A Venezia i bambini degli Anni di Piombo con Padrenostro e Pierfrancesco Favino
Claudio Noce (a sinistra) e Pierfrancesco Favino (Foto: Ansa/Claudio Onorati)
A Venezia i bambini degli Anni di Piombo con Padrenostro e Pierfrancesco Favino
Cinema

A Venezia i bambini degli Anni di Piombo con Padrenostro e Pierfrancesco Favino

Primo film italiano in concorso al Lido, racconta gli attentati e la paura ma, soprattutto, l'infanzia di allora. «Una generazione che, proprio perché non ha partecipato direttamente a grandi eventi politici, è stata messa a tacere»

I bambini degli Anni di Piombo, che tutto guardavano e ascoltavano seppur tenuti fuori dai fatti, sono i protagonisti di Padrenostro, primo film italiano in concorso al debutto alla Mostra del cinema di Venezia. Spetta a Claudio Noce, già autore di Good morning Aman e La foresta di ghiaccio, aprire il quartetto tricolore in gara per il Leone d'oro. Lo fa affidandosi all'attore italiano più fulgido del momento, Pierfranscesco Favino, e narrando una storia personalissima e drammatica della sua infanzia, cercando di renderla una storia universale. I generi si confondono, l'intimità di dinamiche famigliari si permeano di tensione e paure, la fotografia di un periodo storico di attentati e minacce si mescola a una possibilità onirica che rimane addosso, sino alla fine, in sospensione tra ciò che è vero e ciò che è frutto di proiezioni e immaginazione. Forse.

1976. Valerio è un bimbetto di dieci anni biondissimo (interpretato da Mattia Garaci). Suo padre Alfonso (Favino), che tutti chiamano con riverenza «dottore», è spesso assente ma è come se fosse presente anche quando non c'è. Quando il padre rincasa, Valerio, timidamente, cerca di rubargli quanti più abbracci e promesse. Ma una mattina, quando Alfonso esce di casa, schioccano colpi sordi. Sua madre (Barbara Ronchi) e Valerio si precipitano alla terrazza e poi, di corsa, in una scena che rapisce, lungo le scale, giù a perdifiato. L'attentato è ancora in corso, passamontagna e colpi di mitra. In terra un uomo agli ultimi respiri e sangue.

Valerio ha visto tutto, anche se la mamma non lo sa e per giorni e giorni gli riserva lunghi silenzi, sorrisi di falsa serenità, rassicurazioni di scarse parole.

«È stato molto doloroso riaprire questa ferita, è stato un percorso lungo. Questo fatto è realmente accaduto alla mia famiglia e vive con noi da tanto tempo», spiega Noce. Suo padre Alfonso, allora vicequestore responsabile della sezione antiterrorismo di Lazio e Abruzzo, fu vittima di un attentato da parte dei Nuclei Armati Proletari. Claudio all'epoca aveva solo due anni, sua sorella era a scuola, ma suo fratello ha assistito davvero all'attacco insieme a sua madre, scendendo le scale, come nel film.

È stato l'incontro con Favino, che è anche produttore del film, a dare la scintilla finale perché questo ricordo vivido diventasse film. Lo racconta lo stesso attore produttore: «Tre anni e mezzo fa ho preso un caffè con Claudio e mi ha raccontato questa storia: mi si sono riaffacciati alla testa il ricordo di mio padre, della mia famiglia, di quegli odori, quella generazione… Mi sono accorto che nessuno ha raccontato i bambini di quegli anni, che venivano messi a letto presto, tenuti all'oscuro, però vedevano tutto, come Valerio, magari da dietro la porta. La nostra urgenza era quella di raccontare l'infanzia di quegli anni. Noi cinquantenni, e anche Claudio ,un po' più giovane di me, facciamo parte di quella generazione che, proprio perché non ha partecipato a grandi eventi politici, è stata messa a tacere. Noi non siamo stati antagonisti. Siamo passati dagli Anni di Piombo direttamente agli anni '80, piombati nel consumismo. Ne è nata una generazione laica, che non ha bisogno di mettersi nel bianco o nel nero. Una generazione di silenti educati, che ogni tanto si sente in dovere di chiedere permesso».

È esteticamente avvolgente la rievocazione degli anni '70, nei colori e nella fotografia di Michele D'Attanasio dai toni caldi e sfumati, negli oggetti riesumati con attenzione: la carta da parati, la serie animata La Linea in tv a tubo catodico, i gol di Chinaglia, il subbuteo, il libro di Sandokan. Valerio ha occhi affamati di suo padre, di sapere chi è davvero, di capirlo e di viverlo. Studia, spia, scopre.

L'ingresso in scena di Christian (Francesco Gheghi), quattordicenne scaltro che sbuca dal nulla, disorienta. È come se Padrenostro perdesse la rotta, o forse voglia giocare a farcela perdere. Questa presenza ambigua, amico reale di Valerio o visione, affascina ma offre anche una lettura finale che ha stonature.

Immagine del film "Padrenostro" (Foto: Vision Distribution)

«Credo che Padrenostro sia una lettera d'amore finalmente spedita», dice Favino, mai banale. «Ci sono due racconti di formazione nel film: un ragazzino che diventa ometto e un padre che ammette le sue debolezze».

Il rapporto padre-figlio è fatto di abbracci dati e altrettanti mancati, di sguardi teneri e parole non dette. Da una parte, nel figlio, la ricerca di una virilità da modello paterno. Dall'altra, nel padre, il riflesso di quei genitori anni Settanta che concedevano poche carezze e alle esternazioni dirette d'affetto preferivano dettagli di quotidianità insieme.

In Sala Grande la stampa ha concesso sparuti applausi.

Padrenostro uscirà al cinema il 24 settembre con Vision Distribution, e questa è una gioia: che i film tornino nelle sale cinematografiche, a lungo rimaste chiuse dal Coronavirus. Un atto di fiducia. Il distributore Nicola Maccanico: «Siamo grati a Barbera e Cicutto per questo festival, ma tutto ciò ha senso se riusciamo a portare i film agli spettatori. Con Venezia viviamo il Rinascimento del cinema. Ora sono usciti in sala due film americani, Tenet e After. È più facile aspettare che il mondo torni come era prima, ma noi pensiamo che ripartendo e facendo uscire i film al cinema riporteremo il mondo a come era prima». Applausi.

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