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Economia

Contratti a termine: siamo sicuri che il problema sia la durata?

Il Pd vuole ridurre da tre a due anni la scadenza massima delle assunzioni a tempo determinato. Ma i nuovi vincoli rischiano di rivelarsi inutili

“Una misura di facciata, inutile se non dannosa, e a impatto zero nel contrasto al precariato”. Il giudizio più tagliente lo ha dato su Twitter Michele Tiraboschi, giuslavorista dell’Università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore dell’Adapt, il centro di ricerche nato per iniziativa di Marco Biagi. Tiraboschi ha descritto così, cioè quasi come un rimedio peggiore del male, l’emendamento alla manovra economica presentato dal Partito Democratico che vuole ridurre da 3 a 2 anni la durata massima dei contratti di lavoro a tempo determinato

Lo scopo dell’emendamento, messo in cantiere per iniziativa di Chiara Giribaudo, deputata e responsabile per le politiche del lavoro del Pd, è dare una stretta alla diffusione del precariato visto che in Italia la maggior parte delle prime assunzioni avviene ancora con gli inquadramenti a termine e non con i più rassicuranti impieghi a tempo indeterminato. A dirlo sono i dati dell’Istat che nel 2017 hanno registrato oltre 2,8 milioni di persone assunte con un contratto a scadenza, il record storico in assoluto. 

Lavoro stabile e lavoro precario

Ma serve davvero ridurre la durata massima del contratto a termine per dare maggiore spazio al lavoro stabile? Ci sono buone ragioni per pensare di no. Innanzitutto non va dimenticato che, se le assunzioni a tempo determinato sono al massimo storico, anche quelle stabili sono cresciute molto rispetto agli anni scorsi. Attualmente, ci sono in tutta Italia poco meno di 15 milioni di persone che hanno un impiego a tempo indeterminato, circa mezzo milione in più rispetto al 2015 e quasi lo stesso numero che si registrava nel 2008, prima della crisi. 

Un altro dato da mettere in evidenza è che la fetta di lavoratori precari nel nostro Paese è  pari al 14% circa dell'intera popolazione dei dipendenti, una quota non più alta di quella di altri paesi europei: in Spagna è del 23%, in Olanda attorno al 20%, in Francia e Svezia al 16-17%, mentre in Germania si attesta sul 13% circa. Infine, c’è un altro dato importantissimo da sottolineare. A ricordarlo, sempre su twitter,  è un collaboratore di Tiraboschi: il ricercatore dell’Adapt Francesco Seghezzi. 

La  metà dei contratti a termine firmati in Italia, ricorda Seghezzi, ha una durata inferiore ai tre mesi, circa un terzo non si protrae per più di un mese e ben il 10% scade addirittura dopo appena un giorno dalla firma (fonte: Ministero del Lavoro). Questi dati sono anche e soprattutto la diretta conseguenza della scomparsa dei voucher, i buoni un tempo utilizzati per pagare i lavoretti occasionali, aboliti nel corso dell’anno dal governo Gentiloni. In mancanza dei voucher, molte aziende hanno fatto un crescente ricorso a regolari contratti a termine-lampo, che partono alla mattina e si concludono alla sera.

Misure inutili

Ecco allora che si torna all' interrogativo di prima: serve davvero accorciare da tre a due anni la durata massima dei contratti a tempo determinato? Introducendo questo nuovo vincolo si rischia di penalizzare quelle aziende che, pur non proponendo un inquadramento  stabile, garantiscono comunque una certa continuità al rapporto di lavoro e lo mantengono in essere per due o tre anni anni. 

Nulla cambia invece per quei datori di lavoro che reclutano dipendenti per pochi giorni, settimane o mesi e che, grazie anche alle disposizioni approvate nel 2014 dal governo Renzi (il Decreto Poletti), hanno la possibilità di rinnovare il rapporto fino a un massimo di 5 volte nell’arco di 36 mesi, senza specificarne la causale (cioè il motivo per cui il lavoratore è stato assunto a termine e non a tempo indeterminato). Con i nuovi vincoli voluti dal Pd, insomma, cala la durata massima delle assunzioni “ a scadenza”, ma non diminuisce certo il precariato. 

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