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4 domande sul QE, il quantitative easing della BCE

Quanti titoli di stato comprare? Sono fondati i timori della Germania? O hanno ragione Italia e Francia a contrastare l'austerity? Il qe si farà?

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Fabrizio Goria

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La settimana decisiva è finalmente arrivata. Giovedì prossimo la Banca centrale europea è attesa all’annuncio del full Quantitative easing (Qe), il bazooka di politica monetaria che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) evitare all’eurozona di entrare in una deflazione ancora più prolungata. La pressione su Mario Draghi è sempre più elevata. Da un lato il cuore dell’eurozona che non vuole questa ennesima misura di stimolo e invoca l’adozione delle riforme strutturali. Dall’altro la periferia dell’area euro, che chiede a gran voce più soldi e meno austerity. In mezzo i mercati finanziari, che stanno scommettendo sul Qe e sono pronti a manifestare il loro disappunto in caso Draghi non lanciasse alcunché. 

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Quanti soldi?

500 miliardi di euro. È questo l’ammontare complessivo degli acquisti di titoli di Stato che la Bce annuncerà giovedì prossimo. O meglio, questo è ciò che pensa la maggior parte degli investitori istituzionali, contattati dalla banca transalpina Société Générale per il consueto sondaggio pre decisione dell’Eurotower. Ebbene, SocGen ha rivelato che il 35% dei partecipanti al sondaggio ritiene che sia quella la cifra da tenere d’occhio. Al secondo posto della classifica, troviamo il 16% di chi pensa in un Qe da 1.000 miliardi di euro. Tanti, tantissimi forse. Via via, tutti gli altri.

Nomura, per esempio, pensa che ci saranno acquisti per 700-750 miliardi di euro, a un ritmo di 40 miliardi al mese, una cifra che comprenderebbe sia asset pubblici sia asset privati. Nel caso dei primi, il ritmo sarebbe di 25 miliardi di euro al mese, con una suddivisione in base alle quote di capitale della Bce. E poi c’è Goldman Sachs, che ha ipotizzato un programma di acquisti su base biennale per un totale compreso fra i 500 e i 1.000 miliardi di euro. Oppure, UBS che vede un QE biennale da 1.000 miliardi di euro, seppur con una differenza rispetto alle altre banche. Giovedì prossimo, secondo la banca elvetica, ci sarà solo l’annuncio del piano, ma gli acquisti inizieranno più tardi, dopo le elezioni in Grecia. Più aggressiva Citi, che ipotizza un Qe sui bond governativi da 600 miliardi di euro su base biennale. Vale a dire circa 50 miliardi di euro al mese. Più cauto, invece, il Credit Suisse. Secondo l’istituto svizzero gli acquisti di titoli di Stato saranno compresi fra i 10 e i 25 miliardi di euro al mese, fino a quando la Bce lo riterrà necessario, senza orizzonti temporali. 

È un rischio mettere tanta liquidità sul mercato?

È quello che pensano Germania, Austria, Finlandia e Lussemburgo, ovvero il gruppo di Paesi che è considerato il cuore della zona euro. Secondo il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble “non esiste il pericolo di una deflazione prolungata nell’area euro, quindi bisogna essere molto cauti nelle scelte”. Un concetto ribadito anche dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Il timore di questi Paesi è che la Bce, nel tentativo di rivitalizzare i canali del credito nell’area euro, finisca per creare un azzardo morale all’adozione delle riforme promesse dalle nazioni meno virtuose, come Francia e Italia. Più si comprano titoli di Stato, più il rischio di trasferisce all’Eurotower, più i rendimenti sul mercato obbligazionario governativo calano, più viene meno il senso di urgenza per le riforme strutturali, più l’economia della zona euro perde competitività rispetto al resto del mondo. 

Hanno ragione Italia e Francia a dare la colpa alla Germania?

Ma dall’altra parte ci sono le nazioni meno disciplinate. Fra tutte, Italia e Francia. Le stesse che chiedono più flessibilità nell’applicazione dei trattati che loro stesse hanno creato e sottoscritto. Secondo Roma, la Bce è l’unico attore che ha la forza di sostenere l’eurozona e farla uscire dalla stagnazione. Secondo Parigi, la Bce deve rendersi conto che se non farà nulla, l’area euro ritornerà nella recessione. Due visioni che hanno al centro non il concetto di unione economica e monetaria né di unione fiscale, l’obiettivo finale che la zona euro dovrebbe raggiungere, bensì l’idea che possa bastare la politica monetaria per far riprendere un’area in forte ritardo rispetto ai competitor, come Asia o Stati Uniti d’America. Sia Parigi sia Roma danno la colpa alla Germania per l’attuale stagnazione, frutto delle politiche di austerità. Ma si dimenticano che le promesse devono essere mantenute, come ha ricordato in una nota Goldman Sachs.

Siamo sicuri che il Qe si farà?

È quasi scontato che Draghi faccia qualcosa. Che sia un semplice, ma potenzialmente incisivo, annuncio o che sia il lancio, concreto e immediato, di un piano di acquisto di titoli pubblici, la scommessa che ha fatto con i mercati finanziari è troppo grossa. La Bce si trova nella scomoda posizione di dover fare per forza qualcosa, perché tutti si attendono che faccia qualcosa. A forza di indiscrezioni, uscite ancora nel corso dell’ultimo weekend, le aspettative degli operatori si sono create e tutte vedono il Qe. Una sorta di profezia autoavverante? Lo sapremo giovedì prossimo.

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