Tasse

Ici, perché anche la Chiesa dovrà pagarla (con gli arretrati)

La Corte di Giustizia Ue ha stabilito l’obbligo per gli enti religiosi di versare la vecchia imposta sui fabbricati. In ballo almeno 4 miliardi di euro

Basilica di San Pietro

Andrea Telara

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“Alla fine Davide ha battuto Golia”. Così i titolari della scuola elementare Montessori di Roma, istituto scolastico privato ma non religioso, hanno commentato l’ultima sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, subito rimbalzata su tutta la stampa nazionale. I giudici del Lussemburgo hanno infatti stabilito che la Chiesa Cattolica, e tutti gli enti ecclesiastici presenti in Italia, devono pagare gli arretrati dell’Ici (imposta comunale sugli immobili), la tassa sulla casa e sugli altri fabbricati rimasta in vigore dal 1992 al 2012 e poi sostituita dall’Imu, introdotta dal governo Monti nel pieno della crisi finanziaria dell’Eurozona. 

Anche se l’Ici non è più in vigore, la Chiesa deve versarla lo stesso. Per quale ragione? Per avere una risposta bisogna fare qualche passo a ritroso. Per diversi anni, l’imposta sugli immobili non ha colpito gli edifici ecclesiastici, anche se in Italia ce ne sono tanti, spesso non destinati ai luoghi di culto ma anche ad attività ricettive e ricreative. Poi, con l’introduzione dell’Imu nel 2012, il governo Monti ha stabilito che l’imposta deve essere applicata anche ai fabbricati di proprietà della Curia, esclusi quelli adibiti a luoghi di culto. Esempio: mentre un’abbazia o un campanile sono esenti dal’Imu, un teatro parrocchiale o un residence gestito da suore sono invece tassati. 

Guerra di carte bollate

Di fronte a questo trattamento con due pesi e due misure, però, i titolari della scuola Montessori di Roma (che si definiscono esponenti dell’imprenditoria laica e democratica e sono appoggiati dal Partito Radicale) hanno ingaggiato una guerra di carte bollate. Hanno cioè presentato un ricorso nel 2016 alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea e, dopo una sconfitta in primo grado, si sono presi una rivincita oggi. A dire il vero, si tratta di una mezza vittoria poiché la sentenza di secondo grado dei giudici del Lussemburgo ha stabilito due cose diverse. 

Innanzitutto, a differenza di quanto avrebbe voluto la scuola Montessori, è stato stabilito che il sistema di pagamento attuale dell’Imu va bene così com’è. La Chiesa non deve dunque pagare l’imposta sugli edifici adibiti a luoghi di culto ma soltanto su quelli destinati ad altri scopi.  Discorso diverso, invece,  per la vecchia Ici. Accogliendo un ricorso presentato dalla scuola Montessori, la Corte di Giustizia dell’Ue ha infatti stabilito che la Chiesa Cattolica deve pagare  gli arretrati della ormai defunta imposta comunale sugli immobili. 

Sentenza ribaltata

Inizialmente, sia la Commissione Europea che i giudici dell’Ue avevano esentato la Curia dal pagamento per ragioni puramente tecniche. Era stato infatti sancito che, vista la presenza di immobili a uso promiscuo destinati sia alle attività di culto che ad atri scopi, risultava tecnicamente impossibile ricostruire retroattivamente tutte le somme dovute dalla Chiesa, anche per la mancanza di dati catastali precisi. 

Dopo questa lunga guerra di carte bollate, ora i giudici di secondo grado dell’Ue  hanno ribaltato completamente la sentenza del 2016. Hanno scritto nero su bianco che il mancato versamento da parte della Chiesa è dovuto “a difficoltà interne allo stato italiano”,  imputabili esclusivamente alla nostra amministrazione fiscale. Non c’è dunque alcuna ragione di principio che giustifichi l’esenzione dall’imposta. La Curia deve pagare, insomma, e il conto potrebbe essere davvero salato. Secondo alcune stime, la somma complessivamente dovuta potrebbe aggirarsi sui 4 miliardi di euro, centesimo più, centesimo meno. Ora spetta al governo di Roma il compito di passare alla cassa. 

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