Economia

Manovra poco coraggiosa, senza crescita né concorrenza

Siamo tornati al proporzionale con tre partiti alla ricerca di un facile consenso. Sparite le privatizzazioni, non si è neppure provato a stimolare la competizione

Il premier Conte con il ministro dell'Economia Gualtieri

Guido Fontanelli

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Debole, fiacca, poco coraggiosa. In attesa di conoscere in dettaglio i provvedimenti contenuti nella legge di bilancio approvata nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, si può già dare un giudizio complessivamente negativo sulla manovra varata dal governo M5s-Pd-Italia Viva.

Il punto di partenza è che dovendo neutralizzare un aumento dell’Iva che vale 23 miliardi, il governo aveva ben pochi soldi da spendere. E aver bloccato l’incremento dell’Iva è sicuramente un buon risultato, anche se forse qualche ritocco si poteva introdurre.

Così, a corto di denari, ci si è ridotti a incanalare qualche miliardo nei vari rivoli dell’economia: il cuneo fiscale verrà ridotto di 3 miliardi nel 2020 (ma è davvero così importante?) per dare 40 euro al mese in più ai lavoratori; 600 milioni per gli asili; circa 3 miliardi sono destinato agli aumenti salariali dei dipendenti pubblici; poi c’è il rifinanziamento di Industria 4.0 e altre spesucce.

Sul fronte delle entrate ci si aspettano 7 miliardi dal recupero dell’evasione fiscale, introducendo provvedimenti giusti, come multare chi non permette di pagare con bancomat o carta di credito, e altri discutibili, come la lotteria degli scontrini, il carcere per i grandi evasori o l’abbassamento del limite all’uso del contante.

Ma al di là delle singole misure, il problema è che questa manovra è frutto di un governo debole, litigioso, figlio del sistema proporzionale: ogni partito vuole ottenere qualcosa per il proprio elettorato, con un occhio alle prossime, eventuali elezioni, mettendo la sua bandierina su questo o quel provvedimento. Inevitabile non volare alto sotto questo fuoco incrociato. E a sua volta, il Conte 2 ha ereditato la manovra del Conte 1, nata anche lei con un’ottica elettorale: quota 100 e il reddito di cittadinanza sono due fardelli che legano le mani a qualsiasi governo. Mentre bisognava concentrarsi sul debito pubblico, anche se è un tema meno popolare.

Si poteva fare meglio? È facile fornire ricette stando fuori da Palazzo Chigi, ma certo non si può non notare la mancanza in questa manovra di uno slancio riformista. Va bene far sparire la parola privatizzazioni (ma il Conte 1 non aveva fissato per il 2019 un introito di 18 miliardi? Con quale faccia ora lo abbatta e zero?), ma si poteva provare almeno a rimodulare le aliquote Iva per ridurre l’evasione, magari riducendole a due soltanto; o varare un serio programma di semplificazione del sistema fiscale.

Ma soprattutto manca il coraggio di muovere una leva che crea ricchezza, aiuta i giovani e non costa nulla: la concorrenza. Vi ricordate le lenzuolate di Pier Luigi Bersani? Erano quei provvedimenti varati a raffica per cercare di intaccare il potere delle corporazioni, per favorire la competizione e di conseguenza per stimolare la nascita di nuove attività. Fu un periodo felice, con i cittadini che tifavano per Bersani e l’Antitrust.

Invece in questa manovra c’è poco per la crescita e per i giovani. E così al Fondo monetario internazionale non resta che abbassare ancora le stime sul Pil italiano: nel 2019 resterà fermo, per poi salire, si fa per dire, dello 0,5% nel 2020. Quando a costo zero una piccola sferzata all'economia si poteva dare, avendone la forza.



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