Le differenze minime tra sabbia e sabbia
Le differenze minime tra sabbia e sabbia
Cultura

Le differenze minime tra sabbia e sabbia

Cosa vuole veramente un collezionista? Che atteggiamento ha verso il mondo chi lo setaccia per imprigionarlo, rapirlo, relegarlo in una clausura protetta e vagamente ambigua, senza mai prevedere di liberarlo? È la domanda che La collezione di sabbia, opera-miniatura …Leggi tutto

Cosa vuole veramente un collezionista? Che atteggiamento ha verso il mondo chi lo setaccia per imprigionarlo, rapirlo, relegarlo in una clausura protetta e vagamente ambigua, senza mai prevedere di liberarlo?

È la domanda che La collezione di sabbia, opera-miniatura di Italo Calvino, porta alle estreme punte, rispondendo: «Il fascino d’una collezione sta in quel tanto che rivela e in quel tanto che nasconde della spinta segreta che ha portato a crearla» e «spaventato e ironico» verso il mondo è il collezionista. Il gusto del campionario è un esercizio per dita esigenti e per occhi affamati.

Il collezionista di sabbia, ad esempio, è un romantico conservatore o un maniaco con tratti di psicopatia? Che piacere gli dà la costruzione di uno scenario frutto di progressive erosioni del mondo esterno, lo svuotamento della realtà comune a beneficio di un piccolo mondo artificiale soggetto alle leggi da lui solo stabilite, rifulgente del suo essere frammento, ipotesi, ricordo, refurtiva?

Certo, in generale conosciamo quell’oscura smania che spinge tanto a mettere insieme una collezione quanto a tenere un diario, «cioè il bisogno di trasformare lo scorrere della propria esistenza in una serie d’oggetti salvati dalla dispersione, o in una serie di righe scritte, cristallizzate fuori dal flusso continuo dei pensieri».

Ma Calvino doveva inventarsi un oggetto più pazzesco delle farfalle di Nabokov; meno raro dei francobolli, trastullo degli avidi; più infinitesimale di libri, più maniacale dei souvenir.

Perciò la sabbia. Ma non sarebbe più giusto parlare di sabbie? Esiste una materia-sabbia, o tante sono le sabbie quanti tutti gli altri plurali della natura, compresi i sangui? Ecco la mania sottile, il demone ossessivo della dissomiglianza:

«Poi le differenze minime tra sabbia e sabbia obbligano a un’attenzione sempre più assorta, e così a poco a poco s’entra in un’altra dimensione, in un mondo che non ha altri orizzonti che queste dune in miniatura, dove una spiaggia di sassolini rosa non è mai uguale a un’altra spiaggia di sassolini rosa (mescolati coi bianchi in Sardegna e nelle isole Grenadine dei Caraibi; mescolati coi grigi a Solenzara in Corsica), e una distesa di minuscola ghiaia nera a Port Antonio in Giamaica non è uguale a una dell’isola Lanzarote nelle Canarie, né a un’altra che viene dall’Algeria, forse in mezzo al deserto».

Le proprie giornate, minuto per minuto, pensiero per pensiero, ridotte a collezione: la vita triturata in un pulviscolo di granelli… Anche se poi, simmetrico al piacere del setaccio infinitesimale, si spalanca la voluttà della combacianza, che nutrì le fantasie di Baudelaire, subito richiusa dal geloso gesto di chi stabilisce e onora le differenze. Dice Calvino:

«non possiamo essere sicuri che davvero esista una corrispondenza tra la fredda sabbia color terra di Leningrado, o la finissima sabbia color sabbia di Copacabana».

La sterilità dell’impresa si riflette nel mutismo della sabbia sottratta alla legge della natura:

«questo cimitero di paesaggi ridotti a deserto, di deserti su cui non soffia più il vento».

Ma tale pensiero è solo una fuggevole consapevolezza, come quella che di tanto in tanto visita gli amanti che si sottraggono al mondo pur di aversi – consapevoli che l’amato è il differente per antonomasia, l’atopos, il “distaccato dallo sfondo” – e cade di fronte alla superiore coscienza dell’individuo-creatore, quella di «avere finalmente per sé la sostanza sabbiosa di tutte le cose» e di «toccare la struttura silicea dell’esistenza».

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