L’intelligenza e il coltello: tutto è Kafka
L’intelligenza e il coltello: tutto è Kafka
Cultura

L’intelligenza e il coltello: tutto è Kafka

Nello splendido film La donna del giorno, Spencer Tracy e Katharine Hepburn sono in taxi; a un certo punto lui le dice: «Ti amo», lei chiede «Davvero?», e lui: «Sì»; lei: «Anche quando sono sobria?», e lui: «Anche quando sei …Leggi tutto


Nello splendido film La donna del giorno, Spencer Tracy e Katharine Hepburn sono in taxi; a un certo punto lui le dice: «Ti amo», lei chiede «Davvero?», e lui: «Sì»; lei: «Anche quando sono sobria?», e lui: «Anche quando sei intelligente».

Non «perché», non «nonostante» tu sia intelligente, ma «quando». Come dire: «persino le volte in cui». Il punto è chiaro: amore e sobrietà, e ancora di più amore e intelligenza, sono due circostanze inconciliabili; quando si verificano insieme, allora vuol proprio dire che l’amore è sincero e motivato, o(vvero) che tu e il tuo partner siete Spencer Tracy e Katharine Hepburn.

Fate conto di non avere a disposizione né il cinema né la letteratura, e di dover fare tutto da zero. Avete solo il mondo prosaico e volgare, ma anche meraviglioso e sublime, a cui attingere per le vostre citazioni e le vostre metafore. Quale parte, o meglio quale faccia, del mondo scegliete? Quale faccia vi mostra, il mondo?

Proviamo: qualcuno vi dice che per lui siete tutto il mondo. È un’iperbole, più che una metafora, ma è anche una metafora in quanto esplicita un insieme di sineddochi: tu, col tuo corpo funzionante, i tuoi occhi splendidi, i tuoi capelli di porpora, il tuo collo simile a una torre d’avorio, il tuo alito come quello dei pomi, per me, rappresenti tutto il mondo. Puoi stare al posto di quello. Il mondo stia dove vuole, sullo sfondo: a me basti tu.

Bello, sì.

Ma le persone, abbiamo detto, sono persino più semplici di quanto contempli la Bibbia: se ti prendi uno, ti prendi non solo il suo alito che sa di mela; ti prendi anche i suoi difetti, il suo dente scheggiato, le orecchie a sventola. E il mondo non offre materiali per fare metafore così articolate.

Però, tutto sommato, si continua a dire "per me se il mondo". E la maggior parte della gente ne è contenta, perché il mondo è visto come una sfera di perfezioni ragionate, una mèta, un obiettivo da prendere, di cui godere, una terra ricca di frutti: un Paradiso terrestre. Ma: prima di rallegrarvi, ricordatevi sempre di chiedere a chi vi fa questa dichiarazione cosa è per lui il mondo.

Provate a immaginare che a dire questa frase non sia uno qualunque, ma Franz Kafka – ragionando un attimo secondo l’assunto che il mondo di Kafka sia più orribile di quello di uno qualunque.

Non è una provocazione, lui lo disse veramente di (e a) Felice Bauer in più occasioni. Questo è un frammento dei Quaderni in ottavo:

La frase «Il mondo – F ne è solo la rappresentante – e io stracciamo il mio corpo con un conflitto irrisolvibile» svela la natura spaventosa della metafora.

Ne ho già parlato: FK conosce Felice a casa di Max Brod, una sera (buffo, commovente: la cosa avveniva esattamente 100 anni fa, il 13 agosto del 1912).

La vede solo quella volta. Per due anni, fino al maggio del 1914, quando la rivede a Berlino per il fidanzamento ufficiale che verrà sciolto solo un mese dopo, le scrive solo lettere, fino a tre al giorno, che per fortuna Brod non ha bruciato, insieme a tutta la sua opera, come lui gli aveva chiesto di fare dopo la sua morte.

Ma cosa è il mondo per K?

È un campo minato, pieno di pericoli, di insidie, e di corde tese per terra che sembrano fili per funamboli e in realtà sono ostacoli che fanno inciampare. È un tempio in cui entrano i leopardi, di notte, e sfasciano tutto, mordendo paramenti e facendo razzia di ogni cosa sacra, tanto che il loro ingresso ferino, ormai prevedibile, è possibile farlo diventare parte del rito (questa intuizione anticipa la coazione a ripetere di Freud).

Pieno di ritardi e omissioni, è un chiodo che batte nella tempia dell’Universo; un angolo di antimateria in cui le leggi che conosciamo non valgono più, impazziscono, anche se tutti fanno finta di crederci, e – cosa più spaventosa di tutte – forse ci credono davvero. È una follia coerente, ordita a scapito dalle persone ma in cui le persone sembrano trovarsi a loro agio, e non fanno che assecondarla col matrimonio, i figli, la recita dell’amore.

Questi obiettivi personali e sociali, per molti, sono facili: a dire il vero, FK dice spesso che la maggior parte della gente li lascia accadere, senza sceglierli. Ma per lui, come per tutti quelli che hanno un rapporto teso col mondo, sono Castelli irraggiungibili immersi in una nebbia maligna, per arrivare ai quali ci si deve avvalere di strade che curvano in modo assurdo, messaggeri infidi, figure bizzarre e mentitrici, e di un linguaggio che noi non riusciamo a comprendere fino in fondo, ma al quale ci adeguiamo.

Nel ’19, Kafka lo fa di nuovo: nella pensione Stüdl di Schelesen conosce Julie Wohryzek, che «appartiene alla razza delle commesse», come scrive a Brod.

Le lettere che le scrive non hanno niente della spettacolare angoscia e del doloroso anelito alla vita delle lettere a Felice. Julia non può rappresentare il mondo, perché è inoffensiva. Non deve narrarle cosa è per lui: lei aderisce al mondo in modo quasi analogico: Julia e mondo sono la stessa cosa. In più, Julia non è intelligente, quindi lui non può amarla nonostante la sua intelligenza. Decide quindi, ovviamente, di sposarla, contro il parere del padre.

A fine estate del 1920 è già tutto finito, perchè nel frattempo ha conosciuto Milena.

Milena è perfetta: sa scrivere e sa leggere lettere, è intelligente, e soprattutto è già sposata. Lei non rappresenta il mondo, ma in un certo senso è valido il reciproco. A un certo punto le dice:

siccome amo te (…) amo il mondo intero

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È ovvio che il rapporto tra Kafka e il mondo è cambiato, forse non a causa di Milena, ma a causa di Kafka. La tubercolosi ormai è avanzata, il mondo ha gettato la maschera, e si è rivelato per quello che è; Franz alza le mani, è libero.

Dovendo preoccuparsi del proprio corpo fin nello sforzo minimo di respirare, a lei, che è sposata e quindi perfetta nel suo ruolo di metafora dell’impossibilità, affida il compito più terribile:

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Eh? Che vuole dire? Possibile che K faccia una metafora semplice – un oggetto al posto della persona – e strumentale che equipara l’amore a un atto cruento, a una tortura, che agevoliamo consenzienti?

No, non è così. La malattia lo ha stracciato, definitivamente, realizzando la minaccia del padre che le donne si erano offerte di completare. Il mondo e Kafka sono, ora, la stessa cosa. Adesso, tutto è Kafka: torace, giugulare, cuore di K da una parte; Milena, fredda scrutatrice dei suoi organi e quindi del mondo, dall’altra.

Non più “tu sei tutto il mondo”, ma io sono tutto il mondo, e tu, coi tuoi occhi e il tuo corpo e la tua intelligenza, mi stai facendo a fette, anzi: visto che già mi stai tra le costole, sono io che ti uso per frugarmi.

Da quel momento, smetteranno di scriversi. Lui le riscrive due anni dopo, dandole del lei. Lei non è più il coltello, ma la destinataria di una specie di colloquio coi fantasmi che assediano la sua scrivania. O forse lei ha svolto così bene il suo ruolo di coltello, che non la vede più, talmente in profondità è affondata la lama. Il mondo è tornato ad avvolgerlo, ostile.

La lettera di risposta di Milena non ci è pervenuta. Però esiste la lettera che Milena scrive a Max Brod, in cui, spietatamente e senza metafore, descrive il mondo di Kafka, cioè Kafka, e se ne tira fuori, sfilandosi in quanto lama.

La riporto la prossima volta, così ciascuno potrà decidere se l’idea che si è fatto dell’amore e del mondo è kafkiana, o se somiglia più a una commedia di Hollywood.

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