«Fino a qualche giorno fa eri una divinità. Ora eccoti una donna» Le imbecilli poesiole anonime di un innamorato
«Fino a qualche giorno fa eri una divinità. Ora eccoti una donna» Le imbecilli poesiole anonime di un innamorato
Cultura

«Fino a qualche giorno fa eri una divinità. Ora eccoti una donna» Le imbecilli poesiole anonime di un innamorato

Il 9 dicembre 1852 la bella e conturbante signora Apollonie Sabatier si vede recapitare una lettera anonima. La calligrafia dell’autore è infantile: forse è di un adulto che l’ha contraffatta impugnando la penna con la sinistra. Contiene una poesia …Leggi tutto

Il 9 dicembre 1852 la bella e conturbante signora Apollonie Sabatier si vede recapitare una lettera anonima. La calligrafia dell’autore è infantile: forse è di un adulto che l’ha contraffatta impugnando la penna con la sinistra. Contiene una poesia e una confessione: «Colui che ha composto questi versi, in uno di quegli stati di fantasticheria in cui spesso lo getta l’immagine di colei che ne è l’oggetto, l’ha amata intensamente, senza mai dirglielo».

Le lettere si susseguono nelle settimane successive, senza fornire indizi. Apolonnie apre il suo salotto la domenica sera ad alcuni tra i più brillanti intellettuali dell’epoca, tra cui gravitano geni incompresi, poeti dell’ultima ora, imitatori di Gautier, aspiranti cortigiane e adulteri in libera uscita dalle amanti esigenti. Troppo difficile scremarli per stringere il cerchio.

Nella lettera del 9 maggio 1853 il mittente chiede perdono per la «imbecille poesiola anonima che sa orribilmente d’infantilismo» e confessa: «Penso alle persone che amo solo quando soffro». Tuttavia continua a nascondersi, per «un’estrema paura del ridicolo». Non c’è qualcosa di essenzialmente comico nell’amore?, «in particolare per coloro che non ne sono colpiti». Nella poesiola la chiama bambina meschina, cupa, orribile, immonda, con un sorriso stereotipato da ballerina crudele.

Il 7 febbraio del 1854, non ancora scoperto, si accusa di viltà, dicendosi schiavo dei suoi occhi i quali sono a loro volta suoi servi. Pochi giorni dopo la accusa di friggergli il cervello con l’irradiazione troppo potente della sua figura. A maggio le confessa di aver pronti altri versi per lei, ma che la vergogna che siano brutti lo frena dal rivelarle il suo nome, e poi «Ho così paura di voi che vi ho sempre nascosto il mio nome pensando che un’adorazione anonima, – ridicola evidentemente per tutti i bruti materiali e grossolani che potremmo consultare a questo proposito, – dopo tutto era quasi innocente, non poteva turbare nulla, scombussolare nulla ed era infinitamente superiore a livello morale di ogni sollecitazione idiota».

Però smette di scriverle: passa un altro anno, due, tre.
Il 18 agosto del 1857 si rifà vivo: «Cara Signora, non ci avete creduto per un solo istante che abbia potuto dimenticare, non è vero?». È la prima volta che le scrive con la sua vera calligrafia. Dice: «Solo le persone volgari si innamorano», e infatti lui è un poeta, e un poeta idolatra. «Voi», le scrive «siete più di una cara immagine sognata, siete la mia superstizione». È l’ora della rivelazione. Il 30 agosto Apollonie riceve l’anonimo poeta in casa.

Il giorno dopo di buon mattino lui le scrive una lettera, che inizia così:

«Ho distrutto questo mucchio di inanità accumulate sulla mia scrivania. Non lo trovavo abbastanza serio per voi, cara beneamata. – Riprendo le vostre due lettere e tento una nuova risposta».

Prosegue con fatica: «Per fare questo mi serve un po’ di coraggio, perché ho i nervi a pezzi, da gridare dal male, e mi sono svegliato con l’inspiegabile malessere morale che mi sono portato dietro tornando ieri sera da casa vostra.
… mancanza assoluta di pudore.
È per questo che mi sei ancora più cara.
Mi pare di essere tua dal primo giorno che ti ho visto. Tu ne farai quel che vorrai, ma io sono tua con il corpo, con lo spirito e con il cuore.
Ti esorto a nascondere questa lettera, disgraziata! Sai davvero quello che dici? Esistono delle persone che mettono in prigione quelli che non pagano le cambiali, ma non vi è nessuno che punisca la violazione dei giuramenti d’amicizia e d’amore».

Svolge, cerca il bandolo di ciò deve dirle: «Ti ho anche detto ieri: Mi dimenticherete, mi tradirete, colui che vi diverte, vi annoierà. – e oggi aggiungo: il solo che soffrirà sarà colui che, come un imbecille, prende sul serio le faccende dell’anima. – Vedete, mia bellissima amata, quali odiosi pregiudizi io abbia nei confronti delle donne. Per farla breve, io non ho la fede. Voi avete un’anima bella, ma è pur sempre un’anima femminile».

Temporeggia: «ci sono dei nodi difficili da sciogliere…» e poi butta lì, nero su bianco, la verità: «fino a qualche giorno fa eri una divinità e tutto era così facile, così bello, così inviolabile. Eccoti una donna ora». Verso la fine ammette disperatamente: «ho orrore della passione, perché la conosco, con tutte le sue ignominie». Teme di averla ferita, ma corre verso la fine: «quando mi porto via il profumo delle vostre braccia e dei vostri capelli, mi porto via anche il desiderio di tornarvi», e stavolta, finalmente, per la prima e ultima volta, si firma: Charles Baudelaire.

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