La strage di Crans-Montana non ha colpito solo chi era presente. Le immagini, i racconti e la sensazione di una morte improvvisa in un luogo percepito come sicuro hanno travolto famiglie, compagni di scuola, amici e chiunque abbia un minimo di sensibilità. Per capire come si affronta uno shock collettivo di questa portata, abbiamo intervistato Isabel Fernandez, psicoterapeuta di fama internazionale e presidente di EMDR Italia, l’associazione che riunisce gli specialisti di uno dei metodi più efficaci al mondo nella cura dei traumi.
Fernandez e il suo team stanno lavorando in queste ore con i genitori delle vittime e con i compagni di classe dei ragazzi coinvolti. In un contesto segnato dal dolore e dall’angoscia, l’obiettivo è uno solo: evitare che il trauma si cristallizzi e accompagni queste persone per tutta la vita.
Cos’è davvero l’EMDR
EMDR significa Eye Movement Desensitization and Reprocessing, ovvero desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari. È una terapia nata più di trent’anni fa e riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità come uno dei trattamenti più efficaci per il trauma. Non si limita a «parlare» dell’evento, ma aiuta il cervello a fare ciò che da solo, in condizioni estreme, non riesce più a fare: elaborare.
Quando una persona vive un evento traumatico, il ricordo rimane «congelato», carico di angoscia, paura e sensazioni fisiche. «Con l’EMDR – spiega Fernandez – mentre il paziente si concentra sull’esperienza traumatica, la stimolazione bilaterale riattiva il sistema naturale di rielaborazione. Il ricordo resta, ma perde la sua carica distruttiva».
Perché intervenire subito è decisivo
Uno degli aspetti più importanti dell’EMDR è la sua efficacia in fase acuta, cioè subito dopo un evento traumatico. Le ricerche dimostrano che anche una sola seduta può ridurre in modo significativo il rischio di sviluppare stress post-traumatico. È come intervenire su una ferita prima che si infetti. Le persone non devono rimanere sole con immagini, incubi, sensi di colpa o pensieri ossessivi: parlarne e rielaborarli in modo guidato è una forma di prevenzione.
I ragazzi sono i più vulnerabili
Negli adolescenti il cervello è ancora in costruzione, soprattutto nelle aree che regolano emozioni, impulsi e capacità di dare un senso alle esperienze. Perdere un amico a quell’età significa perdere un pezzo della propria storia. Inoltre, il continuo flusso di immagini sui social e nei notiziari mantiene il sistema nervoso in uno stato di allarme permanente. I social ci aiutano a sentirci parte di una comunità: tutti possono scrivere o postare qualcosa. Possono tuttavia essere anche fattori di rischio, e quindi vanno usati con moderazione. Per questo è fondamentale affiancare al lavoro terapeutico anche un’educazione all’uso consapevole dei media e momenti di «riposo» dal bombardamento emotivo: «Il bombardamento di video e immagini sui social mantiene il sistema nervoso in uno stato di allarme continuo, rendendo più difficile la guarigione», avverte la presidente di EMDR Italia.
Lavorare con le famiglie e con le scuole
A seguito del dramma di Crans-Montana, i terapeuti EMDR stanno lavorando per il momento con genitori, amici e classi intere colpite dalla tragedia. Il trauma è condiviso: molti si identificano con le vittime e sperimentano il cosiddetto «senso di colpa del sopravvissuto», fatto di infiniti «se» e «avrei potuto…?». Creare spazi di ascolto di gruppo e individuali permette di trasformare il dolore in qualcosa di condiviso e quindi più gestibile.
Nei ragazzi ricoverati, come quelli seguiti all’ospedale Niguarda, il supporto psicologico accompagna quello fisico. «Affrontare ustioni, interventi e cambiamenti del corpo senza un sostegno emotivo rende tutto più difficile» spiega Fernandez. L’EMDR aiuta a integrare le sensazioni corporee con le emozioni, favorendo un recupero più rapido e profondo.
Come guarire dal trauma
Il trauma non scompare da solo, ma può essere rielaborato e trasformato. Con l’EMDR, i benefici si mantengono nel tempo, anche se possono esserci momenti di riattivazione legati a rumori, luoghi o immagini. Per questo sono importanti i follow-up. Parlare, ricordare, creare rituali in memoria di chi non c’è più e portarne avanti le qualità migliori sono modi per onorare il dolore senza rimanerne prigionieri. In una tragedia che ha segnato un’intera comunità (e non solo), chiedere aiuto non è affatto una debolezza: è il primo passo verso la guarigione.
