I 10 mesi di neutralità spaccarono l'Italia del declinante Stato liberale in due fazioni che animarono la vita politica, culturale e sociale del paese. 

Tra i neutralisti c'erano quasi tutti i protagonisti dell'Italia Giolittiana: i Liberali, i Cattolici e la maggioranza dei Socialisti. 

I primi erano impegnati alla difesa dell'ultima propaggine dello Stato post-risorgimentale. Il loro neutralismo era prudente e sostanzialmente debole, in bilico tra i timori di un rivolgimento sociale e politico che la guerra avrebbe potuto generare e i possibili vantaggi invocati dagli interventisti. Anche i Cattolici erano a favore del non intervento. Una parte di essi era legato ancora a posizioni oltranziste precedenti l'Unità d'Italia ed appoggiavano sostanzialmente l'Austria ultracattolica. Una parte del clero, degli intellettuali e dell'informazione cattolica si era invece rivolta verso la maggioranza contadina della popolazione italiana minacciata dalla chiamata alle armi e agli appelli pacifisti di Benedetto XV. Un'altra parte dei cattolici italiani seguì la teoria del'"Obbedire e tacere" formulata dal più importante esponente degli intellettuali cattolici, Padre Agostino Gemelli.

I Socialisti, legati all'internazionalismo pacifista, rimanevano in buona parte legati alla neutralità anche se la frangia anarco-sindacalista di stampo soreliano vedeva nella guerra un opportunità di rovesciamento sociale e di vittoria finale del proletariato. 

Dall'altra parte dello schieramento, gli interventisti. La loro composizione era eterogenea e trasversale agli schieramenti ideologici e politici. C'erano i neo-risorgimentali rappresentati dal movimento Irredentista legato alla figura di Cesare Battisti i quali vedevano il possibile completamento del Risorgimento con le acquisizioni territoriali in caso di vittoria contro l'Austria-Ungheria. 

La parte più consistente dello schieramento a favore dell'ingresso dell'Italia nel conflitto era rappresentata dal Nazionalisti. La loro azione politica era orientata fondamentalmente allo smantellamento del vecchio Stato liberale, nella quale confluivano forze antisocialiste, antidemocratiche e filo-imperialiste all'indomani dell'impresa italiana in Libia. 

Al di là dei movimenti politici, a fare la parte del leone tra gli interventisti furono i rappresentanti dei nuovi movimenti culturali e artistici, primo tra tutti Gabriele D'Annunzio. Il vate aveva intuito l'importanza dei mezzi di comunicazione moderni (la sua voce era amplificata dal "Corriere della Sera" di Albertini) e godeva dell'appoggio di buona parte della borghesia industriale, vogliosa di protagonismo e stanca degli anni del giolittismo. L'azione culturale dannunziana fece da volano e contribuì ad accrescere l'irrequietudine e la tensione verso l'azione nel Paese. La corrente artistica che illustrò le teorie dell'intervento fu per eccellenza il futurismo, nato attorno a Filippo Tommaso Marinetti. Con lui si espresse a favore della guerra "sola igiene del mondo" Umberto Boccioni. 

Alla loro sinistra vi erano i cosiddetti interventisti "democratici" come Leonida Bissolati e Gaetano Salvemini. Poi gli anarco-sindacalisti come Benito Mussolini e Filippo Corridoni, convertito all'interventismo dopo il fallimento degli scioperi del 1914 noti come la "settimana rossa".

Corridoni e Mussolini fondarono ognuno un proprio movimento interventista, con la denominazione comune di "fasci". Tennero comizi insieme, scrissero articoli di fuoco sulla necessità di purgare l'Italia dalla mollezza dello Stato Liberale, erano pronti a colpire la debolezza dell'educazione cattolica del Paese con un feroce anticlericalismo. 

I 10 mesi di neutralità videro un ribaltamento della posizione anche da parte di Vittorio Emanuele III. Molto meno filotedesco di suo padre Umberto I, passò da un neutralismo blando all'appoggio della Duplice Intesa. La decisione dell'intervento fu tardiva e arrivò dopo che Francia e Inghilterra assicurarono all'Italia vantaggi territoriali riguardo alle terre "irredente" in caso di vittoria contro gli imperi centrali. Tra conflitti di piazza e di carta, si avvicinano le "radiose giornate di maggio". Gli ultimi barlumi della diplomazia di Giolitti si spegnevano e le piazze si riempivano di manifestanti a favore dell'ingresso in guerra contro l'Austria. Il 20 maggio Antonio Salandra consegna la dichiarazione di guerra dell'Italia. Con effetto il 24 maggio 1915.


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