Hi-Tech

La multinazionale che porta l'automazione nei laboratori di tutto il mondo

La Inpeco è diventata leader nella logistica delle provette. Dal 2008 al 2017 il suo fatturato è passato da 20 a 149 milioni e il personale è triplicato

TLA3

Guido Fontanelli

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In Piemonte c’è chi minaccia di chiudere le fabbriche come la Embraco di Riva di Chieri e c'è chi, invece, continua a crescere e ad assumere personale. Come la Inpeco, gruppo multinazionale poco noto ma che rappresenta uno straordinario caso di genialità imprenditoriale italiana. Inpeco ha uno stabilimento a Val della Torre (Torino) che dà lavoro a 350 persone e che esporta i suoi prodotti in 60 Paesi. A chi capitasse di visitare l’impianto, vedrebbe scatoloni di legno grandi quasi come container diretti negli Stati Uniti o in Australia. Dentro gli scatoloni c’è il frutto dell’intuizione di Gian Andrea Pedrazzini, fondatore e presidente del gruppo: sistemi di automazione per i laboratori clinici, capaci di gestire e controllare il flusso delle provette con il sangue destinato agli esami. In pratica una sorta di pista automatica, capace di prendere in carico ogni provetta (con tutte le informazioni che la riguardano), stapparla, agitarla (se necessario), condurla con sistemi robotizzati fin dentro gli apparecchi che effettuano le analisi, garantendo la tracciabilità e la correttezza del processo di diagnosi e abbattendo così l’errore umano.
Un prodotto molto particolare a cui nessuno aveva pensato fino agli anni Novanta, quando Pedrazzini iniziò a collaborare con il laboratorio di analisi dell’Ospedale San Raffaele di Milano: il direttore del laboratorio, un suo amico, gli diede l’illuminazone, mostrandogli come la movimentazione delle provette con il sangue era ancora affidata alle mani umane con i conseguenti rischi di errori. Pedrazzini ci lavora su e nel 1994 mette in funzione il primo prototipo.

L’iniziativa incuriosisce una società americana produttrice di analizzatori che lo chiama in California e gli fa comprendere le potenzialità enormi del suo prodotto: automatizzando la logistica delle provette in un laboratorio-tipo, si possono abbattere di due terzi i tempi di lavorazione. Una dozzina d’anni dopo il primo prototipo, la Inpeco aveva già venduto 150 sistemi in 4 continenti. Oggi vanta 1.600 unità installate in 64 nazioni, che processano circa 1,4 miliardi di provette all’anno.

La società, con sede e centro di ricerca e sviluppo in Svizzera e produzione in Italia, stringe accordi tecnico-commercali con la Siemens e la Abbott e così riesce ad arrivare in tutto il mondo, automatizzando i laboratori negli ospedali europei o asiatici fino a quelli giganteschi del gruppo americano Quest diagnostics, che ha un sistema automatizzato lungo più di 200 metri al quale sono collegati 42 diversi analizzatori. Tra l’altro, uno dei vantaggi del prodotto è che si tratta di un sistema aperto, in grado di integrare 50 modelli di analizzatori di 24 produttori diversi: nessun altro al mondo è capace di fare altrettanto.

Dal 2008 al 2017 il fatturato della Inpeco è passato da 20 a 149 milioni di fatturato (di cui meno della metà realizzato in Europa) mentre i dipendenti del gruppo sono triplicati, salendo a 500: oltre al quartier generale di Lugano e allo stabilimento in Piemonte, la società ha altre sedi a Pula (Cagliari), in Belgio e negli Stati Uniti. Uno sviluppo strepitoso. Che potrebbe dilagare in altri settori. Non solo nei laboratori clinici, ma anche nell’alimentare, dove i temi della tracciabilità e del controllo qualità sono di grande attualità.
 

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