La città maledetta di Stephen King. Si chiama Derry e sta nel Maine. Derry è un nome inventato ed è un luogo simbolico. È un po’ la bocca dell’Inferno e il punto di diramazione degli incubi dell’infanzia. Ed è là che si sviluppa la storia di IT (uscita in sala il 19 ottobre, durata 135’), che una robusta compagine produttiva affida, dopo il forfait di Cary Fukunaga, ad Andy Muschietti, regista 44enne d’origine argentina e poca fama (un solo film alle spalle, La madre del 2013). Scelta coraggiosa e comunque felice in capo a quella vera e propria scommessa di trasformare in film il romanzo più importante di Stephen King (ed. Sperling & Kupfer, prima pubblicazione nel 1986), meglio, la saga che a livello letterario ha conquistato un primato internazionale (nel 1990 la miniserie televisiva in due parti diretta da Tommy Lee Wallace, con Tim Curry); e che, nell’ottica molto speciale dello scrittore di Portland, rappresenta  un singolare trattato di psicologia  infantile.

Risucchiati in un nero gorgo di orrori

Già, perché sono i ragazzini, per lo più, le vittime di quella presenza demònico-siderale che ogni ventisette anni si manifesta a Derry. Ora nelle forme di eventi catastrofici tipo incendi, esplosioni e disastri d‘ogni risma che colpiscono anche gli adulti; ora, in via preferenziale, nel ratto di bambini e adolescenti risucchiati in un nero gorgo d’orrori da quell’entità che nella sua mutazione perfetta assume l’aspetto del Clown Ballerino Pennywise (dentro vi si muove Bill Skarsgård): suadente e seduttivo ma pronto a tirar fuori artigli e zanne nell’attimo fatale di acciuffare la preda.

Il “Club dei Perdenti” alla ricerca della verità

S’incomincia col piccolo Georgie (Jackson Robert Scott), mostruosamente aspirato da un tombino durante un temporale. Destino ignoto ma certamente atroce visto che prima di trascinarlo nelle fogne Pennywise gli mozza un braccio con un morso.  La scomparsa del bambino pare una fatalità per tutti salvo che per Bill (Jaeden Lieberher), suo fratello maggiore che proprio non si rassegna alla perdita : trasformando la sua investigazione solitaria in perlustrazione collettiva quando compone, coinvolgendo un gruppo di ragazzini suoi compagni di scuola, in quello che chiama il Club dei Perdenti, così detto perché soccombente  alle prepotenze sistematiche d’una banda di bulletti locali – vi si distingue il loro frontman  Henry (Nicholas Hamilton), destinato addirittura a peggiorare quando Pennywise s’impadronisce del suo cervello - la quale, come d’uso, prende di mira i più deboli, i più educati, i più piccoli.

Un campionario di apparizioni deformi e disumane

E quel Club, passo dopo passo, viene a capo della realtà paranormale e mefistofelica, che nel film scorre nelle fognature putrescente e gelatinosa con una esposizione universale di apparizioni deformi e disumane cui nessuno del gruppetto riesce a sottrarsi. Alle spalle di quest’orchestra orrenda e strepitante, naturalmente, c’è sempre il Clown, che di volta in volta assume davanti  alla vittima di turno la sagoma di ciò che più la terrorizza, dunque del suo incubo peggiore e della sua paura primaria: prima di tornare, diciamo così, nel proprio sé pagliaccesco e passare all’atto finale. Sicché, quando i giovinetti trovano il coraggio di confessarsi l’uno con l’altro, diranno dei loro incontri ravvicinati, chi con un lebbroso rantolante, chi con un lavandino sanguinante, chi con una clownesca mummia, chi con i bimbi uccisi tramutati in zombi e via così.

Tra il coraggio e la fifa ciascuno si rende utile

Una volta trovata, tra il rudere bruciacchiato e sinistro d’una casa abbandonata e le fogne cittadine,  la strada per arrivare al cuore di quella maledizione periodica, i ragazzi s’avviano alla resa di conti (per ora) conclusiva. Accanto al fratello di Georgie tutti, anche i più fifoni, danno il loro contributo: da Beverly (Sophie Lillis), unica ragazza e forse la più coraggiosa del gruppo, al rotondo Ben (Jeremy Ray Taylor) detto l’ultimo arrivato, a Richie (Finn Wolfhard), Mike (Chosen Jacobs), Eddie (Jack Dylan Grazer), Stanley (Wyatt Oleff). Ciascuno, com’è ovvio, con le sue peculiarità e i suoi caratteri, che il film ha il pregio di approfondire e riferire con un certo acume, spesso rigenerandone o modificandone taluni attributi per scontate esigenze di adattamento cinematografico; alle quali si piegano, per motivi altrettanto plausibili, alcune e probabilmente non secondarie pagine dello stesso romanzo.

Accordo armonico di generi: senza tradire il libro

Personaggi a tutto tondo, comunque, seguiti nelle loro vite e nei loro rapporti familiari, naturalmente nelle loro paure. Nelle attente diramazioni narrative (sceneggiatura di Chase Palmer & Cary Fukunaga e Gary Dauberman) di un film rotondo, spettacolare e robusto che segue le tracce dell’avventura, del fantasy e dell’horror (ordine a piacere, si può anche invertire) in un accordo armonico di generi che non tradisce, comunque, le sostanze kinghiane del romanzo o i suoi temi finemente psicologici senza peraltro venir meno a certe specificità del cinema horror medesimo. Siamo più vicini ad uno Steven Spielberg che a un Wes Craven, per dirne una e restare nei paraggi delle categorie di riferimento.

Certo, la paura non manca. E ogni tanto il trasalimento, con i suoi tempi giusti, è in agguato. Grazie anche all’eccellenza di trucchi, derive visionarie ed effetti spaventevoli che il dosaggio delle luci e la fotografia (di Chung-Hoon Chung – lo stesso di Old Boy, Stoker e Lady Vendetta) esaltano senza trasfigurare.

Azione temporale spostata in avanti, aspettando il sequel

It. Esso. Cioè la cosa. A volte ritorna. Chissà da dove, si sa perché. Col suo gracidante, sinistro ansimare distruttivo e divorante. Coi suoi occhi giallo-cadmio vetrosi e maligni. Pronto a tramutarsi in altro e a mostrare le sue fauci e il suo ingranaggio di denti aguzzi che ricorda quello della creatura xenomorfa di Alien. È il primo atto di un film che sposta l’azione temporale del romanzo dalla metà degli anni Cinquanta alla fine degli Ottanta, preludendo al sequel che completerà la saga ambientandola negli anni più prossimi ai nostri (la seconda parte del libro si colloca al centro degli Ottanta), dunque a distanza di quasi un trentennio seguendo la cadenza del mostruoso rigurgito di Pennywise. Quando gli ex-Perdenti si ritroveranno cresciuti a combattere la loro battaglia contro il Male e i loro stessi incubi.

Per saperne di più

Voto: 4/5
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