«La puntura al cuore» contro le torture sepolcrali e il desiderio di Kafka della morte apparente
«La puntura al cuore» contro le torture sepolcrali e il desiderio di Kafka della morte apparente
Cultura

«La puntura al cuore» contro le torture sepolcrali e il desiderio di Kafka della morte apparente

Come forse chi segue questo blog avrà capito, da qualche tempo sto leggendo i Diari di Kafka. Non è di quelle letture che si esauriscono col semplice scorrerle con gli occhi, o il cui senso può essere radunato per …Leggi tutto

Come forse chi segue questo blog avrà capito, da qualche tempo sto leggendo i Diari di Kafka. Non è di quelle letture che si esauriscono col semplice scorrerle con gli occhi, o il cui senso può essere radunato per mezzo di un riassunto o di un racconto, una volta girata l’ultima pagina. Le cose che succedono nel mentre sembrano richiamarla in continuazione. Gli altri libri sembrano echeggiarla, citarla e confermarla, oppure negarla, con ciò autoeliminandosi dalla sfera delle cose perfette.

Mi esprimerò senza enfasi: è una specie di Bibbia dell’inconscio e della disperata creazione umana, invece che dei cataclismi e dei rovesci di un Dio che cerca di domare l’umano come è quella che ci hanno un po’ insegnato al catechismo, che libera ad ogni riga inesauribili rimandi, impressioni e ricordi di fatti, di letture o di sogni di Kafka e nostri. Perciò tanto tempo: il tempo necessario a che la vertigine che le parole creano si posi, staccandoci dalla pagina e vorticando tra la nostra biografia e la nostra tensione. Ne voglio dare un esempio che mi ha colpito con un’evidenza stordente: uno o due mesi fa fa ho letto in una nota del suo viaggio a Milano dell’agosto 1911 questa frase:

«Conversazione sulla morte apparente e sulla puntura al cuore, a un tavolino da caffè nella piazza del Duomo. Anche Mahler ha chiesto la puntura al cuore».

Ricordo di esserne rimasta colpita, lì per lì, tanto che l’ho sottolineata e vicino ho messo un punto interrogativo, a significare: che puntura? Sono anche andata a controllare nel diario di Alma Mahler, dove peraltro, nelle pagine in cui descrive l’agonia del marito, non c’è nessun riferimento a niente di simile. Alma dice solo «Alla mezzanotte del 18 maggio, mentre infuriava un violento uragano, il terribile spaventoso rantolo tacque di colpo tutto era finito! Non mi permisero più di entrare nella stanza dov’era morto», e riferisce delle ultime parole di Gustav, di cui ho parlato qui.

Credo di aver pensato alla fine che si trattasse di un’allegoria o di uno di quei messaggi cifrati a cui spesso Kafka ricorre per truccare e rendere più presentabile e comprensibile (cifrare per rendere comprensibile è uno dei paradossi del suo genio) la realtà troppo umana di una conversazione con Max Brod durante un viaggio a Milano. Al contempo, sapevo che, come dice Roberto Calasso in K., «Kafka non lo si può intendere se non lo si prende alla lettera». Ho perciò proseguito nell’incanto di tutte le altre riflessioni di K., capaci di provocare l’oscillare come di un pendolo sinistramente silenzioso tra gioia intellettuale e dolore emotivo, e tra finzione letteraria e i mostri interni e reali.

Poi ieri trovo su una bancarella un libro di Guido Ceronetti del 1976, La carta è stanca, che raccoglie testi usciti su L’Espresso e La Stampa tra il ’72 e il ’74.

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Tra questi, scopro a casa, ce n’è uno che si intitola La morte apparente, dove a un certo punto, sconcerto!, leggo:

«nei diari di Kafka (…), il ricordo di una conversazione a un tavolino di caffè in piazza Duomo a Milano, sulla morte apparente e la puntura al cuore: “Anche Mahler ha chiesto la puntura al cuore”. Mahler era morto il 18 maggio di quell’anno; forse il pensiero della verifica medica sul suo corpo prima dell’inumazione gli avrà reso meno amari i sudori della morte».

Ceronetti spiega il valore di quell’«anche»: «un nero velo di orrore per la morte» copriva l’Europa da quando la medicina «si era data a divulgarne con grande allarme i fenomeni», e l’iniezione intracardiaca (efedrina, adrenalina) «era frequente nella classe colta di quegli anni, per chi rifiutava la cremazione».

La cosa, spiega Ceronetti, è da attribuirsi al fatto che nel secolo XIX, «buttandosi all’aria per i nuovi piani urbanistici gli antichi cimiteri, si scoprirono quantità di scheletri contorti, formanti un arco con la spina dorsale, in atto di forzare il coperchio, con ciocche di capelli tra le dita». Si diffusero racconti tra scienza e leggenda di autopsie interrotte dal risveglio del simil-morto, di cuori che avevano ripreso a battere mentre già la sega stava asportando la volta cranica, e proliferarono trattatisti di torture sepolcrali e manuali pratici sull’«abuso della sepoltura dei morti», nonché inventori di strumenti in grado di far risuonare un allarme nei cimiteri in caso di risveglio del morto nella bara: il Karnice, un tubo terminante in una «palla di vetro sospesa allo sterno immobile, ebbe voga nei migliori cimiteri; in Italia, costava trecento lire».

Un caso preoccupa e eccita la sensibilità di Ceronetti: «Stendhal muore il 23 marzo 1841, fulminato da un aneurisma, alle due del mattino. Il giorno dopo è seppellito al cimitero di Montmartre. Una fretta raccapricciante. Se si fosse risvegliato? Se avesse urlato là sotto?»

La questione, che tanto aveva inquietato Mahler al punto da chiedere gli venisse praticata una puntura, dovette turbare profondamente Kafka, se tra i documenti sequestrati dalla Gestapo in casa di Dora Diamant a Berlino e poi ritrovati in un caveau di Zurigo dopo la guerra c’è un frammento sui morti che tornano «senza aver visto la morte» in cui si legge:

«ad esempio, potrebbe anche venirci il desiderio di vivere l’esperienza del morto apparente (avendo però il ritorno assicurato, quasi un “salvacondotto”), che ci avviene persino di desiderare la morte: ma neppur col pensiero vorremmo restar vivi dentro la bara senza alcuna possibilità di ritorno. (Questo non ha niente a che vedere, in fondo, col terrore della morte)».

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