«Il potere di incanto che viene dalla disillusione»: contro il flirt
«Il potere di incanto che viene dalla disillusione»: contro il flirt
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«Il potere di incanto che viene dalla disillusione»: contro il flirt

Monica Vitti, profondamente bionda, vestita elegante come elegante si vestivano le donne che impersonava quando un uomo le invitava a cena, veniva informata da quello di turno che avendo ottenuto il divorzio era pronto a sposarla. Lo sguardo estenuato e …Leggi tutto

Monica Vitti, profondamente bionda, vestita elegante come elegante si vestivano le donne che impersonava quando un uomo le invitava a cena, veniva informata da quello di turno che avendo ottenuto il divorzio era pronto a sposarla.

Lo sguardo estenuato e affilato di lei cominciava allora a vagare per la sala: l’uomo di un’altra coppia, imbaldanzito, litigava con la brutta moglie; un siciliano in compagnia di un amico scettico attribuiva l’attenzione di quella allumeuse, per di più accompagnata, al fatto che a Roma gli uomini sono tutti o viziosi o cornuti; mentre lei vagheggiava di alberghi in Spagna, sempre incapace di fissarsi sul quasi ex sposato neo-fidanzato, una compagnia à la page faceva il suo ingresso nel ristorante: l’intellettuale lesbica finiva nel fuoco di fila di quello sguardo vizioso, elargendo teorie femministe ai maschi.

Lo scandalo, come un fuoco, divorava gli astanti, riconoscibile e provocatorio: è l’episodio diretto da Dino Risi di Noi donne siamo fatte così, e al suo centro è il flirt, quella radiazione di fondo del sesso tutta basata sul potere dello sguardo, irresponsabile, veloce e licenziosa, una sirena d’allarme capace di mobilitare le volontà più di qualsiasi passione. È di qualche importanza che lo sguardo vellutato e stanco, erotico e spudoratamente fedifrago di Monica Vitti fosse lo sguardo di una cieca: lei non vedeva nemmeno chi si vedeva guardato.

Cosa pensarne? Ci sono quelli che ci vedono la potenza di qualche atto, e che tramano per la sua evoluzione («Noi? ci siamo conosciuti in un locale, e poi…»); c’è chi lo usa come compensazione della disistima di sé e del disamore del proprio partner e chi non è capace eppure ci prova, con effetti rovinosi. C’è poi chi non fa altro tutta la vita, tutto il giorno: un agonismo da cardiopalma, una pesca incessante, una gimcana arrischiata  e orizzontale, senza alcuno sviluppo, validata dal puro numero – ed è questa a ben vedere l’unica forma interessante.

Il flirt consiste e riesce in ciò: in quell’alternanza di attaccamento e resistenza, di distacco e ostentazione di interesse, di sconosciutezza, arditezza, indifferenza e intimità, tutti solamente detonati dall’incontro, ma già schierati nei soggetti predisposti come tessere di un domino pronte a tremare nella tensione eccitata della battuta di caccia, dell’attivazione del radar dell’avventura ottica. Lo seppe bene Aschenbach cercando e rifuggendo nella hall del Grand Hotel des Bains di Venezia lo sguardo struggente e crudele di Tadzio.

Appartiene a questo tipo di flirter seriale il giovane barone protagonista del racconto più perfetto che si possa leggere sul tema: Bruciante segreto di Stefan Zweig. Lo vediamo, anche lui, aggirarsi per la hall dell’albergo pensando: «Ci fosse almeno qualche donna, un piccolo flirt, magari anche innocuo, tanto per non trascorrere in modo troppo triste la settimana».

Era uno di quei giovani «favoriti nel successo da un volto gradevole e quindi sempre pronti a nuovi incontri, nuove esperienze, sempre ansiosi di tuffarsi nell’ignoto di un’avventura, e mai sorpresi da nulla, avendo oculatamente calcolato tutto, non disposti a trascurare alcunché di erotico, perché fin dal primo sguardo cercano in ogni donna il lato sensuale, come per saggiarlo e senza distinguere tra la moglie dell’amico e la cameriera che, aprendo la porta della padrona, a essa li introduce».

Davvero la ricerca è quella di una preda, davvero si tratta di un desiderio di massacro così banale? Zweig: «Quando, con un certo sommario disprezzo, uomini siffatti vengono definiti cacciatori di donne, non ci si rende conto di quanta perspicace verità sia racchiusa in questa espressione, perché in effetti tutti gli istinti passionali della caccia, lo scovare la preda, l’eccitazione e la crudeltà interiore, guizzano nell’incessante destrezza di simili individui. Sono costantemente alla posta, sempre pronti e decisi a seguire le tracce di un’avventura fino all’orlo dell’abisso».

Individui siffatti, che siano uomini o donne, «sono sempre carichi di passionalità, una passionalità però che non è quella di chi ama, bensì la passionalità del giocatore, fredda, calcolatrice e pericolosa».

La loro giornata «si scompone in cento piccole esperienze sensuali – uno sguardo en passant, un sorriso rapido e fugace, un ginocchio sfiorato col ginocchio – e l’anno a sua volta si scompone in cento simili giornate, e l’esperienza sensuale è fonte di vita, che scorre e nutre e stimola senza posa».

Poi, quasi sempre, accade ciò che deve: «Accanto al suo tavolo crepitò, nel passare, un abito di seta; alta e prosperosa trascorse come un’ombra una figura e dietro a lei, con un vestito di velluto nero…»

Da dove cominciare? «Ancora non gli era riuscito di fissarla negli occhi e si limitava ad ammirare la bella curvatura delle sopracciglia, linea di grande purezza sopra un naso delicato (…). I capelli, come tutto ciò che di femminile vi era in quel corpo pieno, denotavano un rigoglio straordinario; la sua avvenenza sembrava paga e gloriosa nella sicura consapevolezza dei numerosi ammiratori».

Lei «ostentò un’apparente indifferenza verso la cauta insidia nello sguardo del barone, che lei pareva non notare, mentre in realtà era solo la vigile attenzione dell’uomo a imporle quella riservatezza controllata».

Il «volto tetro» del barone «si era di colpo illuminato, come a una frustata sotterranea i nervi si animarono, spianando le rughe, elettrizzando i muscoli, sicché egli avvertì uno scatto in tutto il corpo, e luci gli balenarono negli occhi. Non dissimile, in questo, dalle donne, alle quali occorre la presenza di un uomo per sprigionare da sé l’intera loro potenza».

Difficile mantenere la tensione al di qua della piega dello progresso: «Volendo stanarla, cercò lo sguardo di lei, che a volte lo sfiorava con la sfavillante vaghezza dell’incontro casuale, ma mai dava apertamente una risposta chiara. Anche intorno alla bocca gli parve di avvertire a tratti un moto, come un accenno di sorriso».

Certo, tutto questo è incerto, ma «proprio quell’incertezza lo eccitava. L’unica cosa che gli pareva promettente era quel continuo scansare il suo sguardo, perché indicava al contempo resistenza e imbarazzo». Per questa la tiene «inchiodata con lo sguardo per mezz’ora».

Come finirà il barone? Male, o almeno ingloriosamente, a leggere i versi di W. H. Auden:

«così i re trovano strano di avere un milione di sudditi
e tuttavia non condividere il pensiero di nessuno, e i
seduttori
sono sinceramente imbarazzati vedendosi incapace di amare
ciò che riescono a possedere».

Si tratta di sapere già dall’inizio in cosa consiste e cosa è la sua magia:

«il potere di incanto
che viene dalla disillusione»

e  che

«gran parte dei desideri finiscono in fetidi stagni».

Al seduttore Auden chiede:

«Sei malizioso di natura? non saprei.
Forse soltanto incapace di stare in ozio e di vivere per te stesso, e, con tutte le tue boccacce,
segretamente inquieto e infelice senza un padrone
che ti chieda il lavoro di cui tu stesso hai bisogno».

Fino al lancio della peggiore maledizione gli si possa fare:

«Tutti i tuoi tiri sarebbero una prova? Se è così, io spero
troverai, la prossima volta,
qualcuno in cui tu non possa scorgere la debolezza
per la quale corromperlo col tuo fascino».

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