Coronavirus: incapaci al Governo
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Coronavirus: incapaci al Governo
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Coronavirus: incapaci al Governo

Non bastano i titoli universitari per avere la stoffa del politico. I galloni del comando si fanno valere in casi straordinari come questo. Ma il premier ha sottovalutato il pericolo e ora vuol rimediare senza sapere come.

Se non ci fosse un'emergenza da contrastare, bisognerebbe dire a Giuseppe Conte di fare in fretta le valigie, perché il pressappochismo con cui ha affrontato l'epidemia di Coronavirus che rischia di cambiare il mondo, mandando in pensione la globalizzazione e modificando i rapporti economici mondiali, dimostra che non ci si improvvisa capo del governo. Non basta avere una laurea in giurisprudenza, essere stato nominato docente in una commissione in cui c'è anche il vicino di studio e sostenere di avere vinto in tribunale il 99 per cento delle cause. La differenza fra un professore e un politico vero la si coglie nell'ora più buia, quando servono l'intuito, il coraggio e soprattutto la capacità di decidere, anche quando la decisione è impopolare o avversata dal calcolo politico immediato. Sì, la diversità tra uno statista e uno statale, nel senso di funzionario dello Stato come un insegnante d'università è a tutti gli effetti, sta proprio in questo, nella capacità di affrontare situazioni complesse e di difficile soluzione. Cioè proprio ciò che noi oggi abbiamo davanti.

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Il governo, invece, ha affrontato l'emergenza del coronavirus con totale incapacità e una faciloneria raramente riscontrata. Conte e compagni si sono beati di essere stati i primi a chiudere i collegamenti diretti Roma-Pechino, ma poi, spaventati dalle reazioni della Cina e sollecitati dalle pressioni del Quirinale, hanno aperto su tutto il resto, controlli e quarantena compresi.

Ho parlato ieri con un docente universitario che opera nel campo sanitario in uno dei centri di eccellenza del Paese, il quale senza giri di parole ha ammesso che la situazione è sfuggita di mano. Per giorni abbiamo sentito dire che l'Italia aveva adottato le misure più rigorose e dunque non c'era da preoccuparsi, evitando inutili allarmismi. In realtà il messaggio che veniva dato a chiunque rientrasse dalla Cina, e dunque fosse potenzialmente stato esposto al contagio, era di regolarsi come meglio credeva. Per giorni si è spacciata come sensata la misura dell'auto quarantena, quasi che fosse sufficiente rinchiudersi per qualche giorno in casa, lasciando liberi di circolare i famigliari del possibile contagiato.

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