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Frans e l’Unione al verde

Frans e l’Unione al verde

C’è sempre Timmermans, vicepresidente dell’Unione con delega al clima e al Green deal, dietro le severe strategie che dovrebbero rendere «ecosostenibile» il continente. Peccato che in questo politico socialista olandese le preoccupazioni ambientali siano pericolosamente vicine a interessi particolari.


Bisognerebbe scrivere alla Italo Svevo, narratore principe della sindrome da inettitudine, «La coscienza di Frans». Servirebbe a comprendere come mai il padrone dell’eurocrazia ce l’abbia tanto con gli agricoltori. Al punto che il presidente della Coldiretti Ettore Prandini lo ha definito addirittura «un delinquente»… Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione e responsabile per il Clima e il Green deal ambientale, vive però un conflitto psicologico: vuole far dimenticare al mondo da dove è venuto, nonostante la certificazione d’origine sia il pilastro della qualità dei prodotti nel nostro continente.

Va ammesso che per un soi-disant socialista essere nato a Maastricht non sia il massimo; nella piccola capitale del Limburgo – sospesa tra un’identità francese e un’anima calvinista – è stato firmato il famoso e famigerato Trattato dei parametri per gli Stati Ue. Il 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil, il 60 per cento tra debito e Pil: la patente di fedeltà all’ortodossia contabile europea – molto luterana come idea, del tutto incompatibile con una visione socialdemocratica da welfare state spinto – sono cifre messe giù a casaccio. Così come le regole del Green deal. Lo ha riconosciuto Guy Abeille, contabile del ministero del Bilancio francese, colui che le ha dettate: «La norma secondo cui il deficit di un Paese non debba superare il 3 per cento del Pil non ha basi scientifiche. L’ho ideata, nella notte del 9 giugno 1981, su richiesta del presidente François Mitterrand che aveva fretta di trovare una soluzione semplice per mettere un freno alla spesa ormai fuori controllo del governo di sinistra. Sì, quel 3 per cento è nato in meno di un’ora, senza l’ausilio di teorie economiche». A Timmermans, l’uomo che assomma la massima concentrazione di contraddizioni e la massima concentrazione di potere della burocrazia comunitaria, tocca comunque difendere a spada tratta questa invenzione. Se cadono i parametri della sua Maastricht, l’Unione tutta scartoffie, divieti e pronunciamenti politicamente corretti subisce la stessa sorte di un «re nudo».

In tutti i casi, a pochi sta simpatico questo franco-olandese poliglotta, socialista ma difensore del dumping fiscale che l’Olanda pratica favorendo le multinazionali, 62 anni, due matrimoni, 4 figli, cattolico, ma in ossequio al politicamente corretto anche pro aborto, pro Lgbtq+, che in patria ha detto sì a tutto: dall’eutanasia all’utero in affitto. Si sente investito della guida morale dell’Europa progressista. Soprattutto, ha trasformato il Green deal in una religione: un imperativo acritico che consegna settori di industria europea ai cinesi, fa diventare i cittadini sudditi imponendo balzelli sulle case più sostenibili, costringendo le persone a muoversi a piedi anche se impossibilitate, dichiarando guerra alle produzioni nazionali, inventando nuovi e sempre più stringenti parametri ambientali.

Timmermans è anche il politico Ue che vanta il maggior numero di contestazioni: in Olanda 10 mila trattori hanno assediato i luoghi del potere; a Bruxelles sono arrivati i contadini da tutto il continente per scaricare letame davanti a palazzo Berlaymont (quello della Commissione dove lui, prima da funzionario e poi da Commissario, alberga ininterrottamente dal 1994); infine, un mese fa a Taranto dove il vicepresidente Ue era arrivato a portare il verbo verde all’ex Ilva, lo hanno preso a male parole, circondandolo anche lì con i trattori. È altresì il fautore del «cibo Frankenstein», al punto che si è dovuto difendere dall’accusa di favorire gli impianti per la produzione della bistecca coltivata, che guarda caso sono insediati in Olanda e dotati di 80 milioni dalla Commissione per convincere gli europei a consumare le alternative alla carne. Timmermans vuole «riprogrammare» l’agricoltura in nome della strategia Farm to Fork, dal produttore al consumatore; e con l’etichettatura Nutri-score dei cibi, si è messo dalla parte dei colossi del food contro i prodotti tradizionali, in particolare quelli dell’agroalimentare italiano.

Oggi al vertice delle decisioni, Timmermans ha costruito pazientemente la sua carriera come assistente nei meccanismi burocratici dell’Unione. Più o meno è il mestiere di Francesco Giorgi, il compagno della vicepresidente del Parlamento Ue Eva Kaili, funzionario al servizio di Antonio Panzeri, di Andrea Cozzolino e di Marc Tarabella, i protagonisti del «Qatargate» con le mazzette degli emiri pagate per avere una buona stampa. Nelle stanze del Partito socialista europeo il politico olandese aveva la sua dependance, fin quando nel 2014 ce l’ha fatta a diventare appunto commissario e vicepresidente Ue dalla Commissione, guidata allora da Jean-Claude Junker. Da quel momento da socialista integralista si è sentito investito di una missione salvifica: essere un profeta della sinistra continentale. Figlio di un attaché di ambasciata, in gioventù ha trascorso quattro anni in Italia. Ma del nostro Paese gli piace particolarmente il fatto che avesse il più forte Partito comunista d’Occidente. Tifoso della Roma, sostiene che Antonello Venditti sia addirittura la massima espressione musicale d’Europa.

Già, Frans vive di iperboli e attacchi agli avversari. Quando Matteo Salvini nel primo governo Conte era ministro dell’Interno e aveva l’appellativo di «Capitano», ebbe a sottolineare: «In Italia c’è solo un capitano, Francesco Totti». La ragione dell’attacco? Timmermans si era candidato nei socialisti europei come presidente della Commissione ma aveva perso le elezioni, e il governo giallo-verde con altri dieci Stati Ue gli aveva sbarrato la strada verso quel ruolo apicale. Il compromesso è stata la maggioranza Ursula (la Von der Leyen fu eletta col più basso consenso di sempre: 383 voti, decisivi i 5 Stelle) e Frans ottenne come risarcimento la vicepresidenza, ma soprattutto la cruciale delega al Green deal che lo ha trasformato in una sorta di Incredibile Hulk del verde. Quando Antonio Tajani, nostro ministro degli Esteri, si augura «che la Commissione si astenga dal fare campagna elettorale alle prossime elezioni europee», è probabile che abbia in mente proprio l’agit-prop Timmermans. Che, per esempio, nel 2019 è venuto in Italia a fare campagna elettorale a favore di Nicola Zingaretti e il Pd. Con aplomb istituzionale ha salutato così il governo di Giorgia Meloni: «L’agenda della destra ci riporta al Medioevo». Nientemeno.

Nel suo furore ecologista, quando l’Italia ha contestato sia il balzello sulle case green sia l’addio ai motori endotermici – oltre a molte altre misure «ammazza-economia» che riguardano imballaggi, fertilizzanti, e-fuel – ha tagliato corto: «È nel vostro interesse, state morendo di siccità». Con una sinistra profezia, il capo economista della Deutsche Bank Eric Heymann scriveva, due anni fa: «Se l’Europa vuole attuare il Green deal deve imporre un’ecodittatura». Ecco, Timmermans ci si troverebbe assai bene. Questo è il vicepresidente della Commissione, il socialista amico delle multinazionali. In proposito, è utile una visita a Prins Bernhardplein 200, periferia di Amsterdam, dove ha sede l’Intertrust: qui c’è la casella postale di quasi 3 mila aziende che valgono 4.500 miliardi di euro di fatturato. Oppure ci si può spingere nel quartiere di Zuidas o fino a Baarn, nei pressi di Utrecht. Ci sono tutti i colossi mondiali: da Google a Nike, dalla nostra Ferrari ad Amazon. La ragione? Il verde Timmermans che appoggia il governo del falco Mark Rutte ha reso l’Olanda il paradiso delle company globali così come ha difeso strenuamente il Ttf Dutch Natural Gas, la Borsa del metano che ha consentito speculazioni miliardarie. Ma ogni parabola ha una fase ascendente e la successiva, che punta verso il basso. A Timmermans è arrivato un «avviso di sfratto» proprio in Olanda. Infatti il partito dei contadini, nato contro il Green deal, ha vinto le elezioni amministrative lo scorso marzo. E il voto europeo sarà nel 2024. Chi di verde ferisce…

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