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Daniel Craig e Ana de Armas. "No Time to Die" (Nicola Dove © 2021 Danjaq, Llc and Mgm)
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Cinema

No Time to Die, il James Bond più sentimentale e il film più lungo

Il 25° capitolo sullo 007 è il più lungo della saga, ma non il più bello. Godibile ma non così coinvolgente, nonostante le svolte narrative eclatanti. Bocciato Rami Malek, promossa Lashana Lynch

È stato rimandato e rimandato a causa della pandemia e finalmente eccolo qui, No Time to Die, dal 30 settembre al cinema. Con tanto di ringraziamento iniziale per aver aspettato da parte dello 007 Daniel Craig: «È stato un lungo viaggio. Grazie per la vostra pazienza e supporto», per aver atteso che il 25° film su James Bond uscisse «sul grande schermo, il suo posto».

Ci vuole uno sforzo di memoria per ricordare a che punto eravamo rimasti (dopo Spectre del 2015) e tutti gli intrighi e intricati intrecci che ormai avvolgono la storia di James Bond, che da quando ha come eroe Craig (dal 2006 con Casino Royale) non inanella avventure separate, ma segue un unico arco narrativo che quindi collega ogni film al precedente, stile Avenger della Marvel. Sforzo di memoria che probabilmente sarebbe stato richiesto anche senza i quasi due anni di stop, visto che ormai ogni film d'azione non prescinde dal «mescolo tutto quanto più così non ci capite più niente e vi stupisco».

Premessa d'obbligo: la Universal - che all'anteprima del film ha invitato anche infermieri e operatori sanitari per ringraziarli del loro lavoro in questi tempi di Covid - ci ha pregato in tutte le lingue di evitare spoiler, abitudine che ci piace seguire a prescindere ma che in questo caso perseguiamo ancor di più, visto che di svolte narrative eclatanti (già un po' circolate, in verità) ce ne sono diverse.

Alla regia non troviamo più Sam Mendes, che se con Skyfall aveva creato uno spettacolo croccante, con Spectre aveva fatto un passo indietro. Ora c'è lo statunitense di origini giappo-svedesi Cary Fukunaga, già regista di Beasts of No Nation (2015) e della prima stagione della serie tv True Detective (2014). E… Skyfall resta ancora il migliore del quintetto di film 007 con Daniel Craig (nel 2008 c'era stato Quantum of Solace, l'unico dei cinque sin qui non citato).
No Time to Die è abbastanza godibile, ma non così coinvolgente. Come ci si poteva aspettare.

Il James Bond più sentimentale

No Time to Die è quello che ci si può aspettare da un film sulla spia britannica oggi: meno charme e più muscoli, location e inseguimenti magnificenti, tanti cattivi che si accavallano stile matriosca ma in dimensioni crescenti, mascolinità calmierata da innesti di inclusione sociale e parità di generi. E in più, un James Bond alla Craig mai così sentimentale, che perde la sua rigidità da uomo inscalfibile di fronte alla sua amata.

Non è così pulsante la chimica tra lui, sempre più roccioso e dal viso reso quasi gommoso dalla fotografia satura di Linus Sandgren, e la sua fiamma francese Madeleine, Léa Seydoux, dalla bellezza sofisticata. Ma bisogna ammettere che un po' di commozione sono riusciti a strapparla.

Daniel Craig e Léa Seydoux in "No Time to Die" (Credit: Nicola Dove © 2021 Danjaq, Llc and Mgm)


Tra le new entry ci sono Lashana Lynch, che in Captain Marvel interpretava l'amica d'infanzia della supereroina, e Rami Malek, nuovo villain dal viso deturpato. L'attrice britannica di origini giamaicane come novella agente supera alla grande la prova, in un giusto equilibrio di ironia e fisicità, di esserci e intanto concedere spazi.
Malek, consacrato da Bohemian Rhapsody nei panni di Freddie Mercury, non è abbastanza mellifluo e mefistofelico per rimanere nella storia dei grandi rivali di Bond (nonostante, per ragioni diverse dalla bontà della prova, comunque ci rimarrà). Se dobbiamo pensare al villain più iconico dei cinque Bond di Craig, ci torna subito in mente la brutalità pericolosa e ambigua di Javier Bardem in Skyfall.
E poi c'è Ana de Armas, la Paloma che aiuta Bond a Cuba: la sua è un'apparizione concentrata, breve ma folgorante. E non solo per l'abito nero da gala che lascia scoperta la schiena. È prima buffa, quindi letale: un bel personaggio.

Il film su 007 più lungo di sempre

Se No Time to Die non è il migliore dei film su James Bond, un primato però lo conquista: è il film più lungo di sempre. Ben 163 minuti. Ovvero 2 ore e 43 minuti!

Ha superato il record appartenuto finora a Spectre (148 minuti) e prima ancora a Casino Royale (144 minuti). Si sa, l'essenzialità purtroppo non è una dote del nuovo secolo.

Tra i 25 episodi cinematografici sull'agente creato da Ian Fleming di epoca pre-Craig, solo uno superava le 2 ore e 20 minuti, ed è Agente 007 - Al servizio segreto di Sua Maestà del 1969 (142 minuti), il primo della serie senza Sean Connery e l'unico con George Lazenby.

Matera, più spettacolare di Bond

Infine, non si può non soffermarsi su Matera, che apre No Time to Die con la sua bellezza mozzafiato. Per le sue strade strette e labirintiche, rifulgenti di bianco, sfreccia l'iconica Aston Martin DB5 di Bond, ricostruita dopo Skyfall e dotata di optional come vetri infrangibili e fanali a mitragliatrice, ancora più superaccessoriata della DB5 di Agente 007 - Missione Goldfinger del 1964 (tutte le acrobazie del film sono state girate con otto repliche della DB5 costruite appositamente per la produzione dagli ingegneri della Aston Martin).
Anche Nomi, l'agente interpretata da Lynch, guida un'Aston, l'ultima DBS Superleggera.

La scena della stazione ferroviaria, invece, si svolge sempre in Italia ma a Sapri, in provincia di Salerno.

Per gli appassionati di location: il successivo ritiro spirituale di Bond è in Giamaica, sia per l'ovvio legame con l'autore Ian Fleming e la sua casa a GoldenEye sulla costa settentrionale, sia per la corposa storia film di Bond girati in Giamaica. La Giamaica ha anche sostituito Cuba nell'evento che fa incrociare Bond e Paloma.

Per gli esterni dell'isola del cattivo, invece, sono state utilizzate le Isole Faroe, arcipelago del Nord Atlantico amministrato dalla Danimarca.

A Matera sul set di "No Time to Die" (Credit: Jasin Boland © 2021 Danjaq, Llc and Mgm)

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