Venezia 2014, ecco perché il "piccione" di Roy Andersson ha vinto il Leone d'oro

In cinque punti le possibili motivazioni che hanno premiato il film anticonvenzionale dello svedese, tragicommedia sull'umanità

Immagine del film "Un piccione seduto su un ramo meditava sull'esistenza" – Credits: Biennale di Venezia

Simona Santoni

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Era un po' nell'aria nella sala stampa della Mostra del cinema di Venezia. C'era chi dava il film di Roy Andersson tra i favoriti per il Leone d'oro, anche se forse in pochi se l'aspettavano fino in fondo. I più accreditati sembravano essere Birdman di Alejandro González Iñárritu - rimasto a bocca asciutta - e The look of silence di Joshua Oppenheimer, Gran Premio Speciale della Giuria. Io facevo il tifo per Loin des hommes, ignorato dai giurati guidati dal compositore francese Alexandre Desplat.

Incoronare il "piccione svedese", dal titolo in lingua originale impossibile da sillabare (En Duva satt pa en gren och fundeade pa tillvaron, ovvero Un piccione seduto su un ramo meditava sull'esistenza), è di certo una scelta forte, che premia la ricerca estetica e l'atipicità espressiva e di visione. Premia un'opera che rischia però di rimanere ostica al grande pubblico. 

In cinque punti, cerco di trovare e analizzare qui le ragioni del suo successo. 

1) Umorismo raffinato: l'umanità vista come una tragicommedia

Un piccione seduto su un ramo meditava sull'esistenza è il terzo capitolo della trilogia The living trilogy. Composto di 39 scene, intende generare riflessione e contemplazione in merito alla nostra esistenza con una dose abbondante di tragicommedia.
La comicità dell'assurdo si coniuga allo humour nero, mettendo sotto l'obiettivo l'ipocrisia delle strutture famigliari, la solitudine, la noiosità e la ripetitività quotidiana, la crudeltà sadica e le fragilità umane... Si crea una tensione tra il banale e l'essenziale, tra il comico e il tragico. 
Sono tanti i personaggi a cui Andersson dà spazio, a volte per pochi secondi, a volte per continuare a tessere la loro trama. Una battuta ricorre strisciando monotona e buffamente: "Sono contenta di sentire che stai bene!". Lo esclama per prima, parlando al cellulare, una donna delle pulizie. In una cucina lo ripete una moglie al telefono e poi suo marito, seduto alla finestra. E poi anche l'amministratore delegato di una compagnia, disperato, pistola alla mano, in piedi davanti alla sua scrivania, al telefono dice: "Mi fa piacere sentire che stai bene!".
L'ironia di Andersson è corrosiva o spassosa. Lo ha dimostrato anche in conferenza stampa nei giorni scorsi al Lido, sorridente e pacioso ma con le idee ben chiare in testa: "Ora sto preparando un nuovo film e lo chiamerò Il quarto film della trilogia", ha dichiarato giocoso. Tra i suoi maestri alla scuola di regia c'è stato Ingmar Bergman. A chi cerca paragoni tra il suo cinema e quello del grande maestro svedese Andersson ha replicato: "Forse alcune cose comuni ci sono, sì. Però, se ci sono differenze, la principale è che Bergman non aveva il senso dell'umorismo".
Il suo "piccione" non vuole comunque essere una derisione astiosa dell'umanità: "Non odio l'umanità, odio il suo lato stupido, la mancanza di empatia".

2) Una narrativa che stupisce

Andersson non traccia una storia lineare. "Per me è noioso fare film con una storia che inizia e finisce tutta di filata", ha detto il settantunenne di Göteborg. 
I personaggi che ci presenta a volte restano in scena pochi secondi, a volte sono presenze costanti e ricorrenti. Lo spettatore è in totale balia del regista-sceneggiatore, senza poter prevedere granché. 
L'inizio del film è dirompente. I tre incontri con la morte, soprattutto i primi due, a Venezia hanno suscitato esplosioni di risate in sala. Delizioso, più avanti, il flashback sul 1943 nella taverna di Lotta la Zoppa  (Charlotta Larsson). Con l'incedere della narrazione, i toni si fanno più cupi e la visione diventa più faticosa. 
Facciamo la conoscenza di due tristissimi venditori di articoli per il divertimento, Sam (Nils Westblom) e Jonathan (Holger Andersson), una versione svedese di Stanlio e Ollio: uno di loro è un po' tronfio, l'altro non è molto sveglio ed è incline al pianto... Poi c'è un'insegnante di flamenco (Lotti Törnros) che palpeggia uno dei suoi studenti (Oscar Salomonsson), un ex capitano (Ola Stensson) di traghetto che gestisce un salone di parrucchiere. Quando meno te l'aspetti, irrompe in un bar un Carlo XII di Svezia (Viktor Gyllenberg) dalle inclinazioni omosessuali pronto per la fallimentare Campagna di Poltava (1707-1709) contro i Russi. E poi, anche questa totalmente inattesa, ecco una scimmia sottoposta a elettroshock durante un esperimento perverso, mentre una scienziata chiacchiera al cellulare e, ovviamente, dice: "Sono contenta di sentire che stai bene!". 
Nel flemmatico succedersi di sequenze, prorompono anche dei colonialisti britannici che costringono gli schiavi a entrare in un cilindro di rame e dalle ultime grida delle vittime nasce una musica lenta e bellissima... 
Nella fertile capacità visionaria di Andersson tutto questo può convivere in uno stesso film. Del resto, siete mai stati dentro la mente di un piccione?

3) Un'elegante ed essenziale ricerca estetica e artistica

Andersson ha concepito le sue scene lasciandosi ispirare dai quadri di Otto Dix: "Aveva uno stile particolare e nei suoi quadri era sempre chiaro il focus dell'opera". Ma lo hanno ispirato anche Georg Scholz e Bruegel il Vecchio. Le sue sono composizioni ampie, che fanno uso di una telecamera statica, con scene di una sola ripresa.
Il regista svedese è un pittore della dinamicità che cerca la profondità di campo e, grazie all'uso delle telecamere digitali, riesce a ottenere definizione e luminosità a ogni distanza. "Oggi purtroppo si bada poco alla qualità visiva, ci si concentra di più sulla narrazione", si è lamentato Andersson, che ha impiegato quattro anni per realizzare Un piccione seduto su un ramo meditava sull'esistenza. Ognuna delle 39 scene ha richiesto un mese per costruirla e per trovare la giusta luce, alcune addirittura due mesi: con pazienza, insieme ai suoi preziosi collaboratori, ha cercato di dar corpo a ogni sua singola visione.
Gli arredamenti sono spogli, ogni personaggio - anche sullo sfondo - sembra avere un suo peso specifico, mentre colori olivastri e spenti ne disegnano i contorni.
"All'interno di un solo film, ogni scena può essere vista separatamente", afferma Andersson nelle note per la stampa. "Un piccione ha 39 scene e la mia ambizione è che ognuna di esse possa apportare una diversa esperienza artistica al pubblico".

4) Venezia alla Cannes

Con un francese a presiedere la giuria c'era da aspettarsi un palmarès stile Festival di Cannes, ovvero che tendesse a premiare le sperimentazioni e le storie lontane ed esotiche, con un'andatura riflessiva. 
La premessa che Desplat ha fatto prima di annunciare i riconoscimenti, lasciava già intuire che non avessero speranze Birdman, Il giovane favoloso et similia. Il compositore parigino ha infatti detto che il verdetto è stato "frutto di conversazioni appassionanti e motivate, guidate dal grande amore per il cinema, scegliendo i film che ci hanno permesso di cogliere contenuti politici e filosofici in una dimensione umanistica e poetica".
Felice comunque per la vittoria di un anticonvenzionale come Andersson, e anche per il Leone d'argento alla poesia della natura e della realtà de Le notti bianche del postino del russo Andrej Končalovskij, non posso però non interrogarmi sul loro impatto sul pubblico al di fuori della Mostra (se, come spero, avranno distribuzione in sala). Si tratta di film indubbiamente ostici e poco digeribili da ampie platee. 
Un piccione seduto su un ramo meditava sull'esistenza + Le notti bianche del postino + Sivas (film del turco Kaan Müjdeci, Premio Speciale della Giuria) = tutti insieme raggiungeranno almeno gli incassi di una settimana di programmazione di Maleficent?

5) È mancato "il" film

Come l'anno scorso, a Venezia probabilmente è mancato "il" film, quello capace di mettere tutti d'accordo, quello che si eleva sugli altri in maniera netta, come lo era stato due anni fa Pieta di Kim Ki-duk. Tra i venti lungometraggi in concorso non ci sono state opere che hanno fatto strabuzzare gli occhi per l'imbarazzo (suvvia, neanche 3 coeurs), ma sono mancate all'appello anche le perle.
La Mostra del cinema di Venezia è un patrimonio nazionale che fa parte della storia italiana e che va tutelato, più di qualsiasi altro festival successivamente o recentemente sorto. La speranza è che il governo, il direttore artistico Alberto Barbera & Co., noi giornalisti stessi, ne siamo sempre più consapevoli. E che Venezia 2015 sappia appassionarci sempre di più.

 
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