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Lintao Zhang/Getty Images
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Economia

Riforme, occupazione e libero mercato: le priorità economiche della nuova Cina

Dopo il declassamento di Moody's, la Repubblica popolare svela la sua nuova strategia di crescita

Pochi giorni prima dell'apertura dei lavori dell'Assemblea Nazionale del Popolo, la sessione annuale del "parlamento cinese" in cui sarebbero stati decisi i dettagli del prossimo piano quinquennale, per delineare riforme e obiettivi economici per il periodo 2016-2020, Moody's ha deciso di tagliare il rating della Repubblica popolare da stabile a negativo. Una doccia fredda per Pechino che, già sotto pressione per le oggettive difficoltà economiche interne, si è ritrovata nella condizione di dover dimostrare a tutti i costi quanto solide fossero l'economia e le prospettive di crescita della nazione.

Perché Moody’s ha tagliato il rating della Cina

Gli analisti di Moody's hanno motivato la loro scelta con tre argomenti: crescita esplosiva del debito pubblico, fuga di capitali e incertezza sulle reali capacità della classe dirigente cinese di implementare le riforme di cui l'economia nazionale avrebbe bisogno. Un giudizio che Pechino ha condannato come ingiusto e poco lungimirante. Un po' perché trascura il fatto che la Repubblica popolare sia un paese enorme e troppo complesso per essere riformato in un paio d'anni, e un po' perché la comunità internazionale si aspetta troppo, e non apprezza i piccoli cambiamenti che sono già stati realizzati. 

Una replica che non ha convinto l'agenzia di rating, che ha quindi rivisto al ribasso anche l'outlook di colossi statali come China Construction Engineering e China Metallurgical Group e di numerosi giganti del credito, tra cui Industrial & Commercial Bank of China, Bank of China, Agricultural Bank of China e China Construction Bank.

Nuovi obiettivi di crescita

L'Assemblea Nazionale del Popolo si è conclusa nel fine settimana con l'annuncio di nuovi tagli. Sia per quel che riguarda le spese militari, il cui budget è passato dal 10,1 al 7,6 per cento del Pil, sia dal punto di vista degli obiettivi di crescita, ora associati ad una forbice che oscilla tra il 6,5 e il 7 per cento. Nel 2015 si era parlato di 7 per cento, obiettivo che non è stato mantenuto: con un "misero" +6,9, il 2015 è stato l'anno in cui l'economia cinese è cresciuta di meno nell'ultimo quarto di secolo. Lo stesso è successo nel 2014, quando è stato registrato un tasso di sviluppo del 7,3 per cento a fronte di un obiettivo del 7,5. Per il 2016, invece, il Fondo Monetario Internazionale ha previsto che la crescita non supererà il 6,3 per cento.

Il nodo delle riforme

A dispetto degli scarsi risultati ottenuti degli ultimi anni a livello di ristrutturazione complessiva del sistema di crescita cinese, il primo ministro Li Keqiang ha ribadito per l'ennesima volta che la Cina vuole affermarsi come economia trainata dai consumi interni più che da esportazioni e investimenti, puntando su uno sviluppo "verde", "sostenibile" e "innovativo". Per avere successo il governo dovrà spendere (e infatti è stato previsto anche un aumento della spesa che porterà il rapporto deficit/Pil dal 2,3 al 3 per cento), e riformare. "Sarà una battaglia difficile", ha annunciato il premier nel corso dell"Assemblea, "ma vogliamo vincerla a tutti i costi".

Produttività e disoccupazione

Se la Cina ha davvero intenzione di cambiare, tra i primi problemi da affrontare vi sono certamente quelli delle imprese statali improduttive e dei comparti che soffrono di sovrapproduzione. Pechino ne è perfettamente consapevole, e infatti ha già commissionato una serie di studi per provare a quantificare l'impatto di interventi di questo tipo. I risultati non sono certo incoraggianti visto che in base a questi ultimi potrebbero scomparire ben sei milioni di posti di lavoro. Ecco perché il governo ha annunciato la crescione di un fondo da circa 15 miliardi di dollari per gestire le spese di ricollocamento di chi perderà il proprio impiego e la creazione in cinque anni di almeno 50 milioni di posti di lavoro nelle città, nell'intento di mantenere il tasso di disoccupazione a un livello ragionevole. Resta da vedere fino a che punto il paese riuscirà a riallocare la forza lavoro in eccesso in settori innovativi come quelli su cui ha deciso di puntare il tredicesimo piano quinquennale, vale a dire semiconduttori, robotica, aviazione, software. L'obiettivo del partito è quello di potenziare le nuove tecnologie affinché la crescita nazionale possa dipendere al 60 per cento da questo settore entro il 2020.

Il problema delle imprese di stato

Il problema delle imprese di stato non è legato soltanto all'improduttività delle stesse, quanto al fatto che questo tipo di gestione limita crescita, competitività, produttività e sviluppo in moltissimi settori, dalle banche all'energia, senza dimenticare telecomunicazioni, trasporti, e risorse naturali. Questo perché le compagnie private non godono degli stessi privilegi concessi a quelle pubbliche. Ed è proprio questa la differenza che Pechino ha promesso di eliminare.

Cina e libero mercato

Oltre a migliorare competitività ed efficienza nei settori tradizionalmente gestiti dalle imprese statali, Pechino ha annunciato l'intenzione di rendere il mercato interno più "trasparente e prevedibile", mettendo gli stranieri nella condizione di investire nei servizi e nel comparto manifatturiero senza essere penalizzati dall'esistenza di normative diverse, e più vincolanti, rispetto a quelle che regolano le attività degli operatori cinesi.

E' difficile capire oggi se la Cina riuscirà a realizzare tutti gli obiettivi che si è posta, ma di certo è consolante constatare con quanta determinazione il Partito sta cercando di risolvere i problemi del paese. E considerando che stiamo parlando della seconda economia globale, è evidente che se la Repubblica popolare ricomincerà a crescere in maniera rapida e sostenibile anche i nostri mercati ne beneficeranno.  

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