«Non sei tu, è uno degli altri me». In amore e in morte di Fernando Pessoa
«Non sei tu, è uno degli altri me». In amore e in morte di Fernando Pessoa
Cultura

«Non sei tu, è uno degli altri me». In amore e in morte di Fernando Pessoa

È risaputo nella ristretta cerchia del mio mondo che una delle cose che mi piace di più fare è piangere. Massimamente mi piace piangere a causa di eventi e circostanze che non mi riguardano direttamente, e che non hanno una …Leggi tutto

È risaputo nella ristretta cerchia del mio mondo che una delle cose che mi piace di più fare è piangere.

Massimamente mi piace piangere a causa di eventi e circostanze che non mi riguardano direttamente, e che non hanno una precisa connotazione drammatica, anzi: di solito piango per la bellezza – parola che non deve trarre in inganno: posso piangere per Il rapimento di Cefalo eseguito  nel 1600 per le nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV di Francia come per il cucchiaio di Totti.

Lo dico al principale scopo di fornire materiale stuzzicante a chi dovesse mai prendersi la briga di intervistarmi: «E così, Daniela – gli immaginati intervistatori mi darebbero del tu in virtù di una maggiore intimità con la mia opera data dalla lettura di queste righe – una volta hai dichiarato che ti piace piangere». «Di più, mia/o cara/o, molto di più», risponderei enigmatica. «Sarebbe più corretto dire che piangere mi diverte. Me la vado proprio a cercare, e se non io, almeno una me molto più me di quanto sia me io stessa…». E continuerei così, con l’elenco delle circostanze che mi fanno piangere, cioè che so che mi fanno piangere, e che quindi, trovando io molto piacevole abbandonarmi al pianto, mi vado a cercare.

Al primo posto metterei le tombe. O meglio: le scritte sulle tombe (o epitaffi). Mi fanno piangere, spiegherei, non per la loro prossimità con l’idea della morte, che non mi fa piangere ma semmai mi interessa; piuttosto ciò che mi commuove  è il misto di gentilezza e ironia del loro contenuto.

La volta che ho pianto meglio è stata davanti alla tomba di Pessoa, nel Monastero dos Jerónimos di Belèm, a Lisbona. Le sue spoglie infatti furono traportate qui nel 1985 dal Cemitério dos Prazeres dove sono le ceneri di Antonio Tabucchi, che non sta quindi affatto accanto al suo amato scrittore, come erroneamente indicato qui, ma appunto nel chiostro del Monastero dove riposano i padri della Patria Vasco da Gama e Luís de Camões, come correttamente indicato in questo bellissimo articolo che infatti guardate un po’ da chi è stato scritto.

Ma in merito al caso di cui sto per parlare non c’è comunque da essere così sicuri.

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Quella di Pessoa è davvero la tomba più bella del mondo, per forma e contenuto. È una stele addossata al muro, sulle cui tre facce visibili sono apposte i versi di tre poesie, attribuita ciascuna a un suo eteronimo: Alberto Caeiro, Ricardo Réis, Àlvaro de Campos. Sul secondo quarto inferiore della faccia centrale, quasi illegibile per il riverbero del sole, è apposto con carattere più grande l’ortonimo, cioè Fernando Pessoa, nato nel 1888, morto nel 1935.

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La visita alla tomba di Pessoa venne subito dopo la visita alla casa-museo di Pessoa alla Estrêla, imponendosi come vivo opposto di quella, mortifera accozzaglia pop. Dico solo che sulle mura esterne della casa ci sono delle scritte rosse con le sue citazioni più famose. Non so esattamente da quando Pessoa è diventato scrittore da segnalibro; probabilmente nello stesso periodo in cui mostruosi neonati cominciarono a fiorire dai cavolfiori.

Comunque, avessi dovuto fare un racconto romanzato di quel pomeriggio di agosto, avrei fatto passare un gatto tra me e la tomba, dentro la struttura leggerissima e sabbiosa del Monastero. Il fatto è che mentre io mi divertivo cioè piangevo seduta sulla balaustra del chiostro, un gatto mi è passato davvero davanti, tigratissimo, e ha strofinato la coda prima addosso al lato dell’anticlericale Alberto Caeiro, poi a quello del monarchico Ricardo Reis, infine a quello di Àlvaro de Campos, e poi è sparito dentro l’ombra fresca della cripta; se non lo giuro è solo per invidia nei confronti di una realtà così più ingegnosa delle mie invenzioni.

«Questo animale (l’Ibis), meriterebbe davvero di strusciare la sua fisionomia sulle pietre»: è una frase che Fernando scrisse a Ophèlia Queiroz nel 1929, all’epoca del loro riavvicinamento (dopo essersi non salutati per strada tre volte).

L’aveva conosciuta nel 1920 nella ditta di trapani di suo cugino, dove lei lavorava come segretaria, e avevano vissuto un namoro che durò da marzo a novembre. Il motivo della interruzione del loro casto rapporto, fatto di accompagnamenti e viaggi in tram e buffi passaggi di lui sotto le sue finestre, fu l’arrivo dell’«onda nera» che si abbatté su di lui ad ottobre del 1920, cui fece seguito la decisione di entrare in una clinica psichiatrica.

Se anche a voi vi piace piangere, leggete queste lettere.

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Il 32 enne Fernando, impiegato in una ditta di import-export, chiama la 19enne Ophélia Bebè, Nininha, Piccolina, Vespa, Belva, Vipera, Cattiva. Intrattiene con lei, le cui lettere non sono riportate, un gioco di mascheramenti e ricatti morali, patetiche richieste e scenate di gelosia, insidie emotive e fughe. La aggiorna quotidianamente sulla propria malattia, sulla secchezza di gola, sul trasloco da Benfica alla Estrêla, sulla difficoltà a prendere sonno e  a incontrarla presso la libreria inglese di Rua do Arsenal o sotto l’ufficio di Rua do Alecrim – la stessa strada in cui Saramago farà dormire, in un alberghetto sentimentale, il morto Ricardo Reis finalmente tornato dal Brasile dove era emigrato nel 1919. Reis, per inciso, torna a Lisbona nel ’35, finalmente libero dopo la morte di Fernando.

Alberto Caeiro, invece, era morto nel 1915, dopo aver trascorso tutta la vita in provincia presso una vecchia zia. È per questo che nessuno dei due, nel 1920, all’epoca del namoro, è con Fernando.

Con lui, invece, c’è Àlvaro de Campos, l’ingegnere navale; e se è con lui, è anche con Ophélia, o meglio contro di lei.

È per l’intervento di Àlvaro che le lettere, dapprima regressive, e sentimentali, e ridicole come tutte le lettere d’amore

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21 ottobre 1935

col passare del tempo si fanno inquietanti in un senso opposto, più angoscioso e oscuro.

Il 27 aprile del 1920 compare per la prima volta il suo nome, tra parentesi:

Menomale che eri allegra e che hai dimostrato piacere a vedermi (Àlvaro de Campos)

e non si capisce se è lui a pronunciare la frase, o se è Fernando che prendendo possesso della pagina oggettivizza un pensiero di Àlvaro o se, ancora, la sua è un’intrusione automatica, come quella delle scritture spiritistiche che Pessoa amava frequentare. Certo è che l’eteronimo non vedeva di buon occhio la ragazza.

Il 6 maggio scrive (scrivono):

Prendi ancora in giro il tuo nininho? (Àlvaro de Campos)

E il 22 maggio, più esplicitamente:

Se tu vorrai stare alla finestra vedrai passare il tuo Nininho. Se lei non lo vorrà, lo vedrà. (È autore di questa ultima frase il mio caro amico Àlvaro de Campos).

Il 28 Fernando si sdoppia, riconoscendolo come «l’altro», e scrive:

Oggi hai dalla tua parte il mio vecchio amico Àlvaro de Campos, che in generale è sempre stato soltanto contro di te. Rallegrati!

E l’11 giugno

Mi sentirei molto meglio se potessi vederti subito e scendere con te verso la Baixa da soli, senza Àlvaro de Campos, dato che a te non piacerebbe certamente che quel distinto ingegnere apparisse.

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Ma cosa vuole Àlvaro? Forse vuole Ophélia tutta per sé, lui che è destinato all’oblio di una vita parallela? Forse vuole, lui che è un essere ragionevole e perciò, seppure straordinario, capace dell’ovvio, avere la sua porzione d’amore, che al contrario Fernando non conosce? Forse è questa la sua occasione per uscire fuori dall’eteronomia, e prendersi la vita di Fernando e con essa la sua?

Mi sa di no. È chiaro che Àlvaro  non è un semplice doppio: è semmai una delle incarnazioni di una girandola allucinatoria, di una duplicazione infinita, di cui Fernando è, come nella sua tomba, il centro irradiante.

In novembre Fernando le scrisse:

Il Tempo, che invecchia volti e capelli, invecchia anche, ma ancora più in fretta, gli affetti più coinvolgenti. La maggior parte delle persone, perché è stupida, non se ne rende conto, e crede di continuare ad amare perché ha l’abitudine di sentire se stessa che ama. Se così non fosse, al mondo non ci sarebbero persone felici.

Nel 1929, in occasione del loro secondo incontro, sarà Àlvaro a prendere in mano la penna, per scrivere una lettera a Ophélia in cui le consiglia (le intima?) di dimenticare Fernando:

Gentilissima Signora Ophélia Queiroz,

Da parte mia, come intimo e sincero amico di quel poco di buono della cui comunicazione, seppur con sacrificio, mi faccio carico, consiglio la Signoria Vostra di prendere l’immagine mentale che eventualmente possa essersi fatta dell’individuo la cui menzione sta rovinando questo foglio di carta soddisfacentemente bianco, e di buttarla, quest’immagine mentale, nel buco dell’acquaio, essendo materialmente impossibile dare questa destinazione, che peraltro giustamente competerebbe a quell’entità fintamente umana, se ci fosse giustizia al mondo. Voglia gradire i complimenti di Àlvaro de Campos (Ingegnere Navale)

D’altra parte Àlvaro, tra gli eteronimi, è quello che scrive

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Mi viene in mente che sarebbe interessante impiccare i figli innanzi agli occhi delle madri

Fece bene Tabucchi, nella splendida postafzione, a fare riferimento – più che alla radicalità di una condizione patologica – a Kafka e al suo sentirsi «fuori dal territorio dell’amore» riservato alle persone comuni:

Hai tanto potere su di me: via, trasformami in un uomo che sia capace di ciò che è ovvio (K in una lettera a Felice)

Come Felice non poté con Kakfa, così Ophélia non riuscì a trasformare Pessoa, e guarirlo della sua affollata solitudine. L’unico che ebbe potere su di lui, che lo seguì sempre frequentando i suoi bar e le sue strade come se lui fosse il vivo di cui Fernando era il fantasma, è e sarà sempre, fino alla morte, l’ingegnere omosessuale Álvaro de Campos.

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