Si fa presto a dir «viltade»: elogio dei Papi che rinunciano
Si fa presto a dir «viltade»: elogio dei Papi che rinunciano
Cultura

Si fa presto a dir «viltade»: elogio dei Papi che rinunciano

Negli ultimi due giorni si è riportata all’attualità una delle vicende insieme più commoventi e bizzarre della Storia universale, una specie di capitolo di svolta dentro il romanzone un po’ tetro un po’ fantastico della storia della Chiesa, e …Leggi tutto

 

Negli ultimi due giorni si è riportata all’attualità una delle vicende insieme più commoventi e bizzarre della Storia universale, una specie di capitolo di svolta dentro il romanzone un po’ tetro un po’ fantastico della storia della Chiesa, e cioè le dimissioni di Celestino V. C’è da dire che noi, di questi tempi secolarizzati, siamo ben sfortunati, resi strabici dalla conquista del diritto ad avere problemi personali e opinioni, anestetizzati da un susseguirsi di colpi di scena in un teatrino globale che si è adattato alle nostre ridotte capacità drammaturgiche, tanto che ogni cosa ci appare insieme stupefacente e insignificante.

Per quanto riguarda le storie vaticane, il cui sentore umido e sotterraneo ha eccitato i nasi di Gide e di bizzarri scrittori geniali e blasfemi, siamo turisti che si aggirano con facce tra il ghiotto e l’indifferente in quella zona a traffico limitato tra Via della Conciliazione e i film tratti dai libri di Dan Brown.

Le figure degli uomini coinvolte nel magnifico teatro dell’Assoluto, poi, sono oggetto di tutte le nostre più concentrate indifferenze: la concentrazione essendo per il Papa, l’indifferenza essendo per l’uomo. Eppure, dovrebbe essere parte del nostro atteggiamento di laici considerare anzitutto, nell’imponente oleografia della fatiscente rovina ecclesiale, l’anziano, lo pseudo-nonno, mancante di nipoti per scelta – che è forse la condizione peggiore – e per questo, non per l’altro, l’ingioiellato, provare simpatia o antipatia.

La storia, che prendo dalla inchiesta-cornucopia di Eric Frattini I papi e il sesso, è questa: incoronato Papa all’età di 85 anni all’Aquila dopo due anni di vacatio del Soglio, il Signor Pietro Angeleri (detto del Morrone) fece trasferire tutta la corte papale a Napoli perché riteneva Roma troppo libertina. Disinteressato al sesso (pare facile, a noi fissati-inappetenti sessuali che ci divincoliamo dall’oscurantismo dei Papi moderni) al contrario della maggior parte dei suoi predecessori, non corrotto, non simoniaco, non scaltro nelle cose di politica e non avvezzo all’esercizio del potere, quindici giorni dopo esser salito al soglio convocò tutti i membri dell’alto clero e ordinò loro di cacciare dai propri  appartamenti amanti e concubine e di abbracciare la povertà. Ma non li convinse granché, se questi chiamarono il notaio papale, cardinale Benedetto Caetani, perché lo dissuadesse.

Caetani era furbo e saggio (hai voglia a prenderlo a schiaffi…): gli fece costruire una capanna da eremita in un lussuoso salone del castello di Napoli, e lì condusse con lui lunghe conversazioni filosofiche, durante le quali convinse Celestino a dimettersi. Il Pontefice, scopertosi estraneo a intrighi, ammazzamenti, conti truccati, bugie, apostasie mascherate da servilismo verso Dio, veleni metaforici e non, sovraesposizioni “mediatiche”, raggiri fatti passare per acquiescenza ai disegni divini, si tolse gli abiti, e abbandonò il castello in groppa a un asino. Qualche giorno dopo, grati, i cardinali elessero proprio quel Caetani, già notaio, come Sommo Pontefice, col nome di Bonifacio VIII. Stordito dagli eventi, non contento, Bonifacio fece rinchiudere Celestino (pardon: Pietro Angeleri) nelle segrete del castello di Fumone, dove morì, ovviamente.

Non vorrei dare a quello che sto per dire una coloritura esoterica, ma poche ore prima dell’annuncio delle dimissioni dell’attuale Papa stavo leggendo un saggio meraviglioso di Carlo Emilio Gadda dal titolo Le tre rose di Collemaggio.

Composta per la prima volta da Gadda stesso – ma sibi et paucis, per sé e per pochi – fra il 1959 e il 1961 a partire da Le meraviglie d’Italia e Gli anni, la raccolta in cui si trova il pezzo si chiama Verso la Certosa, ed è appena uscita nella nuova edizione Adelphi in forma di «risarcimento letterario», a cura di Liliana Orlando.

Gadda, in gita all’Aquila, parla proprio di Celestino V, il cui avvento è fatto precedere da una profezia:

Vacava, il Collegio,

Quando si mosse, propagata per mezzo l’Appennino, una voce: e la dicevan tutti che fosse voce del «calavrese», Giovacchino di Fiore, dotato di profetico spirito: «Dopo che la Sedia era da due anni vacante, Papa sarebbe fatto, nel giorno di penitenza e di gloria, chi fosse venuto dalla selva e dal duro monte Appennino, scalzo, cibato d’erbe, avendo contemplato le nevi, levatosi in eterni pensieri».

Al dì quinto di luglio dell’anno di nostra salute 1294 il cardinale Ostiense fu primo a dar voto aperto a quel santo romito della montagna del Morone: ch’è nei Peligni, e nasconde la Majella alle Pràtola.

Quando poi, sul fine d’agosto, si fecero per comune accordo a volergli imporre la tiara, e il gran manto, volle, il vecchio, che ciò accadesse davanti l’Aquila, in questa sua chiesa di Collemaggio consacrata a Maria (…).

Mutarono, con gli accadimenti, i pensieri degli uomini.

Solo che

 l’Angioino e il Caetani

ovvero Carlo II detto lo Zoppo e il già nominato Benedetto Caetani da Anagni

[furono] concordi nello statuire di dover togliere di quelle povere spalle quel manto, che cinque mesi prima vi avevano gloriosamente imposto, fra la esultanza di duecentomila fedeli. Addì 13 dicembre di quell’anno medesimo l’ottantaquattrenne Pietro del Morone, in soglio Celestino V, fece quanto bastò per arrivare a guadagnarsi, davanti il secolo, l’oltraggioso motto di Dante.

Cioè «colui che fece per viltade il gran rifiuto», Canto III dell’Inferno.

Allora Gadda spiega in nota, col suo tono tra il misterico e l’esilarante:

Puoi leggere nel Muratori (Annali d’Italia) il racconto del ponteficato di Celestino V (maggio-dicembre 1294; ma la consacrazione il 29 di agosto, all’Aquila) e tutta la paurosa vicenda delle dimissioni forzate.

«…. Il buon pontefice sì per la sua decrepita età, come per la sua inesperienza, era tutto dì ingannato da’ suoi uffiziali nel dispensar grazie e conferir le chiese….». (…).

«…. Puzza di favola ciò che alcuni lasciarono scritto, di avergli il suddetto cardinal Benedetto Caetani, che fu poi papa Bonifazio VIII, di notte, con una tromba, come se fosse venuta dal cielo, insinuato di lasciare il ponteficato….»

A un povero vecchio di 85 anni, cupido solo di rosicchiare del radicchio o biasciar cacio e polenda nel montanino romitaggio! venerata la Madonna, dimessa, nonché la tiara, ma l’intera congrega camerlenga e il ceremoniale papàtico! impaurato da morire al sentir le grinfie del diavolo che lo tiran giù per i piedi! a un prigioniero di tutta quella politica e di tutto quel risucchio, angioino e gaetano, fargli mugghiare un trombone da un buco del soffitto, la notte, nel buio: «Celestì-noo! Celestì-noo! repéntete del tuo peccà-too! làa-scia la sòodia!» C’era da restarci secco.

Quella testa di papa di montagna principiò vagellare, nulla più la fermò: aveva l’aria di dire «sì sì sì, la mollo» poi «no non no, non la voglio».

L ’Alighieri ha travolto il Morrone fra gli «ignavi» (inerti nel scegliere) che danna a correre a cerchio nell’immenso vestibolo dello Inferno dietro una insegna che non posa, dacché al mondo non hanno seguitato parte o bandiera. A cose fatte, a eventi consunti, a grane faraonizzate nell’eternità, il poeta (e profeta a «à rebours») esigeva troppo da’ suoi morti, da’ suoi papi.

(Ma Gadda in una versione precedente scriveva:

Come spesso, Dante esagera: «per viltade»! a 84 anni! Vorrei vederlo lui).

Dante, insomma, intriso (come tutti noi guelfi bianchi) della cultura cattolica che vede non tanto la resistenza, quanto la sopportazione della croce al vertice della nostra attitudine alla vita, fallì in magnanimità dove riuscirà 700 anni dopo Nanni Moretti con la sua allegoria del crollo della Chiesa universale per mezzo del racconto della rinuncia personale di un Papa indebolito dai mutati tempi e pensieri. («Io faccio l’attore»: e chi non?).

Le nostre vicende grandi o piccole finiranno nell’oblio o, se sono particolarmente fortunate e epicogeniche, nella collezione delle bellezze imperiture. Sia che vengano ridicolizzate, sia eternate nello splendore di un’ecloga o di un romanzo, qualcuno le rivedrà, rese clementi da un senso del tutto umano, in un domani a sua volta pieno di fatti e fatterelli da tramandare ciascuno come merita.

«Ognuno è figlio della sua sconfitta. Ognuno è libero col suo destino», insomma, come sussurra Francesco De Gregori al Celestino V che è in noi: a volte è il caso di chiudere la porta e andare in Africa.

Verremo, poveri cristi e Papi, tutti graziati dalla Storia, e se non da lei, se siamo fortunati, almeno dal cinema, dalla musica, dalla letteratura.

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