Contro la frustrazione un viale chiamato desiderio
Contro la frustrazione un viale chiamato desiderio
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Contro la frustrazione un viale chiamato desiderio

Con questa abitudine frustrante di fare progetti, a volte si cade nell'equivoco di credere che si possa controllare qualcosa. Giusto le proprie urine si possono controllare, e a seconda della età, condizione della prostata e del pavimento pelvico, a volte nemmeno quelle.

Fare progetti ha "buona prensa", una buona reputazione. Se ne parla bene, come di un qualcosa da fare per vivere meglio. Io, dopo giorni pieni di frustrazione, ho deciso che con me non i progetti funzionano. Perché sono come i sogni. Ma non i sogni come li vedeva Walt Disney (se lo puoi sognare lo puoi fare), ma nel senso che appena fatti li tieni lì, lucenti, come acqua nell’incavo delle mani, ma subito iniziano a sbrodolare fra le dita, uno spavento o un abbraccio, e plaf, ti ritrovi con le mani asciutte e i piedi nel fango.

Questa cosa di fare progetti è tutta moderna e primer mondana, del primo mondo.  Entri nella menzogna metropolitana di credere che puoi organizzarti, controllare gli eventi, fare un planning; che puoi incastrare impegni in una giornata,  e giorni in un mese e mesi nell’anno  come specchietti in un mosaico. Poi basta un cantiere aperto nel posto giusto, la prima bolla di varicella, o una tazza di caffè rovesciata sul computer (per non parlare delle vere tragedie, come un bambino che al mattino vomita in macchina il carpaccio di salmone della sera precedente), e il mosaico torna a essere solo uno specchio rotto.

Allora compare quella che ha deciso di essere Zen e si è stampato un sorriso ebete in faccia, a dirti che i tuoi non sono problemi, che nel mondo c’è la guerra, la fame e le malattie. Lo so, porchissimissima vacca, lo so. Che c’è?, oltre che nervosa, mal dormita, mal vestita e impuntuale mi vuoi far sentire egocentrica e scema?

Lo so che se mi scoppiasse una bomba in bagno dimenticherei che è finita la carta igienica. 

Dai findelmondani il progettare è una credenza con pochi addetti. Ricordo quella volta in cui una sorgente sotterranea andò a parare nel pozzo di casa mia allagando tutto. Chiamai per un pomeriggio intero tutti i camion di spurghi, fino a quando uno non rispose. Chiesi quando potevano venire. “Se siamo fortunati, signora, domani. Forse”

Avevo nove anni di primo mondo addosso e questa risposta mi fece sbattere le palpebre velocemente senza sincronizzazione tra una e l’altra “come se siamo fortunati? come domani forse? che faccio, mi siedo su una sdraio, spargo del sale grosso e faccio un lungo pediluvio fin quando non vi vedo arrivare?”, “eheh…signora, se siamo fortunati significa ‘se domani ci siamo tutti’: noi qua, lei là, il pozzo nel giardino…E va bene, diciamo che se tutto va bene, forse domani verremo”.

Impossibile ribattere perché non potevo garantire a nome della fortuna. Arrivarono dopodomani, con calma, gentili, e verso sera perché prima faceva troppo caldo. Eppure, pensa te, non è successo niente, questo evento non cambiò la sorte di nessuno e il mondo continuò a girare nello stesso non senso.

Vivono nel caos, come tutti noi, ma al netto della frustrazione che nasce dal credere che ci sia qualcosa che possano controllare. Giusto le proprie urine si possono controllare, e a seconda della età, condizione della prostata e del pavimento pelvico, a volte nemmeno quelle.

Allora non si agitano se perdono un semaforo, o cinque semafori, se in città in mezzo alla strada c’è un cavallo con dietro un carro, o se gli hanno fatto il pieno di benzina sul diesel. Perché la cosa veramente strana sarebbe che questo non succedesse, che tutti fossero ordinati, concentrati e infallibili ad alte percentuali. In quel caso non saremmo più dai findelmondani ma negli Stati Uniti dove ogni tanto i bambini si sparano a vicenda nelle scuole per ricordare a tutti che la pressione da qualche parte deve sfiattare.  

Io non ho grandi problemi, solo un pugno di frustrazioni stupide dovute a questo simbolo di adultità consacrata che chiamano progetti, conditi da aspettative, e tra le più cattive, quelle che ho nei miei confronti.


Ma da oggi smetto. Non farò più progetti dettagliati e quotidiani, ma pochi e aprossimativi. Ad esempio,  al posto di: "mi alzerò prestissimo e preparerò la colazione per tutti, usciremo di casa prima che ci sia trafico e arriveremo sempre presto a scuola, con i compiti fatti e le autorizazioni firmate e tutti quanti saremo sempre a posto e sorridenti",  un bel:  "porterò più o meno tutto l'anno le figlie a scuola".

E dopo mi dedicherò alla parte importante: tirerò le grandi linee del mio desiderio. Quello con la D maiuscola, quello difficile da scovare nel mucchio di distrazioni creato su misura per noi; quello che nutre la vita, che non la sciupa come fanno le aspettative. Il desiderio-legna secca che fa divampare i fuochi e fa trovare qualcosa da bruciare quando non c’è più legna asciutta. 

E queste linee formeranno viali lunghi e larghi, da popolare strada facendo. Non prima. In questi viali non ci saranno cartelli di divieto ai lati. Si potrà sostare, parcheggiare senza limite di tempo, svoltare, fare inversione a U, controllare il telefono, fare una grigliata, bere, fumare, e quando si riconosca la volta buona, si potrà andare oltre qualsiasi limite di velocità senza ricevere nessuna punizione, anche con una macchina sgangherata e senza luci. Si potrà percorrere anche in bicicletta, monopatino, camminando e di corsa, vestiti seriamente, ludicamente o completamente nudi.  L’unico cartello presente ospiterà una  frase sul fallire ancora per fallire meglio, di un caro vecchio, alcolista geniale, lui sapeva di questo viale che non porta da nessuna parte, che la cosa più difficile è trovarlo, e la meta non perderlo andando avanti.


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