Brexit senza accordo: perché è un disastro

Ecco come il Regno Unito si prepara ad uscire definitivamente dall'Unione Europea

brexit protesta

Una vecchia Vauxhall Zafira appositamente danneggiata è usata come simbolo della protesta anti-Brexit a Londra il 12 luglio. – Credits: Chris J Ratcliffe/Getty Images

Claudia Astarita

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Sono passati ormai due anni dal referendum inglese sulla Brexit, e non è ancora chiaro se, come, a quali condizioni e pagando quali conseguenze il Regno Unito lascerà l'Europa.

Quello di Theresa May non è certo un compito facile: la sua sembra piuttosto una corsa contro il tempo per limitare i danni, barcamenandosi tra le pulsioni nazionaliste venate di populismo di diciassette milioni di elettori che continuano ad appoggiare l'uscita dall'UE in una maniera che non lascia spazio ad alcuna forma di compromesso, e l'urgenza di negoziarne uno con gli esperti burocrati di Bruxelles.

Un'uscita senza accordo

Irlanda del Nord, economia, Gibilterra, libera circolazione delle persone, accordi internazionali, sono solo alcuni del dossier che la May non riesce a chiudere. Al punto che ormai gli analisti hanno iniziato a convincersi che lo scenario più probabile sia quello di un'uscita senza accordo, il no deal, appunto. Ipotesi che rappresenta un vero e proprio disastro politico.  

Cosa succede ora

Qualora non dovesse essere raggiunto nessun accordo, il 29 marzo del 2019 il regno Unito uscirà formalmente dall'Unione Europea senza aver negoziato nessuna procedura o regolamento per definire i rapporti tra UK e UE dopo l'abbandono. Che anche per la May quest'ultima sia diventata una possibilità sempre più realistica lo dimostra l'annuncio della Premier di voler distribuire a fine agosto una guida dettagliata di tutto quello che succederà qualora venisse confermata l'impossibilità di raggiungere un compromesso.

Le conseguenze di un mancato accordo

Come ricorda il Time, il legame tra l'economia britannica e quella europea è fortissimo. Il 44 per cento delle esportazioni inglesi arriva in Europa, all'interno della quale non esistono ne' dazi ne' tariffe ne' controlli particolari. Con un'uscita senza accordi tutto questo cambierà. E dal marzo 2017 che Theresa May cerca di gestire questa difficilissima transizione economica, ma l'ostruzionismo in patria e la determinazione di Bruxelles costringono oggi a dare la priorità agli studi sull'impatto economico della reintroduzione di dazi e tariffe.

L'ultimatum di ottobre 2018

L'uscita ufficiale verrà festeggiata (rimpianta?) il 29 marzo 2019, ma Londra non può certo contare su sei mesi pieni per tentare per l'ennesima volta di trovare un compromesso accettabile per tutti. Il tempo stringe, e due anni di negoziati hanno già dimostrato che la volontà di raggiungere un'intesa manca da tutte e due le parti. Tutto si deciderà a ottobre 2018: se si riuscirà a trovare una via d'uscita entro quella data allora ci sarà anche il tempo di ratificarla e implementarla. Se no, il Regno Unito potrà formalmente iniziare i suoi preparativi per un'uscita senza accordo.

Le ragioni di chi appoggia l'uscita senza accordo

In Inghilterra sono ancora in tanti a pensare che un'uscita soft sia controproducente. Dal loro punto di vista Londra dovrebbe abbandonare l'UE e poi seguire le regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio per definire nuovi accordi commerciali con gli Stati con cui vorrà continuare a commerciare.

Le conseguenze di un mancato accordo sulla vita quotidiana

In attesa di negoziare nuovi accordi, la vita quotidiana per gli inglesi diventerà certamente più cara (il 30 per cento dell'importazioni alimentari arriva dell'Unione Europea). Diventerà poi molto più difficile vendere in Europa, visto che bisognerà dimostrare di aver rispettato gli standard di produzione europei. Una pratica oggi scontata, ma che dal 29 marzo le singole aziende dovranno certificare in maniera autonoma se vorranno continuare a vendere in Europa. E i costi di produzione aumenteranno. Trasformando l'annunciato disastro politico in collasso economico e sociale.



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