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Economia

Libia: gli interessi economici in gioco

Perché il braccio di ferro tra Francia e Italia si gioca su petrolio, gas e interscambio commerciale

In un editoriale pubblicato sul Giornale di Sicilia l'Ambasciatore Sergio Romano lo ha spiegato senza ricorrere a superflui giri di parole: il problema della Libia è un problema di controllo delle risorse energetiche. Da parte delle fazioni locali che si contendono la guida del paese e delle nazioni che in qualche modo le appoggiano. Del resto, stiamo parlando di riserve per 49 miliardi di barili di petrolio e 75 miliardi di gas.

Non solo petrolio

Attenzione però: questo non significa che la crisi libica abbia una matrice esclusivamente economica. La situazione è molto complessa e gli esiti della campagna dalla Settima Brigata di Abdel Rahim Al-Kani manovrata dal generale Haftar contro il premier "senza terra" Fayez Al Serraj restano impossibili da prevedere. Quello che ci interessa è completare questo quadro complicatissimo cercando di metterne più a fuoco la dimensione economica.

Gli interessi locali

In questo grande gioco di interessi contrapposti in cui le milizie che si contendono il potere sono tante, è essenziale ricordare come il futuro di tutti i contendenti dipenda dalla loro capacità di accaparrarsi il controllo delle risorse energetiche. Il problema è che se questa guerra fratricida si prolungherà all'infinito la Libia si troverà a dover gestire, senza un governo, una crisi umanitaria di portata storica che avrebbe a sua volta due tragiche conseguenze: un'esplosione di violenza che innescherebbe una crescita esponenziale dei flussi di profughi verso l'Europa, e l'inevitabile creazione di nuovi spazi di manovra per gli infiltrati dello Stato Islamico.

E dire che la situazione stava migliorando, visto che un'analisi recentemente pubblicata da Chathman House ha messo nero su bianco come, dal 2017 ad oggi, la stabilità relativa che il paese era stato in grado di garantire aveva portato a una riduzione massiccia dei flussi di profughi verso l'Europa e aveva permesso di triplicare gli introiti da petrolio, incrementando la produzione a un milione di barili al giorno e riducendo drasticamente il contrabbando.

Il contrasto tra Italia e Francia

Invece di rispondere a questa crisi in maniera concertata, l'Europa, concorda l'Ambasciatore Romano, non ha fatto una scelta omogenea. E Francia e Italia in particolare si sono schierate l'una con Haftar, l'altra con Serraj, in parte perché vorrebbero entrambe riaffermare il rispettivo controllo sulla Libia, e in parte per sostenere le compagnie di bandiera interessate a mettere le mani sul petrolio locale.

Eni contro Total

Le risorse naturali libiche sono talmente abbondanti che se solo fosse un po' più stabile il paese potrebbe essere molto più ricco e sviluppato. Il petrolio in particolare è noto per essere non solo presente in grandi quantità, ma anche di facile estrazione. Non è quindi un caso che il colosso energetico italiano Eni, dopo essere riuscito ad entrare nel paese nel 1959 non lo abbia mai lasciato. Non solo, per mantenere il controllo su serbatoi ricchissimi di petrolio e gas ha firmato con Tripoli accordi sulle regole di estrazione e commercializzazione delle risorse che non scadranno prima del 2042 (petrolio) e del 2047 (gas).

Da un lato, quindi, c'è Eni, che nel 2017 ha toccato il livello di produzione record di 384 mila barili al giorno, dall'altro ci sono sia il potenziale estrattivo di due nuovi giacimenti di gas scoperti in un'area più vicina alle acque egiziane, giacimenti che per Eni rappresentano "la più grande scoperta di gas mai effettuata nel Mediterraneo", sia importanti interessi commerciali da recuperare, visto che appena nel 2010 l’interscambio tra Italia e Libia era arrivato a 14 miliardi di Euro.

La strategia francese

E' un dato di fatto che, qualora l'Italia si ritrovasse costretta a fare un passo indietro sullo scacchiere libico sarebbe la Francia ad approfittarne. La Libia è un paese strategico per Nord Africa e Mediterraneo, ed è in una posizione ottimale anche per controllare il Sahara, dove la presenza francese è forte. Quindi legarsi economicamente a Tripoli significa anche ricavare enormi vantaggi strategici.

Come ha già ricordato Luciano Tirinnanzi, la strategia energetica francese è tutta nelle parole dell'Amministratore Delegato di Total, Patrick Pouyanné: "il nostro gruppo punta a rafforzare il portafoglio con asset petroliferi di grande qualità a basso costo tecnico, consolidando nello stesso tempo la nostra presenza storica nel Medio Oriente e in Africa del Nord". Una contrapposizione di interessi geopolitici ed economici che allontana enormemente la possibilità di definire una linea comune europea, e che rischia, già nel breve periodo, di contribuire a trasformare la Libia nell'ennesimo stato fallito.

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