Rivoluzione tecnologica e mercato del lavoro, cosa è cambiato

Specializzazione, formazione e produttività utili a evitare di essere rimpiazzati da una macchina

Tecnologia

– Credits: PHILIPPE DESMAZES/AFP/Getty Images

Le tecnologie hanno cambiato il mercato del lavoro molto più di quanto possiamo già esserci resi conto. In una interessante riflessione su questo argomento, The Economist ha ricordato come non sia la prima volta che rimaniamo in qualche modo spiazzati da una profonda rivoluzione tecnologica. 

Nel 19esimo secolo è successa esattamente la stessa cosa: anche se non li abbiamo vissuti in prima persona, l'impatto sulla quotidianità della prima rivoluzione industriale, che ha portato con se' elettricità e motore a scoppio, ci è stato raccontato sia dai libri di scuola sia dai nostri nonni. Lo stesso vale per l'introduzione della catena di montaggio, ma anche per la radio, il frigorifero, la televisione, l'automobile e tante altre piccole e grandi invenzioni che la nostra generazione ha assimilato senza mai interrogarsi su come si vivesse prima del loro successo.

Anche se oggi è facile ritrovarsi a ricordare i grandi miglioramenti introditti da questo lungo elenco di innovazioni, negli anni in cui sono state effettivamente lanciate non hanno sempre rievuto il benvenuto caloroso che potremmo aspettarci. Ebbene, secondo The Economist con internet, computer, tablet e smartphone sta succedendo un po' la stessa cosa, ma dal momento che ci troviamo a giudicare questa rivuluzione dall'interno, è inevitabile per noi evidenziarne anche gli aspetti negativi. Quelli che, tra un paio di generazioni, verranno probabilmente dimenticati da penserà che uno smartphone valga tanto quanto una televisione, sempre ammesso che, nel frattempo, quest'ultima non sparisca del tutto.

Cosa c'entra tutto questo con il mercato del lavoro? Semplice: l'introduzione di macchine sempre più sofisticati rende facilmente sostituibile una grossa fetta della forza lavoro, soprattutto per quel che riguarda operai e impiegati cui sono sempre state affidate mansioni relativamente semplici.

Come se non bastasse, le idee che hanno successo in quest'era in cui la tecnologia è al centro di tutto non richiedono, per essere messe in pratica, l'impiego di una grande quanità di forza lavoro. Nella maggior parte dei casi, infatti, offrono servizi gestiti direttamente dai software. Un esempio? L'e-commerce: quante persone servono per far girare la merce online, e quante per tenere aperti negozi in tutto il pianeta? 

La rivoluzione tecnologica rappresenta quindi un male per la società? Non proprio, perché le sue ricadute positive, sul piano dei servizi, della comunicazione, dei costi di gestione di talune attività, sono già note ed apprezzate da tanti. Il vero problema è che questa rivoluzione la stiamo vivendo, e oltre a beneficiare dei suoi vantaggi ne paghiamo i costi in termini di transizione da un sistema all'altro sulla nostra pelle. Tuttavia, la storia insegna che tutto questo è inevitabile, quindi meglio trovare una soluzione che limiti il più possibile le fonti di attrito. The Economist ha cercato una risposta anche per questo, e ha invitato i singoli stati ad aumentare la flessibilità dei rispettivi mercati del lavoro e, contemporaneamente, ha raccomandato ai lavoratori di rimbccarsi le maniche per migliorare capacità e resa individuali, per rimanere così più appetibili delle macchine.

Articolo originale: Wealth without workers, workers without wealth

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