi che vengono necessariamente categorizzati allo scopo tutto negativo di creare un legame tra i marginali della società di quel piccolo borgo, che già di suo, in quel contesto storco e geografico, marginale non poteva che esserlo».
La sua narrazione costruisce figure marginali…
«Sono la collettività del piccolo borgo, la società del tempo, il tempo della storia che agiscono come agenti sociologici, creando i diversi: vuoi perchè vivono di vendita del proprio corpo, come la prostituta del paese -La Rossa- vuoi perché provengono da terre assolutamente lontane da San Zefiro, come nel caso di Lela la “Forestera”, profuga friulana della Grande Guerra, giunta all’altro capo dell’Italia».
E’ su di loro che “Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena” per dirla con Petrarca?
«Come sappiamo lo Zefiro è un vento mite che soffia soprattutto in primavera, quasi ad annunciare la bella stagione. Ma non a San Zefiro: qui si trasforma, trasporta le maldicenze, soffia di casa in casa, scardina le porte facendovi penetrare messaggi non proprio augurali. Non è un vento da bella stagione, né climatica, né sociale. Perché sappiamo che porta con sé, anzi sospinge letteralmente, le “male voci”».
Sembra che il flusso di questo vento si sia trasformato in una sorta di “flusso narrativo”
«Il romanzo è costruito sull’evidente dinamismo, nonostante sia ambientato in un piccolo borgo calabrese dei primi anni del XX secolo. Il vento vi rappresenta non soltanto un elemento naturale -meteorologico, direi- quanto il mezzo rappresentativo su cui le male lingue, le maldicenze, i pettegolezzi corrono veloci. Le porte e le finestre delle case, contro cui questo vento va ad infrangersi, si trasformano in simbolici padiglioni auricolari tutti esposti in suo favore ad accogliere ogni sorta di maldicenza. E i Sanzefiresi, alla fine, forse lo accolgono volentieri, spalancando quelle porte e quelle finestre…».
San Zefiro è un borgo immaginario della Calabria. Nulla a che vedere con la sua Paola, la Città di San Francesco dove lei vive e lavora collaborando con riviste e blog culturali?
«Borgo immaginario, ma non troppo. Potrebbe essere la mia città, così come potrebbe essere qualunque altra città. Nelle comunità, nella società, coesistono e convivono individui dalle menti più o meno libere. Ci sono persone che si lasciano guidare dai preconcetti e dal pregiudizio, anche dalla cattiveria d’animo talvolta, fino a “sputare” delle vere e proprie “sentenze sociali” a carico di chi è percepito “diverso” rispetto al proprio modo di essere e di pensare. Ma ci sono, per fortuna, anche persone che hanno uno sguardo libero, aperto, accogliente, flessibile, che riesce ad andare oltre alle catalogazioni che, a volte, gli uomini si impongono quasi per fare ordine e cercare dei punti fissi in un mondo in cui nulla è permanenza, talmente è vario, contaminato e in continua trasformazione».
Le dobbiamo credere?
«Come scrivo nel blog Sine Pagina, contenitore di libere scritture da me fondato e a cui collaborano saltuariamente più autori, spero sempre che possano germogliare pensieri-altri, in grado di de-costruire l’ordine accettato da una società ormai anestetizzata, e i libri, la lettura, servono anche a questo. Quindi, tornando alla sua domanda, San Zefiro è sia la mia città che qualsiasi altra città. La natura umana è uguale ovunque…».