Lavoro

Riders, qualche idea per dar loro più diritti

I fattorini in bici che fanno consegne sono in agitazione. Ma, imitando l’esperienza del Belgio, possono ottenere maggiori tutele

Riders-Belgio

Andrea Telara

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Nel mondo anglossasone le chiamano umbrella company, “società ombrello” che offrono un po’ di tutele e protezioni  nel salario e nei contributi pensionistici.  Sono le aziende che potrebbero dare qualche diritto in più ai cosiddetti platform workers, cioè alle persone che lavorano per le società  come Foodora, Glovo, Deliveroo o Just Eat. Si tratta, per chi non le conoscesse ancora , di quelle piattaforme digitali che, attraverso il computer o una app del telefonino, permettono di ordinare in ufficio o a domicilio un pasto caldo, che viene prelevato direttamente al ristorante da un esercito di fattorini (o riders) in bicicletta, che poi lo trasportano su e giù per le città

Il modello belga 

Proprio per tutelare i riders, che formalmente sono lavoratori autonomi ma oggi rivendicano più diritti, anche in Italia potrebbe nascere e svilupparsi il fenomeno delle umbrella company, già sperimentato con successo all’estero. Pietro Ichino, noto giuslavorista ed ex senatore del Pd, ha indicato come esempio virtuoso quello del Belgio. Lì c’è infatti una umbrella company, la cooperativa Smart, che ha negoziato un accordo innovativo con Deliveroo, una delle più importanti aziende oggi impegnate  nel business delle consegne a domicilio di cibi e pietanze. 

L’intesa, come ricorda Ichino sulle pagine del sito Lavoce.info, “prevede per i fattorini ciclisti un compenso minimo garantito indipendente dal numero delle consegne compiute, un contributo per l’uso e per l’eventuale riparazione della bicicletta e dello smartphone, tutti versati da Deliveroo alla stessa Smart, che li utilizza per il pagamento della retribuzione e dei contributi, per lo più nell’ambito di un contratto di lavoro intermittente”. 

Iniziativa in Parlamento 

Tuttavia, non va dimenticato che il contratto di lavoro intermittente (o a chiamata) in Italia è difficilmente applicabile su larga scala, perché soggetto a molte restrizioni: non può essere utilizzato per più di 400 giorni in 3 anni ed è riservato ai giovani con meno di 24 anni e agli anziani over 55. Ecco allora che, per superare questi ostacoli, già negli anni scorsi  è stato depositato al Senato un disegno di legge (di cui Ichino è primo firmatario) che mira a introdurre anche in Italia esperienze come quelle della belga Smart  o a stabilire comunque  alcune tutele di base per i riders, come la  garanzia di una retribuzione minima, di un’assicurazione pensionistica e antinfortunistica. 

Mentre questo disegno di legge resta sulla carta, per Ichino ci sono però anche molti spazi per un’iniziativa sindacale ad hoc che dia maggiori protezioni ai riders e agli altri platform workers, prendendo atto dell’esistenza di queste nuove forme di organizzazione del lavoro, senza demonizzarle a priori. Basta un po’ di buona volontà, insomma, per riuscire a spuntare qualche diritto in più. 

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