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Peter Thiel e il «tecnotribunale» che scheda i giornalisti con l’algoritmo

Peter Thiel e il «tecnotribunale» che scheda i giornalisti con l’algoritmo
Ansa

Grazie ai soldi della Silicon Valley, un portale ha realizzato una classifica di affidabilità basata sul «tono usato» e sulla «faziosità» dei reporter. Una profilazione a cui concorrono anche ex agenti di Fbi e Cia. Così la libertà di stampa muore.

Se l’Intelligenza artificiale sostituisse l’uomo anche nel valutare l’affidabilità di un giornalista? In parte, sta già accadendo. Grazie ai cospicui finanziamenti di Peter Thiel (il presidente di Palantir, colosso Usa della sorveglianza globale e dell’analisi dei dati) è nata infatti Objection AI, “il tribunale dell’Intelligenza artificiale”, come viene definito sul sito ufficiale. Dominio che, già dalla homepage, non promette nulla di buono: aprendo la pagina web compaiono due occhi in primo piano che scrutano il visitatore e la scritta “Objection is now Primary” (un gioco di parole che si riferisce al nome della piattaforma che scheda e profila i giornalisti – Primary – e che richiama le “fonti primarie” del giornalista, ovvero le più attendibili).

Ma facciamo un passo indietro. Objection AI è stata fondata lo scorso aprile dall’imprenditore Aron D’Souza e finanziata da volti noti della Silicon Valley, tra cui Peter Thiel e il malesiano Balaji Srinivasan, legato al mondo delle criptovalute. Vale la pena analizzare la singolare banda di investitori. L’australiano D’Souza è divenuto noto al grande pubblico per essere l’inventore degli Enhanced Games, controverso evento sportivo chiamato anche “Olimpiadi per dopati”, che permette e anzi incoraggia gli atleti che vi partecipano a usare sostanze e farmaci per il potenziamento delle prestazioni senza essere soggetti alle regole dell’Agenzia mondiale antidoping (Wada). La prima edizione si è svolta a Las Vegas dal 22 al 24 maggio scorsi. Tra i finanziatori dell’evento, manco a dirlo, proprio due pesi massimi della Silicon Valley come Thiel e Srinivasan.

Dai dossier su commissione alla vendetta legale contro la stampa

Ma la figura di D’Souza è legata soprattutto al caso Gawker Media vs. Hulk Hogan, iniziato nel 2012. L’australiano, all’epoca solo un giovane avvocato laureato a Oxford, elaborò la strategia legale che portò alla chiusura del blog di gossip Gawker grazie a una causa intentata dal celebre wrestler Hulk Hogan. Il gruppo editoriale perse e, nel 2016, fu condannato a pagare 140 milioni di dollari. Cifra astronomica che costrinse Gawker a dichiarare il fallimento. Dietro l’operazione c’era, ancora una volta, Thiel. Il cofondatore di PayPal, consigliato da D’Souza, stanziò infatti 10 milioni per l’assistenza legale di Hogan e riuscì a vendicarsi per il torto subito dallo stesso gruppo editoriale nel 2007, quando un blog controllato da Gawker (Valleywag) aveva rivelato pubblicamente l’omosessualità del miliardario.

D’Souza & C. non sono quindi nuovi all’uso del potere economico per distruggere o minare organi di stampa o singoli giornalisti. È in questo quadro che va inserita la fondazione di Objection, nata inizialmente come un sistema a pagamento che usava gli algoritmi per emettere “verdetti” con tribunali virtuali sull’accuratezza degli articoli di giornale. Fino al luglio scorso, chiunque poteva pagare dai 2 mila ai 10 mila dollari per avviare una contestazione formale contro un articolo sgradito. A quel punto un team di ex agenti di Fbi, Cia e Nsa raccoglieva un dossier contro il giornalista e, in meno di 72 ore, una “giuria” composta da modelli di Ia (OpenAI, Anthropic, Google, Mistral) emetteva una sentenza pubblicata in un registro accessibile a tutti. Al giornalista veniva assegnato il cosiddetto “Honor Index”, un punteggio numerico da 0 a 1000 che ne misurava l’affidabilità. Il tribunale online di Objection aveva valore legale pari a zero, ma un’enorme capacità di minare l’autorevolezza del cronista profilato.

Il catalogo di Primary: la penalizzazione delle fonti confidenziali

La piattaforma si è poi evoluta e riposizionata con il progetto Primary, attualmente attivo, che – come si legge nel sito – si presenta come «un solido metodo che valuta, classifica e indicizza i giornalisti sul rigore del loro giornalismo. Ogni giornalista, pubblicamente, continuativamente. Quando il lavoro viene misurato, i giornalisti tornano a fare ciò che sanno fare meglio: un giornalismo originale e rigoroso. Objection emetteva verdetti. The Primary tiene il punteggio». A rendere il quadro ancora più inquietante, è la catalogazione dettagliata dei singoli cronisti (attualmente oltre 2.100, appartenenti a media anglosassoni) o delle testate nel loro complesso. Chiunque può cercare il giornalista in quella che ha tutta l’aria di una lista di proscrizione ben confezionata, vedere il suo punteggio e come è stato ottenuto.

Tra i criteri più penalizzanti (pesa il 20% del totale), c’è l’uso di fonti anonime, essenziali soprattutto nel giornalismo d’inchiesta. Un altro criterio di valutazione è il linguaggio polemico, ovvero «in che misura la scrittura è priva di un linguaggio emotivamente carico, denso di implicazioni o unilaterale». Cliccando sulla scheda personale di ogni operatore dell’informazione, si apprende anche l’andamento nel tempo di ogni parametro, con tanto di articoli allegati, e il suo orientamento politico.

Il cortocircuito logico sul caso Maggie Haberman

«Questa attività di profilazione solleva forti perplessità etiche e metodologiche: appare infatti come un tentativo manifesto di screditare chi fa informazione», spiega a Panorama Nicolò Bastaroli, avvocato e reputation manager, esperto di diritto all’oblio, «un caso emblematico riguarda la profilazione di Maggie Haberman, giornalista del New York Times, che ha pubblicato uno scoop su un’indagine dell’Fbi basandosi su una fonte anonima, ricevendo da Primary un punteggio bassissimo (496/1000 totale). Malgrado la notizia si sia rivelata vera e fondata due giorni dopo, la piattaforma si è rifiutata di alzare il punteggio, sostenendo che la veridicità dei fatti non incide sulla valutazione metodologica. Ciò dimostra la profonda illogicità e fragilità di questo algoritmo: se la veridicità provata di una notizia non migliora il rating, l’intero sistema di valutazione perde qualsiasi credibilità».

Lo scudo normativo europeo contro il rating reputazionale

Un sistema che può sopravvivere negli States tra le maglie del Primo Emendamento e del libero mercato ma che, fortunatamente, nel perimetro dell’Unione europea sarebbe immediatamente bloccato. «L’Ue possiede già un’architettura giuridica estremamente solida e protettiva. Un sistema di scoring reputazionale viola palesemente i principi di liceità, correttezza, trasparenza e minimizzazione dei dati tutelati dal Gdpr. Inoltre, l’art. 9 tutela le opinioni politiche e l’art. 22 vieta decisioni e profilazioni automatizzate che producano effetti giuridici o impatti significativi sulla vita delle persone, come la distruzione della reputazione professionale», spiega Bastaroli, che aggiunge: «Il Digital Services Act (Dsa) e il Media Freedom Act impongono severi obblighi di trasparenza sugli algoritmi, obbligando le piattaforme a gestire i rischi sistemici per il dibattito pubblico. C’è infine il Diritto civile ordinario, per il quale assegnare una “patente di inaffidabilità” sulla base di criteri opachi o illogici costituisce a tutti gli effetti diffamazione. In sede civile, un giornalista europeo potrebbe facilmente ottenere il risarcimento dei danni e la rimozione d’urgenza del proprio profilo».

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