Sigarette elettroniche, a chi conviene tassarle

Uno studio dell'Istituto Bruno Leoni spiega perché è impossibile giustificare le accise sulle e-cig

(Credits: KENZO TRIBOUILLARD/AFP/Getty Images)

Claudia Astarita

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Per quale motivo dovrebbe essere opportuno tassare le sigarette elettroniche? A chi conviene regolamentare modalità e luoghi di vendita? Siamo sicuri che le e-cig siano così dannose per la salute da rendere necessaria e urgente l'applicazione di un'aliquota per contrastare le esternalità negative cui sono esposti gli svapatori passivi?

Sono queste alcune delle domande a cui cerca di rispondere l'Istituto Bruno Leoni in uno studio sulla possibile tassazione delle sigarette elettroniche firmato da Pietro Monsurrò e presentato questa mattina a Roma nel corso di un Convegno organizzato presso la Biblioteca del Senato "Giovanni Spadolini".

L'analisi di Monsurrò non parte dal presupposto che le sigarette tradizionali siano dannose per la salute e quelle elettroniche no. Tuttavia, riconosce che l'assenza di combustione che caratterizza le seconde impedisce la formazione di sostanze chimiche dannose sia per i fumatori sia per le "vittime" del fumo passivo. Sottolineando anche che se nel liquido riscaldato dalle e-cig è presente nicotina queste ultime possono comportare dei rischi per la salute, ma molto più ridotti rispetto a quelli provocati dal fumo tradizionale. E non essendo considerate "vere" sigarette, le e-cig non sono tassate e non vengono vendute dai tabaccai. Anche se tutto questo potrebbe presto cambiare, per ragioni prettamente fiscali.

Il costo relativamente contenuto delle e-cig e il sogno dei fumatori di utilizzarle per cancellare la loro dipendenza dal tabacco ha favorito l'esplosione del business delle sigarette elettroniche, il cui mercato supera oggi i 300 milioni di euro di fatturato, e conta un milione di consumatori, 1500 negozi specializzati e oltre 4000 addetti. Cifre, queste, troppo allettanti per non essere sfruttate per ricavarne entrate aggiuntive. Da qui l'urgenza di decidere se includere le e-cig in quella categoria di beni di consumo soggetta ad accise: tabacco, superalcolici e carburanti.

In linea teorica, quindi, la nuova tassa è stata pensata per "compensare alcuni effetti negativi che il consumo di queste merci ha sul benessere altrui"...anche quando gli effetti negativi, di fatto, non esistono.

Del resto, lo studio di Monsurrò dimostra che nemmeno le accise sul fumo tradizionale possono essere considerate "pigouviane", vale a dire calcolate in maniera che la spesa sia proporzionale ai costi esterni indotti dal fumo, ma molto più alte, utili quindi soprattutto per "fare cassa". E lo stesso vale per le sigarette elettroniche.

Monsurrò definisce le e-cig "normali prodotti commerciali per i quali non sono noti costi sociali accertati rilevanti", e suggerisce per questo motivo di "immaginare una forma di tassazione moderata, che prenda a riferimento il contenuto di nicotina". Relativamente alle accise, visto che già oggi quelle sul tabacco sono "eccessive rispetto ai costi esterni prodotti dal fumo", sarebbe auspicabile che quelle sulle e-cig fossero, se proprio necessarie, considerevolmente più basse. Eppure, lo Stato non sembra essere interessato a lasciarsi influenzare da considerazioni di questo tipo, ponendosi come unica priorità quella di "trasferire risorse dai cittadini al settore pubblico".

 

 

   

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