Plebe
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Cultura

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In un articolo apparso su Aut negli anni ’70 che si trova nella raccolta Lunario dell’orfano sannita e che il caso fortunato gli diede modo di intitolare «Plebe», Giorgio Manganelli riporta il caso del professor (appunto) Plebe, che su …Leggi tutto

In un articolo apparso su Aut negli anni ’70 che si trova nella raccolta Lunario dell’orfano sannita e che il caso fortunato gli diede modo di intitolare «Plebe», Giorgio Manganelli riporta il caso del professor (appunto) Plebe, che su Lo specchio aveva riassunto in otto tesi i suoi «progetti per una restaurazione culturale». La seconda tesi si intitolava «Non v’è cultura senza professionisti di cultura». Le parole di Manganelli, faro di luce pulita:

«E questo, già, non è poco: perché fare della cultura una professione significa toglierle quella condizione aleatoria, bizzarra, fantastica, disordinata che ha fatto della sua storia una vicenda tanto torbida e ambigua, quando non apertamente immorale e sregolata, che tanta mai gente dabbene se ne è tenuta alla larga. Come esattamente ha visto il professor Plebe, questo stato di cose, che presuppone che ogni uomo sia un “potenziale operatore culturale, per usare un termine caro alle sinistre”, può essere sanato solo con un intervento moralizzazione professionale. Qualcuno potrebbe restare perplesso: possibile che il professor Plebe veda la cultura alla stregua che so io, della giurisprudenza o della veterinaria? (…).

L’idea è semplice e affascinante: istituire un albo degli scrittori, dei pensatori, degli artisti. Ma forse non basta: ci vuole proprio una laurea, e ad esempio, chi non sarà laureato in pensiero, se per caso pensa, bene, sarà arbitrario esercizio di una professione: forse che si può fare il medico senza una laurea? Questa idea della professione di pensatore mi eccita e mi turba; il professor Plebe si sarà certamente reso conto di quanto sia ostinata, maliziosa, capricciosa, la smania della gente di pensare; capisco, ciò non è tollerabile, fa parte di un lato immorale, quella turpitudine gnostica, come direbbe Nabokov, che la gente si porta dietro assieme al bagaglio del peccato originale.

(…). Lei avrà notato, professore, che la gente non solo pensa, scrive, e dipinge, che già sarebbe intollerabile insolenza; ma compie attività ancor più repulsive, come tutte le attività sessuali, e in genere amatorie, e poiché a qualunque dilettante è oggi concesso di esercitare una attività sessuale, non le starò a dire quale pochezza, quale goffaggine, contraddistinguano quei gesti che, col pretesto che sono “naturali” – come se non fosse naturale anche pensare! – praticamente tutti si ostinano ad eseguire sia pure per lo più in privato. Me lo lasci dire, professore: senza coscienza professionale, non si può, non si sa eiaculare. Orgasmi da contadini, languori da dattilografe, spermatozoi analfabeti, e tutti in fila, irregimentati, un due un due, con quella loro sinistra camminata di sinistra».

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