Cinema

Dumbo di Tim Burton: perché non ci è piaciuto

Un film pigro e senza meraviglia, dove l'elefantino in CGI è l'unico personaggio a far volare. Dopo "Alice in Wonderland", il regista americano ci ricasca

Dumbo

Simona Santoni

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Tim Burton ci aveva già provato con Alice nel Paese delle meraviglie: il suo immaginifico universo di magnifiche stramberie, messo al servizio della Disney e dei suoi personaggi variopinti. Tantissima attesa, adombrata da qualche perplessità, aveva accolto Alice in Wonderland nel 2010, film che si rivelò... una mezza delusione. E ora con Dumbo l'amatissimo Tim ci ricasca. 

Dumbo, l'elefantino volante della Disney simbolo del riscatto e della diversità che vince. Dumbo, il cucciolo che dal 1941 a oggi ha commosso generazioni di spettatori sotto forma di cartoon. Dumbo, che solo a nominarlo riempie il cuore di tenerezza. Ma Dumbo, la versione in live action realizzata da Burton e dal 28 marzo al cinema, è anch'essa una mezza delusione. Ecco perché. 

Tanti personaggi, ma solo Dumbo fa volare

Accanto al piccolo Dumbo, nato con delle orecchie così grandi da diventare lo zimbello del circo, c'è una moltitudine di personaggi eccentrici, nessuno dei quali abbastanza incisivo. Tanta buona volontà creativa, che fatica a lasciare il segno.

C'è una scimmietta dispettosa alle prese con l'Amleto. C'è una truppa di artisti circensi, tra cui Rongo il Forzuto (interpretato da DeObia Oparei) e Miss Atlantis (Sharon Rooney), la sirena oversize che canta Bimbo mio (in italiano cantata da Elisa). C'è Danny DeVito con il cappello a cilindro, direttore di circo umorale ma non insensibile. E poi Michael Keaton dai capelli argentati, il sorriso obliquo esibito e loschi scopi nascosti. Ci sono Colin Farrell, ex acrobata ora reduce di guerra senza braccio con figli al seguito, e la bella trapezista parigina Eva Green (che il doppiaggio italiano penalizza molto). 

Farrell, nei panni di Holt Ferrier, è l'immagine della moderazione maschile, sempre su un tono di contegno e docilità. Al contrario Keaton, l'uomo d'affari che mette Dumbo al centro del suo impero del divertimento, gioca d'azzardo con la vita, ma il suo graffio non taglia in profondità.
La figlia di Holt (Nico Parker) è l'amica di Dumbo che sostituisce il mitico topolino Timoteo del cartoon del '41: la ragazzina, però, è di raggelante fermezza espressiva e narrativa. La simpatia non è nel suo dna.

A parte DeVito, la cui entrata in scena è sempre stimolante, l'unico personaggio in grado di far volare è proprio il piccolo elefantino volante realizzato in CGI. Solo dinnanzi ai suoi occhioni dolci c'è un sussulto e un moto di partecipazione. Quando si muove a tempo, con sguardo divertito, di fronte alla danza di bolle di sapone che disegnano elefanti rosa, il suo musetto estasiato rallegra occhi e cuore. 

Dov'è la meraviglia?

Dumbo resta un racconto di crescita e riscatto che incoraggia a credere nei propri talenti e un inno alla diversità, per spettatori di tutte le età.
Si lascia guardare, a volte strappa una risata, altre - rare - una stretta al cuore. Però dalla somma Tim Burton + Dumbo ci si aspettava qualcosa di più. Meraviglia. Coinvolgimento vivido. Invece quello che Dumbo ha di buono non basta a lasciare addosso un'emozione calda o stupore sincero.

Non lo aiuta la sceneggiatura scritta da Ehren Kruger (la penna della saga Transformers e The Ring), pigra e tutt'altro che sovversiva. Il classico del '41, prodotto per recuperare le perdite di Fantasia, durava appena 64 minuti e fu un successo. Dumbo in versione Burton è di 112 minuti, che si protraggono con poco brio, mentre la noia fa capolino. 

"Lei sa quello che ha (Dumbo)? Il mistero", dice Keaton affascinato a DeVito. Ecco. Il mistero manca a questo Dumbo.


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