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Silvia Salis e la sicurezza, quando le parole servono a non decidere

Silvia Salis e la sicurezza, quando le parole servono a non decidere

Dalla critica al governo alla diluizione del concetto di sicurezza: l’intervento sul Foglio di Silvia Salis apre una questione politica precisa. Tra welfare, narrazione e accuse a Roma, resta una domanda inevasa sui risultati concreti a Genova.

Lo scorso 9 febbraio, sulle colonne de Il Foglio, è stato pubblicato un intervento dal titolo Il disastro del governo sulla sicurezza, firmato dal Sindaco di Genova Silvia Salis. Un testo che ambisce a certificare il fallimento dell’esecutivo sul terreno dell’ordine pubblico e che, allo stesso tempo, propone una rilettura ampia – e politicamente orientata – del concetto stesso di sicurezza. C’è un modo elegante per sottrarsi a una responsabilità politica: ridefinire il problema fino a renderlo irriconoscibile. È quello che accade sempre più spesso nel dibattito sulla sicurezza, trasformata da questione concreta – ordine pubblico, controllo del territorio, prevenzione e repressione dei reati – in una categoria emotiva, sociale, quasi filosofica. Una parola svuotata, allungata, resa così ampia da non poter più essere misurata. L’operazione parte dall’etimologia. Sicurezza come “assenza di preoccupazioni”. Suggestivo, ma fuorviante. Nella sfera pubblica la sicurezza non è mai stata uno stato d’animo, bensì una condizione oggettiva: meno reati, meno violenza, meno rischio. Ridurla a percezione soggettiva significa sottrarla al giudizio dei fatti. Se la sicurezza coincide con la serenità interiore, allora nessun governo – nazionale o locale – potrà mai essere valutato per ciò che fa o non fa. Dentro questa cornice dilatata trovano posto argomenti eterogenei: la politica estera, la crisi economica, la povertà, il welfare, l’illuminazione stradale, gli autobus notturni, le scuole aperte, persino gli sportelli digitali. Tutto diventa sicurezza. E proprio per questo, paradossalmente, la sicurezza scompare.

Prevenzione sociale e ordine pubblico

Il problema non è negare il ruolo della prevenzione sociale. È evidente che degrado, marginalità e disagio alimentino terreno fertile per l’illegalità. Ma confondere prevenzione e sicurezza equivale a un cortocircuito concettuale. Le politiche sociali riducono il rischio nel lungo periodo; non sostituiscono il controllo del territorio nel presente. Una strada illuminata non ferma una rapina. Una saracinesca rialzata non scioglie una rete di spaccio. Un autobus notturno non interviene durante un’aggressione. Il nodo centrale resta sempre lo stesso: la capacità dello Stato di garantire ordine. Ed è qui che il discorso si fa più scivoloso. Si citano dati reali – come la carenza di organico delle forze di polizia – ma li si usa in modo selettivo, come se fossero il prodotto esclusivo dell’ultimo governo, ignorando che si tratta di un problema strutturale che attraversa decenni, riforme mancate, blocchi del turn over e responsabilità condivise. Allo stesso modo, il rapporto tra Stato e Comuni viene raccontato come una trappola politica: il governo che “scarica” la sicurezza sui sindaci, preferibilmente di centrosinistra, per poi usarli come bersaglio propagandistico. Una narrazione suggestiva, ma priva di riscontri concreti. Il conflitto di competenze tra livello centrale e amministrazioni locali non nasce oggi né ha colore politico. È una frizione storica, spesso utilizzata per spostare l’attenzione dalle responsabilità amministrative.

Autoassoluzione politica e città “vive”

C’è poi un altro passaggio chiave: l’idea che le città governate dal centrosinistra siano più insicure perché “vive”, “aperte”, “accoglienti”. È una tesi che funziona più come autoassoluzione che come spiegazione. Se l’insicurezza cresce, non è un fallimento delle politiche adottate, ma il prezzo inevitabile della virtù. Una logica circolare che rende impossibile qualsiasi valutazione critica.

Povertà, criminalità e deterrenza

Anche il richiamo alla povertà segue questo schema. Nessuno sostiene che povertà e criminalità coincidano. Ma usarla come chiave quasi esclusiva per spiegare l’insicurezza urbana significa oscurare altri fattori decisivi: organizzazioni criminali strutturate, dinamiche di impunità, assenza di deterrenza, carenze investigative, territori senza presidio. Tutto viene ricondotto a una crepa sociale indistinta, dentro cui confluisce ogni forma di illegalità. Il risultato finale è una sicurezza senza conflitto, senza sanzione, senza forza. Una sicurezza che deve includere, accompagnare, comprendere, ma che fatica a reprimere. È una visione politicamente coerente, ma incompleta. Perché lo Stato non è solo un facilitatore sociale: è anche un garante dell’ordine, e talvolta deve esercitare autorità, non solo prossimità. Separare sicurezza e propaganda è giusto. Separare sicurezza e ordine pubblico, molto meno. Quando la parola “sicurezza” viene caricata di tutto, finisce per non significare più nulla. E in quel vuoto semantico prospera l’unica vera insicurezza: quella dei cittadini che chiedono protezione concreta e ricevono, in cambio, una narrazione.

Dal piano teorico alla responsabilità locale

Ed è qui che il discorso smette di essere teorico e diventa inevitabilmente politico. Perché al netto delle accuse allo Stato, delle carenze strutturali e delle invocazioni a un generico “patto nazionale”, resta una questione che non può essere elusa: che cosa è stato fatto finora a Genova sulla sicurezza urbana? A leggere fino in fondo, ciò che emerge non è solo una critica al governo, ma un’impressione politica più ampia e difficile da ignorare: che Genova rischi di diventare lo sfondo di un discorso che guarda sempre più oltre i confini della città. La sicurezza sembra trasformarsi da banco di prova amministrativo a tema identitario, utile a costruire un profilo nazionale più che a misurare un’azione di governo locale. La sensazione, agli occhi di chi osserva, è che l’energia spesa nella polemica contro Roma finisca per superare quella investita nel rendere conto dei risultati concreti ottenuti sul territorio. Come se governare una città complessa fosse diventato soprattutto un argomento di racconto politico, più che una responsabilità da esercitare fino in fondo, giorno per giorno. Ed è qui che il discorso smette di essere teorico e diventa inevitabilmente politico. Perché al netto delle accuse allo Stato, delle carenze strutturali e delle invocazioni a un generico “patto nazionale”, resta una questione che non può essere elusa: che cosa è stato fatto finora a Genova sulla sicurezza urbana? A leggere fino in fondo, ciò che emerge non è solo una critica al governo, ma un’impressione politica più ampia e difficile da ignorare: che Genova rischi di diventare lo sfondo di un discorso che guarda sempre più oltre i confini della città. La sicurezza sembra trasformarsi da banco di prova amministrativo a tema identitario, utile a costruire un profilo nazionale più che a misurare un’azione di governo locale. La sensazione, agli occhi di chi osserva, è che l’energia spesa nella polemica contro Roma finisca per superare quella investita nel rendere conto dei risultati concreti ottenuti sul territorio. Come se governare una città complessa fosse diventato soprattutto un argomento di racconto politico, più che una responsabilità da esercitare fino in fondo, giorno per giorno. Perché una critica può essere dura, anche durissima. Ma quando si governa, prima o poi, arriva sempre il momento di rispondere non delle parole spese altrove, bensì delle decisioni prese – o rinviate – nel luogo che si è stati chiamati ad amministrare.

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